OFF Gallery
Nel cuore del centro antico di Napoli, ad un passo dalla Cappella Sansevero, Off Gallery narra dell’amore di B.
per l’arte, quella antica e quella contemporanea. Una colonna greca, scoperta quasi per caso, accoglie il visitatore in uno spazio dal forte carattere, carico di memorie e suggestioni, dove il passato che affiora dialoga con le opere degli artisti contemporanei in mostra con sorprendente accondiscendenza.
07/10/2026
Tamburi Orfeo
Senza titolo
Incisione Grafica acquerellata a mano
I soggetti preferiti di Tamburi Orfeo sono i palazzi, le facciate, i tetti e i vicoli delle città. Le sue composizioni eliminano quasi sempre la figura umana per concentrarsi sulla struttura architettonica.
Le finestre sbarrate, le persiane socchiuse, i comignoli e le facciate geometriche diventano metafore di solitudine e riflessione.
La sua tavolozza predilige i toni caldi ma severi: le terre di Siena, i rossi mattoni, gli ocra, i grigi e i bruni. La luce nelle sue opere non è elettrica o Pop, ma è una luce naturale, spesso pomeridiana o autunnale, che crea ombre nette e malinconiche.
05/10/2026
Nelle tele di Lodola, la Vespa Piaggio non è semplicemente un mezzo di trasporto, ma un vero e proprio archetipo della cultura di massa e del design italiano. Diventa il simbolo per eccellenza della libertà, della spensieratezza e della giovinezza.
Come in quasi tutti i soggetti di Marco Lodola, la donna sulla Vespa non ha lineamenti facciali né dettagli anatomici. Questa scelta stilistica, derivata dalla Pop Art e dal Nuovo Futurismo, serve a togliere l’identitá al singolo per renderlo universale. Chiunque guardi la tela può immedesimarsi in quella figura o proiettarvi un proprio ricordo legato alla libertà ed al viaggio.
04/10/2026
Napoli non smette mai di stupire
Napoli non smette mai di stupire. Lo dico io, che fino a qualche anno fa consideravo quella frase una delle tante invenzioni autoreferenziali di certi napoletani, soprattutto negli ultimi anni, quando la mania degli influencer ne ha fatto un ritornello ossessivo. E invece mi sbagliavo.
Io vivo a Verona e ho una galleria d’arte. Qualche tempo fa entra da me un signore distinto. Avrà avuto più o meno la mia età, e qui permettetemi un inciso: io ne ho cinquanta e non me ne vergogno affatto. Anzi, me li porto più che bene, tanto che i corteggiamenti non mancano. Voi direte: «Che c’entra questa nota?». C’entra eccome, perché un pizzico di vanità fa parte del racconto e, certe volte, la vita ama sorprenderci proprio quando ci sentiamo più sicuri di noi.
Scambio poche parole con quell’uomo e subito riconosco l’accento napoletano. Qualcuno potrebbe domandarsi come faccia una veronese a distinguerlo da quello di Salerno o di Avellino. Lo riconosco perché qualche anno fa sono stata — dico ironicamente — “infidanzata” con un commercialista di Chiaia. Sapeva tutto di conti, bilanci e dichiarazioni dei redditi, e aveva imparato parecchio anche di me. Uomo elegante, maniere quasi aristocratiche, forse persino barone, o così sosteneva. Affascinante, sì. Bugiardo cronico, però.
Io, che mi vanto di avere una specie di antenna parabolica per i bugiardi, con lui non avevo captato subito il segnale. Evidentemente la mia antenna ha bisogno di un po’ di tempo per sintonizzarsi. Lo conobbi a una mostra a Capodimonte, dove ero stata invitata come relatrice — perché, oltre a occuparmi d’arte come gallerista, sono anche storica dell’arte — e lui sapeva sedurre con la stessa destrezza con cui quadrava i conti. Sapeva fare molte cose. Dire la verità non era fra queste.
Torno al signore della mia galleria. Lo squadro. La prima cosa che noto sono le scarpe: splendide, di cuoio pregiato, fatte a mano, lucidissime. Mio padre ripeteva sempre a mio fratello: «Un uomo lo giudichi dalle scarpe. Puoi risparmiare sulla cravatta, persino sull’orologio, ma mai sulle scarpe. Se sono scadenti, anche l’abito più bello perde fascino». Alfredo — così si chiamava — passava l’esame con lode.
Poi l’imprevisto. Si toglie il cappotto nero e sotto ha un clergyman, con tanto di colletto romano. Mi prende un colpo. «Oddio, ma lei è un prete?». Sorride. «No, non si spaventi. Sono un attore. Mi hanno chiamato per un casting qui a Verona. Mi sono presentato con il colletto di mio cugino. Ho pensato che facesse colpo. E in effetti l’ha fatto, no?». Scoppiamo a ridere.
Quella risata ci porta dritti a un caffè. Io, con la galleria ancora aperta, chiudo di corsa e lo seguo. Mi divertiva soprattutto vedere la faccia dei passanti: io, notoriamente anticlericale, seduta al tavolino con uno che a tutti gli effetti sembrava un prete.
E sì, sono piuttosto anticlericale. Colpa, iperbolicamente, di mia zia Irene, suora. Quando i miei genitori mi lasciavano da lei in convento per me era un tormento. Le cucine odoravano di cavolo e io, bambina difficile, vivevo quelle zuppe e quei minestroni come una punizione. Lei era inflessibile: «Non ti alzi finché non hai finito». Inventai di tutto: cibo nascosto nelle maniche, infilato nelle scarpe, persino cucchiaiate lanciate dalla finestra.
Suor Irene, mia zia, non era cattiva. Credeva davvero di fare il mio bene. Ripeteva con straordinaria originalità: «I bambini in Africa muoiono di fame e tu lasci la minestra nel piatto». Io mi sono sempre chiesta quale relazione ci fosse tra la mia pancia piena e la loro vuota. Sul letto di morte, con gli occhi lucidi, mi disse: «Perdonami se ti obbligavo a mangiare quello che non volevi. Credevo fosse il meglio per te». Fu una confessione tenerissima e, conoscendola, anche un poco comica.
Alfredo mi ascoltava divertito, sorseggiando un caffè che evidentemente gli sembrava tristissimo. I napoletani fuori da Napoli vivono il caffè come una delle piccole sciagure dell’esilio. A un certo punto si fece serio. «Sei imbarazzata. È per il colletto da prete?». «Sì. Toglilo, ti prego. Non mi fido dei preti, nemmeno se finti», ironizzai. Se lo sfilò e, con un improvviso lampo d’orgoglio, soggiunse: «E comunque non pensare che io faccia il giullare. Sono un attore di teatro, vivo di quello. Potrei recitare ovunque, persino a Hollywood, se solo conoscessi l’inglese come il napoletano». Quell’orgoglio mi piacque. Preferisco chi mostra apertamente le proprie vanità a chi si affanna a sembrare modesto.
Il giorno dopo me lo rivedo entrare in galleria. «Hai due possibilità. O vieni a cena con me — niente colletto, giuro — oppure vieni a Napoli. Ti mostro qualcosa che ti farà cambiare idea sul tuo ateismo». Non accettai la cena, perché avevo già un impegno. Ma quella promessa mi rimase in testa.
Da lì messaggi, telefonate, videochiamate. Odio le videochiamate, ma con lui facevo eccezione, soprattutto quando compariva sullo schermo con il mare e Castel dell’Ovo alle spalle. A poco a poco Napoli cominciava a raggiungermi prima ancora che decidessi di andarci.
Un giorno affido l’attività alla mia socia e scendo.
Alfredo viene a prendermi all’aeroporto con una macchina scassata e cigolante. Io la guardo perplessa. «Non ti spaventare. A Napoli i più ricchi hanno le macchine peggiori. Vecchia politica degli anni Ottanta. La macchina buona sta in garage, come una reliquia». Ridiamo.
Il giorno dopo è San Gennaro. «Non dirmi che mi hai fatto ve**re qui per questa storia del sangue che si scioglie», sbottai. «Se è così, riparto subito». Lui, invece di ridere, si fece serio. «No. Voglio farti vedere qualcosa che quasi nessuno vede. Promettimi soltanto che, se accadrà quello che penso, prenderai almeno in considerazione l’idea che qualche certezza possa essere sbagliata».
Mi porta nel Complesso dei Vincenziani, nel Borgo dei Vergini, alla Sanità. Attraversiamo corridoi severi e ambienti settecenteschi, poi apre una porta di legno intagliato e mi fa entrare nella Ca****la delle Reliquie, piccolo scrigno attribuito a Luigi Vanvitelli. Intorno a noi teche, ostensori, reliquiari, paramenti. Il genere di luogo che, per deformazione professionale, avrei potuto osservare per ore.
Alfredo si ferma davanti a un dipinto annerito dal tempo: il Quadro dell’Anima Dannata. «Lo vedi? Qui veniva a pregare anche sant’Alfonso Maria de’ Liguori. La tradizione racconta di una donna che viveva un adulterio con un ragazzo più giovane. Dopo la morte gli sarebbe apparsa tra le fiamme e, come prova, avrebbe lasciato l’impronta delle mani bruciate sulla tela». Lo fisso. «Ah, perfetto. Vedo che partiamo subito con cose leggere. E quindi, secondo te, io dovrei convertirmi per paura dell’inferno?». Sorrise. «Aspetta. Questo serviva soltanto a farti capire in che razza di posto ti ho portata. Non è finita».
Alla mia sinistra, tra gli altri reliquiari, noto un contenitore diverso dagli altri. In cima c’è una piccola ampolla, con dentro qualcosa di scuro e grumato.
Alfredo mi invita a inginocchiarmi. Guardo la gonna, poi le calze, poi lui. «Mettiti tu in ginocchio». Sorride e lo fa. Tira fuori il telefono e si collega a una diretta dal Duomo. A quel punto la situazione mi sembra talmente assurda da diventare quasi divertente.
Dalla diretta si ode lo scampanio: il sangue di San Gennaro si è sciolto. Nello stesso momento guardo l’ampolla davanti a me. La massa che poco prima mi era sembrata densa ora appare liquida. Resto immobile. Poi la prendo in mano e la muovo piano. «Non è possibile».
Alfredo, naturalmente, non aspettava altro. «Questa è quella che viene chiamata la terza ampolla di San Gennaro. Nel 2016 è riemersa proprio qui, quando questa ca****la è stata aperta al pubblico. È accompagnata da un’autentica del 1793, firmata dal vescovo di Ferentino, che ne attesta la donazione ai Padri della Missione. Quando fu ritrovata risultava liquida. Non c’è però alcun documento che dica che debba esserlo sempre. Può presentarsi liquida oppure coagulata. Oggi la stai vedendo anche tu».
Alzo gli occhi verso la volta. La mia parte razionale comincia immediatamente a cercare spiegazioni. Temperatura, movimento, composizione della sostanza, suggestione. Tutto ciò che una persona come me è abituata a fare quando qualcosa non rientra facilmente nelle proprie categorie. Ma intanto continuo a guardare quell’ampolla.
Esco dalla ca****la senza aureole e senza conversioni. Non divento improvvisamente credente e Alfredo non ottiene la soddisfazione di vedermi inginocchiata. Eppure qualcosa, devo ammetterlo, era successo.
Forse non dentro la mia fede, che non avevo, ma dentro la mia idea di Napoli.
Nei giorni successivi cominciai a osservarla diversamente. Non soltanto il golfo che appare all’improvviso tra due palazzi, ma i panni stesi tra i balconi, il caffè che borbotta nelle cucine, il sugo della domenica, le voci che passano da una finestra all’altra. Mi accorgevo che quella città possedeva una capacità irritante: riusciva a rendere plausibili cose che altrove avrei liquidato con una risata.
Tornata a Verona, ci sono mattine in cui, appena scesa dal letto, quasi senza accorgermene, mi sfugge un segno della croce. Non per fede, non ancora; forse non lo sarà mai. È soltanto un gesto antico che si è infilato nelle mie abitudini. Quando me ne accorgo sorrido. «Pazza». Forse.
Poi mi torna alla mente Alfredo, con il suo orgoglio da attore e quella macchina scassata che arrancava per Napoli. Mi ha lasciato dentro qualcosa che non saprei definire. Non so nemmeno se abbia a che fare con lui oppure con quella città nella quale mi aveva trascinata quasi per gioco.
So soltanto che, quando a Verona qualcuno ironizza sui “superstiziosi napoletani”, adesso non ribatto più. Sorrido.
Tengo persino un promemoria in agenda. Una sola parola: «Napoli».
Ogni tanto cambio la data. Non lo cancello mai.
Roberto Bonaventura
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25/09/2026
Insolito pulcinella 59,4x42cm
Pastello ad olio su carta
Mary Cinque
Mary Cinque e la sua capacità indiscussa di fotografare attimi senza fotocamera, ma con un foglio ed un pastello ad olio, suo elemento identificativo.
La luce dei pastelli ad olio e la sua capacità di imprimere i luoghi e le persone in un’immagine riesce a fermare il tempo. Visioni l’opera e attorno a te non esiste più niente, sei all’interno del suo disegno, della sua testa, dell’esperienza che ha vissuto e delle cose che ha visto, che hanno portato alla realizzazione di quell’immagine avanti a te.
Per un attimo possiamo essere tutti Mary Cinque, la quale ci permette, attraverso le sue mani e degli strumenti, di entrare nella sua percezione delle cose e ammirare il mondo circostante con lo stesso amore che ci mette lei.
Questo è quello che si prova trovandosi avanti un’opera di Mary Cinque 🌸
Tu che aspetti per visionarla? Vienici a trovare in galleria!
OFF Gallery - Via Francesco De Sanctis 15, NA
Ti aspettiamo!
23/09/2026
Batman, fuori dallo schermo. 🦇
Un’inclinazione che tutti conosciamo, reinterpretata da PAU attraverso il gesto, la materia ed il contrasto tra il nero profondo del personaggio ed il fondo cipria.
Ma questa volta Batman non è sul grande schermo, né sulle pagine di un fumetto.
È qui, a Napoli.
È esposto negli spazi di OFF GALLERY, nel cuore del centro storico: un luogo dove l’immaginario pop incontra l’arte contemporanea e le icone che pensavamo di conoscere tornano a sorprenderci.
📍OFF GALLERY
Via Francesco De Sanctis,15
Centro Storico, Napoli
09/09/2026
26/08/2026
Libero Maggini, fino al 29 agosto, Viareggio.
Le opere di Libero Maggini al Caffè Così Com'è
20/07/2026
📣 Vi annunciamo la chiusura per la pausa estiva 🏖️di Off Gallery dal 25 luglio al 03 settembre. Siamo sempre disponibili per info e appuntamenti alla mail 📧 [email protected] o ai numeri 📞+39 3388919346 ☎️ +39 3336100279. Opera di Mimmo Paladino “Vacanze in Carinzia” 1989
30/06/2026
19/06/2026
Desideriamo rivolgere un sentito ringraziamento a Theke Museum per aver reso possibile la residenza d’artista di Amedeo Sanzone, un percorso che ha saputo coniugare ricerca visiva, innovazione e cultura d’impresa.
Ringraziamo inoltre la Fondazione Giovanni Santin ETS per l’ospitalità e tutti i collaboratori coinvolti nella presentazione del progetto, che hanno contribuito a creare un’importante occasione di dialogo tra arte contemporanea, tessuto produttivo e comunità.
Galleria Santin “Lo spazio della superficie. Dialogo con l’artista Amedeo Sanzone” PORDENONE - Interessante e ricco di stimoli l’incontro “Lo spazio della superficie. Dialogo con l’artista Amedeo Sanzone” promosso e organizzato da Theke Museum, OFF Gallery di Napoli e la Fondazione Giovanni Santin ETS. L’artista napoletano, in dialogo con la storica dell’arte Giovanna ...
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