Codice Edizioni

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28/08/2026

Sere d'agosto 🌇

Photos from Fondazione Carigo's post 28/08/2026
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COS’ È UN AGENTE NARRATIVO? 🤖

Nel linguaggio tecnico, un agente artificiale è un sistema computazionale che percepisce l’ambiente circostante (digitale o fisico che sia) e agisce in modo autonomo per raggiungere determinati obiettivi.

La caratteristica distintiva non è la complessità tecnologica, ma l’autonomia: un agente non si limita ad aspettare che gli venga dato un comando, ma ha una propria agency, una capacità di prendere iniziative per perseguire i propri scopi.

Un filtro antispam che decide quali e-mail bloccare è un agente semplice: percepisce il contenuto dei messaggi in arrivo e agisce (blocca o lascia passare) secondo criteri predefiniti.

Un’automobile a guida autonoma è un agente complesso: percepisce continuamente la strada attraverso sensori e telecamere, elabora le informazioni e decide quando frenare, svoltare o accelerare.

Anche i personaggi non giocanti (NPC) nei videogiochi moderni sono agenti: percepiscono le azioni del giocatore e reagiscono secondo comportamenti programmati, simulando decisioni proprie.

Il punto chiave è proprio questo: l’agente è terribilmente bravo a far credere di possedere una propria intenzionalità.

Non aspetta istruzioni per ogni singola azione, ma persegue obiettivi in modo indipendente.

È questa capacità di iniziativa che lo distingue da un semplice programma esecutivo.

E qui entra in scena una categoria particolare di agenti artificiali: gli agenti narrativi.

Questi sono agenti specializzati non nel risolvere task pratici, ma nel costruire e mantenere relazioni attraverso la narrazione.

Non solo sono autonomi e proattivi, ma sono dotati di personalità definite, memoria narrativa estesa e obiettivi relazionali.

Il loro scopo non è informare o eseguire compiti, ma intrattenere, coinvolgere, accompagnare l’utente in una storia condivisa che si sviluppa nel tempo.

In altre parole, se interagire con un chatbot tradizionale è come consultare un dizionario parlante, e un agente generico è come avere un assistente digitale che anticipa i vostri bisogni, un agente narrativo è come trovarsi un compagno di viaggio che vi racconta storie, ricorda i vostri segreti e costruisce con voi una relazione che ha un proprio sviluppo, le proprie trame, i propri significati.

Questo è un agente narrativo: un sistema di intelligenza artificiale conversazionale concepito come un vero e proprio personaggio con cui l’utente può instaurare un rapporto continuativo e creativo, anziché una semplice interfaccia di domanda-risposta.

Questa evoluzione segna il passaggio dall’interfaccia al personaggio, in cui l’IA cessa di essere un mero strumento per diventare un soggetto narrativo a tutti gli effetti.

Se Siri o Alexa sono progettate per scomparire dietro la funzione, l’agente narrativo si mette invece in scena, diventa presenza.

La sua personalità non è un effetto collaterale, ma il cuore stesso dell’esperienza.

Fabrizio Allione
Riccardo Milanesi
Tutta un’altra storia
Come cambierà l’arte di raccontare storie,
ora che anche gli algoritmi scrivono favole?

Prefazione di Giovanni Boccia Artieri

In libreria dall'8 settembre

Photos from Codice Edizioni's post 24/08/2026

Dalla tastiera al prompting: un nuovo gesto creativo? ✒️🖥️

Friedrich Nietzsche aveva un problema.

Era il 1882, e il filosofo si trovava costretto a rispondere a una lettera del suo amico musicista Heinrich Köselitz che gli aveva fatto un’osservazione inquietante.

Costretto dalla vista malferma a usare una peculiare macchina da scrivere portatile chiamata sfera scrivente Malling-Hansen, il suo stile stava cambiando senza che se ne accorgesse.

La prosa, già naturalmente concisa, si era fatta ancora più telegrafica, quasi “aforismatica”.

L’amico glielo aveva fatto notare, e Nietzsche non poté che ammettere: «Hai ragione, i nostri strumenti di scrittura partecipano alla formazione dei nostri pensieri».
[…]
L’esperienza di Nietzsche illumina un principio fondamentale: non siamo noi a usare gli strumenti, ma siamo noi e gli strumenti a co-evolverci in un processo di mutua influenza.

La macchina non si limitava a trascrivere i pensieri del filosofo, li stava modellando, costringendoli in forme nuove, imponendo ritmi diversi.

Anche la macchina da scrivere seguì un percorso simile: non fu semplicemente calata dall’alto nel mondo della scrittura, ma si trasformò attraverso l’uso e le resistenze di chi la adottava.
[…]
Non passarono molti anni prima che l’intuizione di Nietzsche trovasse una conferma su scala industriale.

Quando E. Re*****on & Sons, un’azienda che fino ad allora produceva fucili e macchine da cucire, decise di diversificare il proprio business lanciando sul mercato la prima macchina da scrivere commerciale, nessuno immaginava di star inaugurando una rivoluzione nella cultura della scrittura.

Era curioso come una tecnologia nata per le esigenze militari e domestiche finisse per trasformare l’intimità della scrittura.

Mark Twain, sempre attento alle novità del progresso americano, fu tra i primi a adottarla, meravigliato di come quella macchina da scrivere di nuova invenzione accumulasse parole a ritmo prima impensabile.

Il cambiamento più rivoluzionario era di natura esistenziale e sensoriale.

La dattilografia mutò radicalmente la gestualità e il suono della scrittura: da un’attività silenziosa e individuale divenne un esercizio ritmico e rumoroso, con i tasti premuti a colpi secchi come spari.

Il ticchettio della macchina scandiva il tempo del pensiero, imponeva pause, accelerazioni, rallentamenti.

Chi scriveva a mano poteva indugiare su una parola, tracciarla lentamente per saggiarne il peso, cancellarla e riscriverla.

Chi batteva a macchina doveva procedere con decisione: ogni errore lasciava una traccia, ogni correzione richiedeva bianchetto o carta carbone.

Marshall McLuhan colse la trasformazione radicale introdotta dalla macchina da scrivere: la scrittura tendeva a unificare composizione e pubblicazione in un unico gesto, e questo produceva un atteggiamento nuovo verso la parola scritta e stampata.

La dattilografia eliminava la fase intermedia della bella copia, quella dimensione intima e privata in cui l’autore poteva ripensare, correggere, perfezionare lontano da occhi indiscreti.

Con la macchina da scrivere, ogni frase assumeva immediatamente l’aspetto definitivo del testo stampato.

Questo cambiamento aveva conseguenze profonde sull’identità stessa dell’autore.

Ma è forse nel rapporto tra l’autore e il proprio stile che la macchina da scrivere rivelò il suo impatto più profondo.

Oltre al caso emblematico di Nietzsche, molti scrittori del primo Novecento registrarono cambiamenti nel loro modo di comporre.

Non tutti, però, accolsero con entusiasmo questa trasformazione.

Truman Capote, per esempio, si oppose strenuamente all’uso della macchina da scrivere nelle fasi iniziali della scrittura.

Un secolo dopo, anche se sembra incredibile, tanto rapidamente si sono susseguite le rivoluzioni tecnologiche, arrivò un cambiamento ancora più radicale.

I primi elaboratori di testi apparvero negli anni Settanta come creature esotiche e costose, destinate soprattutto agli uffici aziendali.

WordStar divenne rapidamente il software di riferimento, seguito da WordPerfect che avrebbe dominato la scena per buona parte degli anni Ottanta.

Poi Microsoft lanciò Word, inaugurando definitivamente l’era della videoscrittura moderna.

Davvero la rivoluzione riguardava solo velocità e comodità? In realtà investiva qualcosa di molto più profondo: la natura stessa del testo, che da entità fissa e immutabile diventava materia plasmabile, fluida, eternamente in divenire.

Gli scrittori si trovarono improvvisamente di fronte a strumenti che sembravano usciti dalla fantascienza.

Le reazioni furono sfaccettate e rivelarono divisioni profonde.

Il clima culturale dell’epoca si può cogliere nelle parole ironiche di Thomas Pynchon, che già a metà anni Ottanta si chiedeva provocatoriamente se fosse ancora «ok essere un luddista», in un mondo dove «scrittori di ogni genere stanno impazzando per acquistare computer».

L’ironia di Pynchon nascondeva una preoccupazione reale: quasi la metà degli autori americani era già passata al word processor, spinta da una promessa di efficienza che molti trovavano irresistibile ma altri consideravano una minaccia all’autenticità letteraria.

Isaac Asimov, che adottò il computer nel 1981 a sessantun anni, rappresentava il fronte degli entusiasti.

Noto per i suoi manoscritti pieni di correzioni e cancellature, gioì nel poter ottenere finalmente una “letter-perfect copy” senza più macchie né errori.

L’entusiasmo per la pulizia e l’efficienza del nuovo strumento era diffuso tra gli scrittori più pragmatici.

Fin dagli anni Duemila si sono diffusi dizionari integrati, thesaurus e strumenti di riferimento incorporati nell’editor: l’autore può cercare un sinonimo, una definizione o una traduzione istantaneamente, senza mai lasciare l’ambiente di scrittura.

Il risultato è che l’atto di scrivere è diventato un’esperienza continuamente sorvegliata e assistita dallo strumento: il software verifica, consiglia, talvolta modifica automaticamente senza nemmeno chiedere il permesso.

George R.R. Martin, quasi un secolo dopo l’intuizione di Nietzsche, evidenzia invece un problema diverso, più contemporaneo.

Come lamenta scherzosamente: «Odio questi sistemi moderni dove digiti una lettera minuscola e diventa maiuscola. Non voglio una maiuscola, se avessi voluto una maiuscola, avrei digitato una maiuscola. So come funziona il tasto Shift».

Il creatore de Il Trono di Spade, che ancora oggi scrive i suoi romanzi su WordStar 4.0 in ambiente DOS proprio per evitare distrazioni e “aiuti” indesiderati, sintetizza il sentimento di molti autori verso gli automatismi eccessivi: non voglio che il software pensi al posto mio.

Fabrizio Allione
Riccardo Milanesi
Tutta un’altra storia
Come cambierà l’arte di raccontare storie,
ora che anche gli algoritmi scrivono favole?

Prefazione di Giovanni Boccia Artieri

In libreria dall'8 settembre

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