Gabriele Romeo

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Gabriele Romeo
Art historian, art critic, professor. President of AICA Italy In addition to his curatorial work, Romeo is a prolific author.

Gabriele Romeo, born in Palermo in 1983, is an art critic, curator, and academic with a distinguished career in contemporary visual arts. A member of AICA International (International Association of Art Critics), he was elected President of AICA Italy in April 2021, and later joined the AICA International Board in Paris. Since November 2024, he has held the position of full professor in Phenomenol

11/05/2026

THE ONTOLOGY OF THE FRAGMENT: SIMPSON & NAZARETH AT PUNTA DELLA DOGANA 🏛️✨

Venice hosts a profound phenomenological inquiry.
The dialogue between Lorna Simpson (Brooklyn, NY, 1960) and Paulo Nazareth (Governador Valadares, Brazil, 1977) is a collision of converging political and emotional geographies.

A SYNAESTHETIC IMMERSION 🌊To navigate “Third Person” and “Algebra” is to occupy a space where matter resonates. The phenomenology of perception becomes visceral: one feels the chill of Simpson’s Prussian blues alongside the haptic reality of Nazareth’s salt installations.

🔹 Lorna Simpson (Brooklyn, 1960): An alumna of SVA and UC San Diego, Simpson executes a ‘surgery of memory’. Her intimate scale paintings of migrants at sea are haunting epiphanies; the deep ink threatens to subsume the figures, yet the deliberate painterly gesture salvages them from erasure. Here, blue transcends pigment to become a calibrated emotional temperature.

🔹 Paulo Nazareth (Governador Valadares, 1977): A perennial wanderer of indigenous and African heritage, Nazareth’s practice is defined by his barefoot traversals—a ritualistic tethering to the earth. His work embodies “Algebra” (from the Arabic al-jabr, ‘reunion of broken parts’), reassembling identities fractured by colonialism through the salvage of everyday objects.

THE RESONANCE OF DISPLACEMENT 🎶
The zenith is the sonic landscape. The activated metallic bowls emit frequencies resonating within the very marrow of the spectator. This is the “synaesthesia of the sacred”: sound as the ultimate vessel for migration, a liminal medium traversing the boundaries between the art object and the self.

THE VERDICT: 100/100 💎

G.R.

Curated by Emma Lavigne & The Met, this showcase achieves absolute excellence. It refuses to merely represent trauma, architecting instead a space of resistance. A rare nexus where academic rigour meets unmitigated human pathos.

📍 Punta della Dogana, Venice. Essential viewing.

Palazzo Grassi - Punta della Dogana Gabriele Romeo Gabriele Romeo

Photos from Gabriele Romeo's post 10/05/2026

Attending today’s inaugural proceedings of the exhibition curated by Roberto Mastroianni, the empirical evidence corroborates the rigorous scientific framework underpinning the curatorial logic.

A critical examination of the corpus by Fukushi Ito (b. Nagoya, Japan, 1952) reveals that his research project, “Kubwa Kuliko”, transcends mere aesthetic output to facilitate a systematic deconstruction of luminous matter. Through the synthesis of synthetic polymers and organic vegetable fibres (washi), Ito executes a digital spatial mapping which Mastroianni rightly delineates as a phenomenological chronology of the lebenswelt.

Among the Tanzanian practitioners emergent in this edition, Valerie Asiimwe Amani (b. Dar es Salaam, Tanzania, 1991) warrants significant scholarly attention. Her doctoral candidacy at the Ruskin School of Art, University of Oxford, informs an analytical posture that rejects decorative artifice in favour of a taxonomic investigation into collective memory and the somatic archive. Her practice operates upon sub-vocal frequencies, transmuting textile media into rigorous historical-anthropological documentation.

G. R.

👏👏👏👏👏

Roberto Mastroianni Gabriele Romeo Gabriele Romeo

10/05/2026

La 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia non si presenta oggi come un’ermeneutica del futuro, bensì come il referto autoptico di un’istituzione colta in una progressiva deriva autofagica. Scrivere di questa edizione significa anzitutto registrare il trauma di una trascuratezza radicata in una miopia politica e culturale senza precedenti: una forma di analfabetismo sistemico che sembra aver smarrito la propria bussola etica all’indomani delle recenti turbolenze geopolitiche, sostituendo l’urgenza del presente con una vacuità burocratica priva di visione.
In questo scenario di alienazione — aggravato dalla dolorosa sospensione progettuale seguita alla scomparsa della curatrice Koyo Kouoh — il confronto con il coraggio diplomatico di Carlo Ripa di Meana appare inevitabile. Se nel 1974 la Presidenza della Biennale ebbe la forza morale di trasformare Venezia in uno scudo simbolico delle libertà negate ai popoli oppressi dell’America Latina e del Cile, l’attuale governance — compressa tra le figure di Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco — sembra invece articolarsi in un ambiguo pas de deux politico-culturale, nel quale il turismo viene elevato a paradigma compensativo utile a neutralizzare ogni attrito etico e diplomatico, normalizzando persino presenze controverse nel pieno del regime sanzionatorio europeo.

Eppure, la crisi odierna della Biennale non può essere compresa senza interrogare genealogicamente la natura stessa della sua fondazione storica. Venezia, celebrata universalmente come culla dell’arte contemporanea, reca infatti inscritte nel proprio DNA istituzionale contraddizioni antiche, conflitti culturali e fratture diplomatiche che precedono di molto l’attuale smarrimento identitario. Già agli inizi del Novecento, le tensioni maturate attorno alla Fondazione Bevilacqua La Masa e all’originaria destinazione di Ca’ Pesaro rivelavano il difficile equilibrio tra conservazione del prestigio aristocratico veneziano e necessità di aprire spazio a una nuova generazione di artisti contemporanei.

In quel passaggio storico, Venezia dimostrava ancora di possedere una profonda consapevolezza culturale: l’arte non veniva interpretata come attrazione accessoria dell’economia turistica, bensì quale dispositivo civile capace di ridefinire l’identità stessa della città lagunare. Non è casuale che una delle figure più lucide di quel periodo sia stata Filippo Grimani, il quale — nella duplice veste di sindaco e presidente della Biennale — comprese con straordinario anticipo diplomatico che la funzione dell’istituzione non consistesse nella mera spettacolarizzazione del prestigio veneziano, ma nella costruzione di una vera e propria “cultura d’animo”: una pedagogia pubblica della sensibilità, della responsabilità e dell’apertura internazionale.

Grimani intuì che la Biennale dovesse agire come infrastruttura spirituale della modernità europea, non come dispositivo ornamentale destinato al consumo rapido delle masse. In questo senso, la sua visione appare oggi drammaticamente distante dall’orizzonte politico contemporaneo del territorio lagunare, sempre più subordinato alle logiche del turismo di massa e alla monetizzazione compulsiva dell’esperienza culturale. La Venezia contemporanea sembra infatti aver progressivamente sostituito la propria storica vocazione laboratoriale con una gestione estrattiva dell’immagine urbana, nella quale anche la Biennale rischia di diventare appendice spettacolare dell’economia turistica globale.

È precisamente qui che si situa il nodo più profondo della crisi attuale: la Biennale appare sempre meno fedele alla propria origine e alla propria tradizione storica. Non perché abbia smarrito il linguaggio dell’innovazione formale, ma perché sembra aver reciso quel legame etico tra arte, coscienza pubblica e responsabilità politica che ne aveva fondato la legittimità internazionale. L’istituzione, nata come spazio di confronto culturale e diplomazia simbolica fra i popoli, tende oggi a ridursi a piattaforma ipervisibile di consumo esperienziale, dove il valore dell’opera viene subordinato alla sua capacità di produrre traffico, esposizione e spettacolarità mediale.

La manifestazione pare così configurarsi come un “valzer del moscerino”: un movimento vorticoso e autoreferenziale, incapace di incidere realmente sul presente storico che pretende di interrogare. Tale dinamica si riflette anche nella crescente rinuncia di numerosi artisti alla competizione per l’ambitissimo Leone attribuito dalla giuria del pubblico. Una scelta che non deve essere letta come gesto di disimpegno, bensì come sintomo critico di una sfiducia sempre più diffusa nei confronti dei meccanismi spettacolari e plebiscitari che governano la ricezione dell’opera contemporanea. In questo senso, il rifiuto del concorso diviene esso stesso un atto politico: il tentativo di sottrarre la pratica artistica alla riduzione algoritmica del consenso e alla gamificazione mediatica dell’esperienza culturale.

È qui che il pensiero di Marshall McLuhan riemerge con una lucidità quasi profetica. La Biennale contemporanea sembra infatti confermare tragicamente il celebre assioma secondo cui “il medium è il messaggio”: l’opera non viene più interrogata nella propria profondità semantica, ma consumata attraverso il dispositivo che la veicola. Il padiglione diventa sfondo instagrammabile, l’installazione si converte in contenuto condivisibile, mentre l’esperienza estetica viene compressa nella temporalità accelerata dello scroll digitale. Non è più l’arte a produrre riflessione; è il medium a determinare preventivamente la forma stessa del pensiero possibile.

Emblematico, in tal senso, resta il celebre episodio cinematografico orchestrato da Woody Allen in Annie Hall. In una scena ormai paradigmatica della cultura contemporanea, un intellettuale pontifica in fila al cinema su McLuhan interpretandone arbitrariamente il pensiero; improvvisamente, Allen estrae il vero McLuhan da dietro un cartellone pubblicitario, permettendogli di smentire direttamente il suo improvvisato esegeta. La sequenza anticipa con straordinaria precisione il cortocircuito odierno tra competenza, rappresentazione e simulacro: ciò che conta non è più comprendere il contenuto, ma performare pubblicamente l’apparenza della conoscenza. La Biennale sembra oggi abitare precisamente questo paradosso mcluhaniano, trasformandosi in uno spazio dove il commento sull’arte rischia di sostituire l’esperienza dell’arte stessa.

Questa sordità istituzionale si riverbera inoltre in una dimensione sociale progressivamente desemantizzata dalla pressione entropica dei social media, che trasmuta i padiglioni nazionali in ricettacoli di spazi inani, improntati a un decorativismo rapsodico più affine alle logiche mercantili di un salone del mobile che alla radicalità della ricerca artistica. È qui che emerge con maggiore evidenza la crisi del mandato pedagogico dell’istituzione: l’arte, anziché configurarsi quale estremo baluardo della riflessione critica e dell’elevazione del pensiero verso la giustizia, viene svilita a mero scenario di aggregazione mondana, a fondale per party, networking e ritualità performative svuotate di responsabilità civile.

Si avverte pertanto l’urgenza di ricostruire un’etica dello sguardo e dell’ascolto, educando nuovamente al rispetto e restituendo all’atto creativo la propria funzione pedagogica e comunitaria. L’arte deve tornare a essere spazio di elaborazione della complessità, pratica di creatività sociale e dispositivo relazionale capace di ricordarci che, prima di ogni confine geopolitico, permane una comune appartenenza umana. In questo deserto di senso, l’Italia manifesta una significativa vacanza di rappresentanza nella mostra centrale, rivelandosi spesso sorda alle istanze di ecosostenibilità, inclusione e parità rivendicate dal consesso europeo.

Eppure, entro i confini di questa cinica “battaglia navale” geopolitica, sopravvivono rari eterotopi di resistenza che utilizzano il corpo e lo spazio come trincea sensoriale.

È il caso del Padiglione della Grecia, dove l’installazione Escape Room di Andreas Angelidakis si configura come una discoteca q***r: un ambiente ibrido che rifiuta l’evasione per trasformarsi in denuncia, facendo del nightclub l’ultimo asilo politico e fenomenologico contro gli stigmi dell’identità negata e le persecuzioni che ancora colpiscono l’omosessualità nei sistemi patriarcali contemporanei.

Nel Padiglione Polonia, Liquid Tongues di Bogna Burska e Daniel Kotowski costruisce invece una fenomenologia della comunicazione interspecie, nella quale il linguaggio verbale viene progressivamente decentrato a favore di una coralità sensoriale e segnica. Attraverso la collaborazione con un coro composto da persone sorde e udenti, l’opera traduce i codici sonori delle balene in un dispositivo audiovisivo che interroga radicalmente le strutture normative dell’ascolto contemporaneo. Più che una semplice installazione immersiva, Liquid Tongues appare come una critica poetica all’egemonia della parola dominante e alla violenza invisibile esercitata dai sistemi comunicativi occidentali sul corpo e sulla differenza.

A questa fenomenologia della carne risponde la pulsione distruttiva del Padiglione Belgio. Il progetto IT NEVER SSST, curato da Caroline Dumalin, vede l’artista Miet Warlop orchestrare una processione di tavolette in gesso che si annientano reciprocamente in un’arena performativa attraversata da gestualità convulse e vitali. Ne emerge una metafora icastica della Netflix Generation e di una cultura che consuma se stessa nell’istante stesso della propria serializzazione.

Il resto dell’esposizione sembra invece indulgere in un’inquietante iper-catalogazione del potere che riecheggia le volumetrie totalizzanti di Metropolis. Dalle visioni distopiche di Henrike Naumann e Sung Tieu nel padiglione tedesco, fino all’accumulo parossistico di cartoline parietali di Oriol Vilanova nel padiglione spagnolo Los restos, lo sguardo del visitatore viene investito da un flusso informativo che produce stordimento cognitivo anziché illuminazione critica. È un’estetica della saturazione che trova il proprio unico e lacerante contrappunto nel Padiglione dell’Ucraina.

Qui, lontano dalle frivolezze esornative e dalle derive spettacolari della registrazione seriale, si impone Security Guarantees di Zhanna Kadyrova: un origami d’acciaio a forma di cervo, evacuato dal fronte di Pokrovsk e sospeso a una gru come un monito immobile e granitico. In quest’opera la fragilità simbolica della carta si salda alla materialità del trauma, ricordandoci che, mentre la Laguna continua a giocare ai simulacri con i destini globali, l’unica possibilità di sopravvivenza simbolica risiede in un’arte che abbia ancora il coraggio di farsi materia, testimonianza e verità.

Ed è precisamente in questa postura etica che sopravvive il residuo autentico della funzione artistica contemporanea: non nell’ipertestualità del sistema mediatico né nella ricerca compulsiva di consenso algoritmico, ma nella capacità di mantenere la testa alta dinanzi alla storia del proprio presente. Per un artista, stare dalla parte giusta della storia non costituisce soltanto una scelta morale, ma una forma di resistenza contro l’appiattimento spettacolare del reale. In un tempo dominato dalla sovraesposizione comunicativa e dalla mercificazione del dissenso, la dignità di un’opera non si misura attraverso l’indice di visibilità o il consenso immediato del pubblico, bensì nella sua capacità di opporre complessità, memoria e responsabilità alla dissipazione mediale del senso.

Testo e video G.R. © gabrieleromeo.it

Gabriele Romeo Gabriele Romeo

09/05/2026

We are pleased to announce the new Board of AICA Polska :

President: Arkadiusz Półtorak
Vice-Presidents: Piotr Kosiewski, Zofia Machnicka
Secretary General: Jagna Domżalska
Treasurer: Marta Kudelska
Board Members: Alek Hudzik, Aleksy Wójtowicz

Congratulations to all newly elected members. We look forward to their work in supporting art criticism, curatorial dialogue, and the contemporary art community in Poland and beyond!

Photos from Gabriele Romeo's post 09/05/2026

Venetian Synthesis: The Consecration of San Giacomo in Paludo 🏝️✨👏🖼️

Beyond the ephemeral pulse of the city, a new cultural meridian has been established in the Northern Lagoon. Fondazione Sandretto Re Rebaudengo formally inaugurates its Venetian outpost: San Giacomo in Paludo, a masterful reclamation of a Napoleonic military site reimagined as a sanctuary for contemporary discourse and ecological stewardship.The architectural soul of the island remains the “Leaning Church” (La Chiesetta) ⛪📐.

Rather than imposing a corrective structural rigidity to its historic subsidence, the restoration honours its precarious inclination. This “slant” is celebrated as a poetic subversion of space, where the antiquity of the stone meets the fluidity of the water.

The Curatorial Narrative 🎨
The island’s debut is defined by a profound semiotic dialogue between the landscape and its invited protagonists:

🔹 The Interior Sanctum: Within the hallowed, tilting nave of the church, Cathy Wilkes (b. Belfast, 1966) has composed a site-specific installation of extraordinary restraint. Her assemblage of ethereal figures and found ephemera feels like a quiet exhumation of the island’s collective memory.

🔹 The Celestial Axis: Tethered above the vaulted gunpowder magazines, the sculptural kites by Matt Copson (b. Oxford, 1992) transform the Venetian bora into a kinetic performance, bridging the gap between terrestrial ruins and the boundless sky.

🔹 The Living Landscape: Encircling the site, a permanent sculpture garden integrates contemporary forms with local flora. Simultaneously, the magazines host the inaugural exhibition “Don’t have hope, be hope!”, a rigorous intellectual call to active optimism.San Giacomo in Paludo transcends the traditional gallery model; it is a meditative pilgrimage. It invites the spectator to witness a rare harmony between medieval heritage and the vanguard of contemporary thought.
📍 San Giacomo in Paludo, Venice.

👏👏👏👏👏👏

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Gabriele Romeo Gabriele Romeo

Photos from Gabriele Romeo's post 09/05/2026

La nuova trilogia filmica di Shirin Neshat si impone come una delle più profonde riflessioni contemporanee sulla condizione dell’esilio, non soltanto in senso geopolitico, ma ontologico e percettivo. In DO U DARE! il soggetto migrante non viene rappresentato come figura sociologica definita dalla semplice appartenenza culturale, bensì come coscienza fratturata, sospesa in una dimensione liminale dove identità, memoria e immagine entrano in uno stato di continua instabilità. La mostra costruisce così una fenomenologia dell’estraneità contemporanea, nella quale il corpo diviene il luogo in cui si sedimentano simultaneamente trauma storico, desiderio di riconoscimento e dissoluzione del sé.
La radicalità dell’opera emerge con particolare forza nel presente storico, segnato da un ritorno violento delle tensioni geopolitiche, dall’irrigidimento delle identità nazionali e dalla crescente incapacità di elaborare una dimensione autenticamente interculturale. Guerre, migrazioni forzate, radicalizzazioni religiose e nuove forme di nazionalismo stanno producendo una crisi profonda dell’idea moderna di appartenenza. In questo scenario, Neshat non propone alcuna riconciliazione pacificata: la sua ricerca insiste piuttosto sulla ferita, sullo spazio irrisolto della frattura. I suoi personaggi abitano una soglia permanente, troppo lontani dalla terra d’origine per potervi ritornare simbolicamente, ma al tempo stesso impossibilitati a coincidere pienamente con il mondo occidentale che li accoglie.

Il corpo perde la propria immediatezza percettiva e diventa superficie continuamente mediata dallo sguardo sociale, politico e mediatico. I soggetti di Neshat non vivono il mondo come spazio abitabile, ma come campo di tensioni che li costringe incessantemente a ridefinire la propria presenza. L’identità non appare più come essenza stabile, bensì come costruzione fragile sottoposta a dispositivi di visibilità e disciplinamento.

Questa instabilità viene resa attraverso una complessa architettura iconografica che intreccia la tradizione persiana con l’estetica del capitalismo visuale occidentale. L’immagine in Neshat conserva infatti una dimensione rituale e contemplativa profondamente radicata nella cultura persiana. Le posture statiche, la frontalità ieratica dei volti, la sospensione temporale delle scene e la densità simbolica dello spazio richiamano tanto la miniatura safavide quanto la tradizione poetica sufi, nella quale il visibile rimanda costantemente a una dimensione ulteriore, invisibile e spirituale. Come nella calligrafia persiana, anche qui il segno visivo non esaurisce mai il proprio significato nella semplice rappresentazione, ma apre a una dimensione metafisica dell’assenza e del desiderio.

La figura femminile assume così una funzione simbolica complessa. Non è soltanto corpo politico o soggetto oppresso, come in parte accadeva nelle opere precedenti dell’artista, ma diventa spazio di collisione tra differenti regimi dello sguardo. Il corpo della donna è contemporaneamente memoria culturale, dispositivo performativo e superficie mediatica. Neshat costruisce una vera e propria iconografia della vulnerabilità contemporanea: i suoi personaggi sembrano oscillare continuamente tra il desiderio di sottrarsi allo sguardo e la necessità di esistere attraverso di esso.

È precisamente in questa tensione che l’opera dialoga con la riflessione di Guy Debord sulla società dello spettacolo e con la teoria di Jean Baudrillard relativa alla simulazione e al consumo delle immagini. L’America rappresentata nella trilogia non coincide semplicemente con uno spazio geografico, ma con una macchina iconografica fondata sulla produzione incessante di visibilità. La soggettività contemporanea viene assorbita all’interno di un sistema che trasforma ogni esperienza in immagine circolante, ogni trauma in contenuto estetico, ogni identità in performance consumabile.

La dimensione del consumismo di massa emerge allora non tanto attraverso gli oggetti, quanto mediante la compulsione all’accumulazione dell’immagine. Il capitalismo contemporaneo non produce soltanto merci: produce incessantemente rappresentazioni del sé. Il soggetto digitale esiste soltanto nella misura in cui appare, si espone, si rende visibile. In questo senso la trilogia di Neshat intercetta con straordinaria lucidità ciò che Byung-Chul Han definisce la violenza della trasparenza contemporanea: una condizione nella quale l’individuo interiorizza volontariamente il bisogno di esporsi, trasformando la propria esistenza in superficie comunicativa permanente.

La protagonista di DO U DARE! incarna precisamente questa contraddizione. Da un lato la visibilità rappresenta una possibilità di emancipazione dall’invisibilità politica e culturale dell’esilio; dall’altro essa coincide progressivamente con una forma di dissoluzione identitaria. Più il soggetto cerca di esistere attraverso l’immagine, più rischia di ridursi a simulacro di sé stesso. Il corpo diventa allora terreno di colonizzazione simbolica: non più soltanto disciplinato dal potere politico o religioso, ma assorbito dai meccanismi di riproduzione mediatica e spettacolare.

La dimensione diasporica dell’opera dialoga inoltre con il pensiero di Homi K. Bhabha e Edward Said. I personaggi di Neshat abitano infatti quello “spazio intermedio” nel quale l’identità non coincide più con una patria, una lingua o una tradizione definite. L’esilio non appare semplicemente come perdita geografica, ma come condizione epistemologica permanente: vivere tra più mondi senza appartenere integralmente a nessuno di essi. Questa sospensione produce una coscienza tragica, ma anche una particolare capacità critica, poiché il soggetto diasporico osserva simultaneamente la violenza dell’orientalismo occidentale e le rigidità identitarie del proprio contesto originario.

Le ambientazioni urbane americane presenti nella trilogia accentuano ulteriormente questa condizione. Le architetture verticali, gli schermi, le luci artificiali e gli spazi impersonali della metropoli costruiscono un paesaggio di alienazione nel quale la folla non genera comunità ma dispersione. Neshat mostra una società fondata sull’iper-visibilità e al tempo stesso sull’impossibilità di un’autentica relazione. I corpi appaiono vicini fisicamente ma radicalmente separati sul piano esperienziale. La città contemporanea si trasforma così in uno spazio di solitudine collettiva.

L’aspetto più potente della mostra risiede tuttavia nella capacità di opporre a questa accelerazione spettacolare una temporalità diversa. Le immagini di Neshat rallentano lo sguardo, impongono silenzio, sottraggono il corpo alla rapidità compulsiva del consumo visivo contemporaneo. In un’epoca dominata dalla circolazione infinita delle immagini digitali, la sua estetica reintroduce la densità dell’attesa e della contemplazione. Ogni inquadratura sembra chiedere allo spettatore non di consumare l’immagine, ma di abitarla.

In questo senso DO U DARE! supera i confini della semplice denuncia politica o della narrazione autobiografica. La trilogia diventa una meditazione radicale sul destino contemporaneo del soggetto umano. Neshat mostra come il vero conflitto del presente non si consumi esclusivamente tra Stati o civiltà, ma all’interno della coscienza stessa, lacerata tra bisogno di appartenenza e desiderio di libertà, tra necessità di visibilità e volontà di sottrazione, tra memoria culturale e assimilazione globale.

L’opera assume quindi una portata universale: l’esilio narrato da Neshat non riguarda più soltanto la diaspora iraniana, ma l’intera condizione contemporanea. In una civiltà dominata dall’eccesso di immagini, dalla velocità della comunicazione e dalla frammentazione identitaria, i suoi personaggi incarnano la crisi profonda di un’umanità che rischia progressivamente di perdere non soltanto le proprie radici, ma anche la possibilità stessa di un’esperienza autentica del sé.

G. R. ©️

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09/05/2026

Shirin Neshat: Do U Dare! — A Forensic Dissection of the Digital Subject

At Palazzo Marin, Shirin Neshat’s cinematic trilogy constitutes a rigorous social and psychic autopsy.

Curated by Ilaria Bernardi and Bartolomeo Pietromarchi, Do U Dare! presents an analytical trajectory into the tragedy of Nasim Aghdam, framing it as the definitive paradigm of identitarian disintegration within the digital epoch.

🔴The exhibitionary circuit is governed by the diaphragm of red light: a chromatic apparatus that transmutes the palatial chambers into an ontological darkroom. This saturated vermilion serves as a threshold of perception, insulating the spectator whilst engendering a stark juxtaposition with the psychedelic video triptych.
Whilst the physical environment remains suspended in a liturgical stasis, the screens erupt in a convulsive montage of archival fragments and hallucinatory sequences.Neshat meticulously interrogates a fragmented political historiography: from the inaugural traumas of displacement during the Bush administration to the hyper-polarised, toxic aesthetics of the Trump era. It is a psychedelic chronicle wherein “informational nausea” and media saturation act as the primary catalysts for the dissolution of the self.

The analytical progression unfolds across three discrete chambers:

1️⃣ The Chamber of Identity: An inquiry into the unadorned existence of the exile—a body seeking sanctuary within a profoundly indifferent West.

2️⃣ The Chamber of Delirium: A study of the obsessive pursuit of digital visibility, wherein the psyche is mutated into a paranoiac loop of self-representation.

3️⃣ The Chamber of Sacrifice: The protagonist’s final act is divested of its sensationalist veneer and reconfigured as a ritualistic, metaphysical gesture—a terminal claim to existence in a system designed to render the individual invisible.

A profound and harrowing work that poses the ultimate question: to what extremity dare we go to be perceived?

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G. R.

🎞️👁️📍 Palazzo Marin, VeniceCurated by Ilaria Bernardi and Bartolomeo Pietromarchi.Promoted by Associazione Genesi and

Gabriele Romeo Gabriele Romeo

08/05/2026

Headline: ✨ THE ALCHEMY OF THE BODY: Marina Abramović and the Weight of the Soul

⚡There exists a precise juncture where flesh transmutes into light. At the Gallerie dell’Accademia, the exhibition "Transforming Energy" (2026) is not merely observed; it is endured as a cellular mutation.

💎🦴From a phenomenological perspective, Abramović does not exhibit objects, but rather "states of being". Here, perception ceases to be purely visual and becomes haptic: we feel the artwork upon our very skin.

💎 Ascension: The CrystalsIn pieces such as "Chair for Spirit Departure" (2015) or her renowned "Transitory Objects for Human Use", the artist employs quartz as a frequency generator. The crystal represents the body shorn of its flaws—pure, immortal vibration. It is the phenomenology of light: the object dissolves, leaving only the raw energy that permeates the spectator.🦴 The Descent: The BonesThis celestial ascent is counterbalanced by the brutal gravity of matter. Encountering the spectre of "Balkan Baroque" (1997) or the visceral intensity of "Carrying the Skeleton" (2008) reminds us that our spirit inhabits an architecture of calcium and anguish. Whilst the crystal symbolises an eternal future, the bone represents an ancestral past—the trauma that refuses to be erased.

🚀 Critical Synthesis:The brilliance of this curation lies in the juxtaposition. Whilst the Old Masters in the adjacent galleries sought to immortalise the physique through pigment, Abramović achieves this through presence.Crystals: Potential energy, silence, the welcoming void.Bones: Kinetic energy, the cry, the fullness of history.We are liminal beings, suspended between mineral purity and biological decay. Abramović holds up a mirror to this truth: we are but dust, yet dust capable of brilliance.
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Gabriele Romeo Gabriele Romeo Gallerie dell'Accademia di Venezia

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Indirizzo


Venice
30121