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20/09/2026
15/09/2026

Classificazioni dei linguaggi di programmazione

14/09/2026

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12/09/2026

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12/09/2026

Il giorno in cui la bussola smise di funzionare
È una mattina qualunque.

Un elettore apre il telefono mentre prende il caffè. Scorre le notizie senza particolare interesse, finché si imbatte in una fotografia che gli fa sollevare un sopracciglio: il leader che ha votato per anni è accanto a qualcuno che, fino a poco tempo prima, rappresentava tutto ciò contro cui il suo partito diceva di combattere.

Sorride.
“Vabbè, sarà diplomazia.”
È la prima spiegazione.
Poi ne arriva una seconda.
“Bisogna parlare con tutti.”
La terza è ancora più rassicurante:
“Non significa essere d'accordo.”
L'elettore chiude il telefono e continua la sua giornata.

Non sa ancora che la politica cambia raramente attraverso una dichiarazione ufficiale. Molto più spesso cambia attraverso fotografie, ospitate televisive, interviste apparentemente innocue, piccoli compromessi e parole che, ripetute abbastanza volte, finiscono per perdere il loro significato originario.

All'inizio nessuno se ne accorge.

Un partito nato promettendo di rompere con il vecchio sistema comincia a scoprire che, per sopravvivere, deve parlare con il sistema.

Prima con gli avversari.
Poi con gli alleati degli avversari.

Infine con persone che fino a ieri venivano utilizzate come esempio di ciò che non bisognava diventare.

L'elettore osserva tutto questo con una certa confusione.

“Ma non erano loro quelli impresentabili?”
Nessuno risponde.

O meglio: rispondono tutti contemporaneamente.
“È cambiato il contesto.”

Questa frase diventa fondamentale.

Perché quando cambiano le alleanze, non necessariamente cambiano le convinzioni. A volte cambia soltanto il vocabolario con cui vengono raccontate.

Quello che ieri era “inaccettabile” diventa oggi “dialogo”.

Quello che era “opportunismo” diventa “realismo”.
Quello che era “cedimento” diventa “responsabilità”.
E quello che era “propaganda” può improvvisamente diventare “un'opinione da ascoltare”.

L'elettore comincia allora a fare una cosa pericolosa: torna indietro.

Non si limita più a leggere quello che viene detto oggi. Cerca quello che veniva detto cinque, dieci anni prima.

Scopre vecchi video.
Vecchie interviste.
Vecchi post.
Vecchie promesse.

E soprattutto scopre una cosa che in politica è molto più scomoda di una contraddizione: la memoria.
Perché la memoria non vota.
Ma ricorda.

Ricorda quando gli veniva spiegato che un determinato partito era incompatibile con i valori europei.

Ricorda quando un certo leader veniva descritto come il simbolo di tutto ciò che bisognava evitare.
Ricorda quando l'alleanza con una determinata forza politica sarebbe stata considerata una bestemmia.
Poi confronta quelle frasi con le dichiarazioni di oggi.
E comincia a vedere delle crepe.

Non è ancora un tradimento.
Non ancora.
È una trasformazione.
Le trasformazioni politiche, del resto, raramente avvengono in un solo giorno.
Sono più simili all'erosione di una montagna.
Una goccia non significa nulla.
Mille gocce cambiano la forma della roccia.
Prima arriva una collaborazione tecnica.
Poi un'intervista insieme.
Poi una posizione condivisa su una guerra.
Poi un voto comune.
Poi una manifestazione.
Poi una fotografia.
Poi un invito.

E a quel punto l'elettore guarda la fotografia e pensa:
“Ma come siamo arrivati fin qui?”

La risposta non è semplice.
Perché nessuno, lungo il percorso, ha annunciato:
“Da oggi siamo diventati ciò che contestavamo.”

No.

Ogni passaggio aveva una giustificazione.
Era necessario.
Era pragmatico.
Era temporaneo.
Era soltanto su quel tema.
Era per fermare l'altro.
Era per evitare il peggio.
Ed è proprio così che le categorie politiche diventano elastiche.

L'elettore, intanto, comincia a conoscere una parola nuova: normalizzazione.

Normalizzare non significa necessariamente approvare.

Significa rendere familiare.

Un volto che prima sembrava impresentabile appare in televisione.

Una posizione che sembrava estrema viene discussa come se fosse una delle tante.

Una teoria che sembrava assurda entra nel dibattito quotidiano.

Un'affermazione che avrebbe provocato scandalo qualche anno prima viene accolta con un'alzata di spalle.

“Lo dicono in tanti.”

Ed è qui che la storia diventa interessante.
Perché il consenso non nasce sempre dalla convinzione.

A volte nasce dalla stanchezza.
La gente si abitua.
Si abitua ai toni.
Si abitua alle parole.
Si abitua alle contraddizioni.
Si abitua persino all'impossibile.
L'elettore guarda ancora una volta il telefono.
Trova un vecchio manifesto del suo partito.
Lo rilegge.
Poi ne trova uno nuovo.
Sembra quasi scritto da qualcun altro.
Forse è proprio questo il punto.
I partiti cambiano.
Gli elettori cambiano.
Le società cambiano.

Ma il problema nasce quando una trasformazione viene raccontata come se non fosse mai avvenuta.
Perché allora non si chiede più al cittadino di scegliere tra due idee.

Gli si chiede di dimenticare la distanza tra ieri e oggi.
L'elettore posa il telefono.
Il caffè ormai è freddo.

Ripensa a tutte le volte in cui gli hanno detto:
“Non preoccuparti, è solo tattica.”
Forse era davvero tattica.
Forse no.

Ma una cosa gli appare improvvisamente chiara.
Una bussola può continuare a funzionare perfettamente anche mentre qualcuno la gira lentamente.

Il problema non è che l'ago sia rotto.
Il problema è che, dopo abbastanza tempo, non sai più dove sia il nord.

E quando finalmente qualcuno ti chiede da che parte stai, potresti scoprire che non hai cambiato idea.
Hai semplicemente cambiato direzione.

11/09/2026

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