UDI Ferrara

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Unione Donne in Italia di Ferrara: da oltre 80 anni a tutela dell'autodeterminazione delle donne

La sede territoriale dell'associazione nazionale UDI-Unione Donne in Italia si è costituita nel 1945. Allora si chiamava Unione Donne Italiane, oggi, pur mantenendo lo stesso acronimo UDI, con la nuova denominazione si apre a tutte le donne che in Italia vivono, lavorano, abitano. L'UDI è protagonista attiva della conquista di leggi, servizi, strutture, finalizzate a realizzare libertà ed autodeterminazione femminile ed a promuovere una nuova cultura nei rapporti tra i generi. Continua una pratica di genere che si sviluppa e si articola al suo interno con gruppi di interesse e che elaborano e realizzano progetti culturali, artistici, sociali e di recupero della storia e memoria delle donne.

10/10/2026

● La Corte d’Appello di Milano chiarisce che non esiste una durata minima dell’abuso e che il ritardo nella reazione non significa consenso.

Marta Nicoletti
Collettiva
9 ottobre 2026
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Quei 20-30 secondi non potevano essere usati per sostenere che una donna avesse avuto il tempo necessario per opporsi a una violenza sessuale. Tanto meno per assolvere chi l’aveva aggredita.

Lo chiarisce la Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza con cui, il 10 luglio, ha condannato a un anno e due mesi di reclusione un ex sindacalista che lavorava all’aeroporto di Malpensa, riconoscendolo responsabile di violenza sessuale ai danni di un’hostess che si era rivolta a lui per una vertenza sindacale.

Una vicenda giudiziaria durata oltre otto anni, segnata da due assoluzioni e da un nuovo processo d’appello, dopo che la Cassazione aveva annullato la precedente sentenza. Al centro, una questione fondamentale: il mancato dissenso immediato della vittima non equivale al consenso.

Nelle 31 pagine di motivazioni, i giudici della seconda sezione penale della Corte d’Appello di Milano mettono nero su bianco un principio: in materia di violenza sessuale NON esiste “una soglia minima di durata” dell’abuso. La configurazione della violenza, spiegano, prescinde dal tempo impiegato per compierla.

I 20-30 secondi citati nei precedenti giudizi erano stati indicati dalla donna per descrivere quanto fosse stato rapido e improvviso ciò che aveva subito. Non rappresentavano, dunque, un intervallo durante il quale avrebbe potuto necessariamente reagire. La sua percezione del tempo, hanno chiarito i giudici, era legata alla “reazione di chi sta subendo un fatto traumatico”.

Se l’aggressione coglie una persona di sorpresa, un’azione rapida può impedirle di manifestare immediatamente il proprio dissenso. L’incredulità e il ritardo di pochi secondi nella reazione verbale, si legge nelle motivazioni, NON ESPRIMONO CONSENSO, ma possono essere manifestazioni di “difesa passiva” e “disorientamento”, del tutto compatibili con il trauma subito.

La Corte richiama anche il fenomeno del freezing: il blocco fisico ed emotivo che può verificarsi in una situazione traumatica. NON reagire subito, quindi, NON significa acconsentire.

Il principio è netto: spetta a chi intraprende un atto sessuale accertarsi che vi sia un consenso libero, attuale, specifico e perdurante. Non è la vittima a dover dimostrare di essersi opposta con sufficiente rapidità.

I fatti risalgono al marzo 2018. La donna, all’epoca hostess, si era rivolta al sindacalista per una vertenza di lavoro. Durante quell’incontro, secondo quanto ricostruito nel procedimento, aveva subito molestie e abusi.

Nel 2022 il Tribunale di Varese aveva assolto l’uomo. Anche la Corte d’Appello di Milano aveva confermato l’assoluzione, sostenendo che in quei 30 secondi la donna avrebbe potuto opporsi.

Una valutazione poi considerata errata dalla Cassazione. Nel febbraio 2025, accogliendo il ricorso, la Suprema Corte aveva annullato con rinvio la sentenza, disponendo un nuovo giudizio d’appello.

La Cassazione aveva già chiarito che il ritardo nella manifestazione del dissenso è irrilevante ai fini della configurazione della violenza sessuale. La Corte d’Appello ha ora ribadito quei principi, arrivando alla condanna.

10/10/2026

UNA LEGGE ELETTORALE DI COMPROMESSI E FINZIONI. UNA CERTEZZA: VOGLIONO COLPIRE LA PARITA DI GENERE

Una riforma che potrebbe portare anche a un parlamento di soli uomini, i capilista bloccati possono essere tutti uomini, l'alternanza è imposta solo dal secondo nome in poi, quelli scelti con le preferenze, con minori possibilità di elezione.
Si chiama violenza, anche se esercitata in luoghi istituzionali, quando parte dal parlamento non può stupirci che sia generale e tollerata ovunque.
La speranza, di chi a fine legislatura manipola le regole, è quella di una nostra scarsa memoria o addirittura di una comprensione limitata di una legge pensata per gli eletti e non per gli elettori e soprattutto non per le elettrici.
Chiederemo di non votarli con tutte le nostre forze

10/10/2026
10/10/2026

Navanethem “Navi” Pillay ha vinto il Nobel per la pace 2026 per la difesa del diritto internazionale e la lotta ai genocidi.

La scelta del suo nome è una notizia straordinaria per chiunque non sia equidistante tra torturati e torturatori.

10/10/2026

Penso che l'uso del femminile per persone di genere femminile dovrebbe essere un automatismo nel caso di ingegnera come nel caso di infermiera (vale a dire, indipendentemente dal tipo di professione o ruolo che si va a nominare).
Penso anche che qualsiasi persona "gender questioning" (cioè che si fa delle domande rispetto alla sua identità di genere) abbia il diritto di usare il genere grammaticale dal quale si sente maggiormente rappresentata.
E allora, come la mettiamo con l'assessora che vuole farsi chiamare assessore, e la prorettrice che desidera il titolo di prorettore? (questa è una domanda che mi è stata posta).
La mia risposta è la seguente: se l'assessora e la prorettrice, nonostante il loro sesso biologico/anagrafico, desiderano usare il maschile perché sono nel mezzo di un percorso di affermazione di genere, o perché magari si identificano come persone non binarie, hanno il mio pieno appoggio. Se, invece, motivano il maschile con cose come "Si è sempre fatto così"; "Esigo il maschile perché il femminile è svilente"; "Uso il maschile perché sono di centrodestra e faccio come il nostro Presidente del Consiglio"; "Il femminile di assessore/prorettore non esiste"; "Il femminile suona male" ecc. ecc. trovo che la loro richiesta non derivi da una motivazione accettabile, ma che sia un modo per continuare a rimanere dentro una narrazione androcentrica dei ruoli apicali e di determinate professioni, putacaso esattamente quelle che sono state appannaggio maschile fino a non tanti decenni fa.
Che ancora nel 2026 ci siano così tante donne che ritengono svilente la declinazione dei (propri) nomi di professione al femminile (mentre cassiera o operaia vanno benissimo, intendiamoci) mi fa semplicemente rabbrividire.
Ma cosa conta tutto questo, di fronte alla possibilità che le donne hanno di diventare avvocati, presidenti del consiglio e assessori?, replicherà qualcuno.
Semplicemente, l'effetto sul contesto delle proprie scelte linguistiche è differente:
- la donna che continua pervicacemente a definirsi al maschile perpetua una narrazione che è, di fatto, utile solo a lei stessa: dà infatti l'idea che quel ruolo o quella professione siano "naturalmente" maschili, e che la sua presenza di donna in quel contesto sia un'eccezione, ossia, che lei stessa sia un'eccezione: una donna che, grazie alle sue qualità, è potuta arrivare a ricoprire un ruolo tipicamente maschile, proprio perché lei non è come tutte le altre donne (Chiara Bottici usa la definizione "sindrome dell'ape regina");
- la donna che adotta il femminile, invece, contribuisce a normalizzare l'idea che anche in quel ruolo l'alternanza di genere sia perfettamente naturale: che gli ingegneri e le ingegnere siano normali come gli infermieri e le infermiere.

Vera Gheno, 9 ottobre 2026

*Fotografia di Fabiana Zanola

10/10/2026

Ci trovate SABATO 10 OTTOBRE, dalle ore 16:30, in Piazza Ariostea a Volontariato in Festa!
✅ se sei interessata a questo approccio,
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✅ se hai delle cose da dire,
✅ se vuoi essere informata sulle nostre iniziative
✅ se fai parte di un gruppo che vuole collaborare con noi.. non importa la tua età, vieni a trovarci!

10/10/2026

'Se non sei la persona libera che vuoi essere, devi trovare un posto dove dire la verità al riguardo. Dove dire come stanno le cose per te.'
Anne Carson, Candor

29/06/2026

Giovedì 2 luglio alle ore 21.00 ci ritroviamo in Piazza Trento Trieste per il Presidio Antifascista.

Una serata di interventi, letture e musica per affermare insieme i valori della democrazia, della libertà e dell'antifascismo.

✨ Porta con te una luce: illuminiamo insieme la città.

Vi aspettiamo numerose e numerosi!

Photos from enciclopediadelledonne.it's post 29/06/2026
Photos from ANPI Catania's post 29/06/2026
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