Reiki Riki

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07/06/2026

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TikTok · Superfabrieluca 02/06/2026

TikTok · Superfabrieluca 27.6K Mi piace, 2440 commenti. "5 anni che ti sopporto!”

25/05/2026

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Giustamente.
Perché cinque italiani morti in mare sono una tragedia enorme.

Ma nel rumore assordante di queste ore, quasi nessuno sta parlando dell’uomo in questa foto.
L’ultima della sua vita.

Si chiamava Mohamed Mahudhee.
Sergente maggiore delle Forze di Difesa Nazionali maldiviane.

Non era famoso.
Non aveva follower.
Non aveva un cognome importante.
Non aveva televisioni pronte a raccontare la sua storia.

Aveva solo una divisa.
E un senso del dovere così grande da costargli la vita.

Mentre il mondo guardava quella tragedia da lontano, lui è sceso davvero laggiù.
Nel buio.
Nella pressione del mare.
Nel silenzio terrificante degli abissi.

Per recuperare i corpi di cinque persone che non conosceva.
Cinque stranieri.
Cinque esseri umani.

Perché ci sono uomini che davanti alla morte non si voltano dall’altra parte.
Non cercano una scusa.
Non aspettano che sia qualcun altro a rischiare.

Scendono.

E lui lo ha fatto sapendo perfettamente che quella missione poteva ucciderlo.

“La sua morte dimostra quanto fosse difficile la missione”, ha dichiarato il portavoce del Presidente delle Maldive.

Già.
Ma questa morte racconta qualcosa di ancora più grande.

Racconta il valore di un uomo che ha messo la vita degli altri davanti alla propria.
Racconta un coraggio che oggi quasi non comprendiamo più.
Perché viviamo in un tempo in cui tutti filmano, commentano, giudicano…
ma sempre meno persone sono disposte a sacrificarsi davvero.

Mohamed Mahudhee sì.

È morto nel tentativo di restituire dignità a chi il mare aveva inghiottito.
È morto per permettere a delle famiglie di avere un corpo da piangere.
Una tomba su cui inginocchiarsi.
Un ultimo saluto.

E c’è qualcosa di devastante in tutto questo.

Perché spesso gli eroi veri non hanno un film.
Non hanno milioni di visualizzazioni.
Non diventano una tendenza.

Scompaiono in silenzio.

Un uomo maldiviano ha dato la vita per riportare a casa cinque italiani.
E forse il minimo che possiamo fare è pronunciare il suo nome.

Mohamed Mahudhee.

Perché il coraggio non ha nazionalità.
L’umanità non ha bandiere.
E gli uomini così meritano memoria.
Non silenzio.

La paura non sparisce. Viene superata da un compito.

Quando qualcuno è in pericolo, il cervello non diventa magicamente coraggioso.

Cambia priorità.

Davanti a una minaccia estrema, il sistema nervoso può bloccare, far fuggire o preparare all’azione. La differenza non è “non avere paura”. È riuscire a trasformare quell’attivazione in un comportamento orientato a uno scopo.

Qui succede questo.

Un ragazzo decide di entrare in una situazione che molti adulti avrebbero evitato.

Non perché il pericolo non esista.
Ma perché il cervello assegna a quel pericolo un significato più grande: raggiungere chi ha bisogno di lui.

La paura resta nel corpo.
Il battito accelera.
L’attenzione si restringe.
Il margine di errore diventa minimo.

Ma quando l’obiettivo è chiaro e affettivamente rilevante, le reti della minaccia non lavorano solo per scappare. Possono sostenere concentrazione, immobilità controllata, decisione e azione.

È per questo che certi gesti sembrano quasi irreali.

Non sono assenza di paura.
Sono paura organizzata intorno a una direzione.

Il coraggio, dal punto di vista del cervello, non è sentirsi calmi in una situazione facile.

È riuscire a muoversi verso ciò che conta mentre il sistema nervoso sta ancora rilevando pericolo.

Non sempre la forza arriva quando ti senti pronto.

A volte arriva quando il cervello capisce che qualcuno dipende da te.

E lì la paura non comanda più da sola.

Diventa energia da attraversare.

👉 Segui @drfantechi per scoprire altre ricerche spiegate in modo semplice e chiaro.

Fonti:
Nili, 2010, Fear Thou Not: Activity of Frontal and Temporal Circuits in Moments of Real-Life Courage, Neuron.
Mobbs, 2007, When Fear Is Near: Threat Imminence Elicits Prefrontal-Periaqueductal Gray Shifts in Humans, Science.
Roelofs, 2017, Freeze for Action: Neurobiological Mechanisms in Animal and Human Freezing, Philosophical Transactions of the Royal Society B.
Mikulincer, 2005, Attachment Security, Compassion, and Altruism, Current Directions in Psychological Science. 06/05/2026

https://www.instagram.com/reel/DX9xVpQtVjW/?igsh=azlxcjBwd3VkNjhz

La paura non sparisce. Viene superata da un compito. Quando qualcuno è in pericolo, il cervello non diventa magicamente coraggioso. Cambia priorità. Davanti a una minaccia estrema, il sistema nervoso può bloccare, far fuggire o preparare all’azione. La differenza non è “non avere paura”. È riuscire a trasformare quell’attivazione in un comportamento orientato a uno scopo. Qui succede questo. Un ragazzo decide di entrare in una situazione che molti adulti avrebbero evitato. Non perché il pericolo non esista. Ma perché il cervello assegna a quel pericolo un significato più grande: raggiungere chi ha bisogno di lui. La paura resta nel corpo. Il battito accelera. L’attenzione si restringe. Il margine di errore diventa minimo. Ma quando l’obiettivo è chiaro e affettivamente rilevante, le reti della minaccia non lavorano solo per scappare. Possono sostenere concentrazione, immobilità controllata, decisione e azione. È per questo che certi gesti sembrano quasi irreali. Non sono assenza di paura. Sono paura organizzata intorno a una direzione. Il coraggio, dal punto di vista del cervello, non è sentirsi calmi in una situazione facile. È riuscire a muoversi verso ciò che conta mentre il sistema nervoso sta ancora rilevando pericolo. Non sempre la forza arriva quando ti senti pronto. A volte arriva quando il cervello capisce che qualcuno dipende da te. E lì la paura non comanda più da sola. Diventa energia da attraversare. 👉 Segui @drfantechi per scoprire altre ricerche spiegate in modo semplice e chiaro. Fonti: Nili, 2010, Fear Thou Not: Activity of Frontal and Temporal Circuits in Moments of Real-Life Courage, Neuron. Mobbs, 2007, When Fear Is Near: Threat Imminence Elicits Prefrontal-Periaqueductal Gray Shifts in Humans, Science. Roelofs, 2017, Freeze for Action: Neurobiological Mechanisms in Animal and Human Freezing, Philosophical Transactions of the Royal Society B. Mikulincer, 2005, Attachment Security, Compassion, and Altruism, Current Directions in Psychological Science.

Gli esempi del video sono volutamente estremizzati, ma il messaggio centrale è chiaro: quando un uomo si pone in posizione di sottomissione, idealizza la donna o la mette su un piedistallo, altera l’equilibrio psicologico della relazione. A livello psicologico e sociale, questo atteggiamento comunica dipendenza, bisogno e mancanza di centratura, riducendo la percezione di valore e di leadership. Un uomo che “serve” invece di guidare perde il ruolo di riferimento emotivo.

Dal punto di vista biologico e comportamentale, l’attrazione è fortemente influenzata invece da segnali di sicurezza, direzione e stabilità. Postura, tono di voce, decisioni e capacità di mantenere i propri confini inviano al sistema nervoso dell’altra persona informazioni su protezione e affidabilità. Quando questi segnali sono presenti, si attiva una risposta di rilassamento: il controllo diminuisce, la fiducia aumenta.

In chiave evoluzionistica, la dinamica è coerente con la selezione di partner capaci di offrire contenimento e orientamento. Il “lasciarsi andare” femminile non è un atto volontario o razionale, ma un processo in gran parte inconscio che si attiva solo in presenza di pochi uomini percepiti come solidi, sicuri, centrati e fortemente maschili (quel maschile sano che la donna ricerca e brama). In quel momento emergono sensazioni di sicurezza, accoglienza e desiderabilità, che amplificano attrazione, coinvolgimento emotivo e desiderio.

In sintesi, quando l’uomo occupa il proprio ruolo con autenticità e forza calma, crea lo spazio perché la polarità femminile possa esprimersi pienamente, con effetti profondi sulla connessione e sull’intimità. 

👉 Il mondo ha bisogno di più uomini sani e mascolini. Se vuoi imparare come far emergere il lato femminile nelle donne attraverso la tua mascolinità, commenta METODO qui sotto.

#oltrelaseduzione #attrazione #seduzione 03/05/2026

https://www.instagram.com/reel/DUiweHEk0eK/?igsh=MTY4ZjJub2w2OWdpNQ==

Gli esempi del video sono volutamente estremizzati, ma il messaggio centrale è chiaro: quando un uomo si pone in posizione di sottomissione, idealizza la donna o la mette su un piedistallo, altera l’equilibrio psicologico della relazione. A livello psicologico e sociale, questo atteggiamento comunica dipendenza, bisogno e mancanza di centratura, riducendo la percezione di valore e di leadership. Un uomo che “serve” invece di guidare perde il ruolo di riferimento emotivo. Dal punto di vista biologico e comportamentale, l’attrazione è fortemente influenzata invece da segnali di sicurezza, direzione e stabilità. Postura, tono di voce, decisioni e capacità di mantenere i propri confini inviano al sistema nervoso dell’altra persona informazioni su protezione e affidabilità. Quando questi segnali sono presenti, si attiva una risposta di rilassamento: il controllo diminuisce, la fiducia aumenta. In chiave evoluzionistica, la dinamica è coerente con la selezione di partner capaci di offrire contenimento e orientamento. Il “lasciarsi andare” femminile non è un atto volontario o razionale, ma un processo in gran parte inconscio che si attiva solo in presenza di pochi uomini percepiti come solidi, sicuri, centrati e fortemente maschili (quel maschile sano che la donna ricerca e brama). In quel momento emergono sensazioni di sicurezza, accoglienza e desiderabilità, che amplificano attrazione, coinvolgimento emotivo e desiderio. In sintesi, quando l’uomo occupa il proprio ruolo con autenticità e forza calma, crea lo spazio perché la polarità femminile possa esprimersi pienamente, con effetti profondi sulla connessione e sull’intimità. 👉 Il mondo ha bisogno di più uomini sani e mascolini. Se vuoi imparare come far emergere il lato femminile nelle donne attraverso la tua mascolinità, commenta METODO qui sotto. #oltrelaseduzione #attrazione #seduzione

15/01/2026

https://www.facebook.com/share/p/1Bmnrc4nDf/

FABIO VOLO – HO IMPARATO A ESSERE PADRE QUANDO HO SMESSO DI ESSERE MARITO

Ho scoperto di essere un padre migliore nel momento in cui mi sono ritrovato solo. È stata una rivelazione che non avevo previsto. Ho capito di essere più presente, più attento, più responsabile, perché non potevo delegare nulla. C’ero solo io, e questo mi ha costretto a ti**re fuori una parte di me che prima non conoscevo davvero.

Quando è arrivato il momento di dirci che forse era meglio separarci, ero io quello più spaventato. Non perché l’amore fosse finito, ma perché l’idea di cambiare faceva paura. Ho sempre saputo che restare insieme non equivale automaticamente ad amarsi di più. Con Johanna non è venuto meno l’affetto, non è venuta meno la stima. È venuta meno, però, quella capacità reciproca di far emergere il meglio l’uno dell’altra.

Ho creduto a lungo che l’amore dovesse coincidere con la convivenza, con il “restare sotto lo stesso tetto”. Poi ho capito che esistono legami che possono continuare anche senza quella forma. Ho pensato che sarei rimasto con lei per tutta la vita, se le cose avessero funzionato. Ma ho sentito che, se dentro una coppia viene meno qualcosa che ti tiene vivo, andare avanti diventa una forma di sopravvivenza, non di amore.

Ho riflettuto molto sul ruolo dei figli. Ho capito che uno dei grandi equivoci delle coppie è restare insieme per loro. Ho smesso di crederci. Ho capito che, a volte, ci si deve lasciare proprio per loro. Perché meritano la verità, non una rappresentazione stanca di qualcosa che non esiste più.

Essere padre, da solo, mi ha costretto a essere autentico. A non nascondermi dietro ruoli, abitudini o compromessi silenziosi. Ho scoperto che la qualità della presenza conta più della quantità delle persone in casa. E che crescere dei figli significa anche mostrare loro che si può scegliere la verità, anche quando fa paura.

LA VERITÀ COME ATTO D’AMORE NELLE FAMIGLIE CHE CAMBIANO

Le parole di Fabio Volo aprono uno squarcio sincero su un tema spesso affrontato con ipocrisia: la fine di una relazione non come fallimento, ma come trasformazione. In un immaginario collettivo ancora legato all’idea che “resistere” sia sempre una virtù, raccontare una separazione come un atto di responsabilità è un gesto controcorrente.

Colpisce soprattutto il ribaltamento di prospettiva: non restare insieme per i figli, ma lasciarsi per loro. È una frase che spiazza, perché mette in discussione uno dei pilastri morali più ripetuti e meno analizzati. Eppure contiene una verità scomoda: crescere in un ambiente dove l’amore è spento, dove l’autenticità viene sacrificata alla facciata, può essere più dannoso di una separazione vissuta con rispetto.

C’è anche un altro aspetto che emerge con forza: la paternità come percorso di crescita personale. L’idea che un uomo possa scoprirsi padre migliore nella solitudine rompe uno stereotipo ancora diffuso, quello del genitore “secondario”. Qui la solitudine non è abbandono, ma assunzione piena di responsabilità.

Questo racconto non idealizza la separazione, non la rende facile o indolore. La presenta per ciò che è: una scelta complessa, carica di paura, ma anche di lucidità. Una scelta che chiede maturità emotiva, capacità di guardarsi dentro e di ammettere che l’amore non sempre coincide con il restare.

In fondo, il messaggio più potente è questo: i figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di adulti veri. Di persone che sappiano mostrarsi coerenti, vive, oneste. Anche quando questo significa cambiare strada. Anche quando significa ammettere che l’amore, per continuare a esistere, deve cambiare forma.

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