Cub Scuola Università Ricerca
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19/06/2026
A scuola e in caserma
Adesso le Big Tech passano all’incasso
Stefano Borroni Barale e Maurizio Mazzoneschi
Domani alle 9 nell’aula magna del Rettorato dell’Università Roma Tre verrà inaugurata la Cattedra Unesco in Ethics of AI and Practical Wisdom, che avrà come titolari Mario De Caro (Roma Tre) e Benedetta Giovanola
(Macerata). Parteciperanno ai lavori, oltre a esponenti delle istituzioni e molti esperti, Marianna Bergamaschi Ganapini, Diego Marconi, Roberto Navigli, Enrico Panai e Luca Zanetti.
Dopo un iter legislativo non troppo rumoroso,
l’Italia si avvia a recepire il regolamento Ue
2024/1689, noto come “AI Act”. Il governo aveva infatti già licenziato la legge n. 132/25 recante “Principi in materia di ricerca, sperimentazione, sviluppo, adozione e applicazione di sistemi e di modelli di intelligenza artificiale”. Il 10 giugno sono arrivati i primi due decreti attuativi relativi all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella scuola e in operazioni di polizia. Proviamo qui ad analizzare i possibili effetti. La prima cosa che salta
all’occhio è che si tratta di due ambiti importanti, sia per gli effetti sulla società che per i dati economici in gioco: la scuola resta, anche dopo i ripetuti tagli succedutisi da Berlinguer fino a Valditara, uno dei capitoli di spesa maggiori, visibilmente maggiore di quanto lo Stato spenda in difesa e ordine pubblico.
Si tratta quindi di risorse importanti, che sono state reperite relativamente in fretta. Dove andranno queste risorse? Purtroppo è abbastanza facile dirlo: si tratta di acquistare software e servizi da un numero esiguo di
aziende (le solite Big Tech americane), o fare formazione per promuovere l’utilizzo dei software e dei servizi delle suddette aziende.
Tirando le somme: l’ennesimo trasferimento di fondi pubblici in mano privata. Come mai il governo, in un momento peraltro delicato per il bilancio dello Stato e in chiusura di legislatura, si rende disponibile ad approvare tali spese? Perché le imprese della Silicon Valley stanno puntando il tutto per tutto sull’ennesima operazione di marketing: far gonfiare le valutazioni già irrealistiche del proprio valore per passare all’incasso con lo sbarco in borsa.
Le due maggiori “startup” del settore, Anthropic e OpenAI, per esempio, hanno consegnato confidenzialmente la documentazione alla Sec (la commissione che supervisiona la borsa statunitense) e gli operatori attendono il debutto entro la fine del 2026. La necessità è pressante: dal successo di queste operazioni finanziarie dipende la sopravvivenza della “bolla AI” che, quasi da sola, sta trascinando l’economia americana al punto da non farle sentire il costo della f***e avventura in Iran.
Le novità per la polizia
Se le cose non fossero già abbastanza
preoccupanti dal punto di vista economico, ecco che la normativa stabilisce nuove regole per l’utilizzo di software di riconoscimento biometrico nella sicurezza pubblica e nelle attività di polizia. In questi ambiti, l’utilizzo di sistemi algoritmici solleva interrogativi particolarmente delicati: come tutelare i diritti umani fondamentali, la protezione dei dati personali e il controllo democratico su queste operazioni?
Il decreto prevede che il riconoscimento facciale in tempo reale sia realizzato «solo in casi eccezionali», ma non è chiaro il criterio secondo il quale tale eccezionalità andrebbe decisa, e il timore è che gli abusi siano estremamente difficili da individuare.
Una restrizione dei diritti fondamentali di tutti a fronte di un allargamento dell’arbitrio del potere esecutivo.
Le novità per la scuola
Il decreto prevede lo stanziamento di 100 milioni di euro, in aggiunta ad altrettanti allocati in precedenza dal Mim. Lo scopo dichiarato è di superare la logica dei semplici “corsi sull’Ia”
per andare a introdurre strutturalmente l’intelligenza artificiale come competenza trasversale lungo l’intero sistema educativo e professionale, partendo già dal primo ciclo.
Questo aspetto rivela la vera natura
dell’intera operazione. Mentre il governo scrive di essere impegnato a introdurre queste tecnologie «con un approccio antropocentrico» (in alternativa etico / consapevole / attento), procede nei fatti a esporre tutti gli allievi a questa nuova tecnologia, senza alcuna riserva o cautela, nemmeno nel caso in cui la tenera età dei discenti dovrebbe spingere a tenere in maggiore considerazione gli allarmi via via crescenti lanciati degli specialisti rispetto ai danni che tale esposizione potrebbe provocare.
Solo per citarne uno: nel processo di
apprendimento è importante che le e gli studenti interiorizzino la conoscenza necessaria per arrivare a un risultato, molto più che il risultato stesso. L’uso di Ia generativa promette di comprimere il tempo necessario al
processo, ma questo è esattamente il contrario di ciò che è necessario per apprendere. Sui molteplici problemi derivanti dall’adozione dell’Ia nei processi di apprendimento esiste ormai un’ampia letteratura.
07/06/2026
CHI DENUNCIA UN PERICOLO NON È IL PROBLEMA
Abbiamo letto con attenzione la notizia riportata da Tecnica della Scuola del 5 giugno 2026 relativa agli studenti che hanno diffuso fotografie di locali scolastici nel pordenonese danneggiati per denunciare possibili criticità, e alle successive prese di posizione di ANIEF, CISL, GILDA, SNALS, UIL in difesa dell’istituzione scolastica.
La vicenda, a nostro avviso, pone una questione molto più importante del dibattito sull’uso di un telefono cellulare o sulle modalità della segnalazione.
Per CUB Scuola Università e Ricerca la questione è molto semplice: chi denuncia un pericolo non è il problema. Il problema è il pericolo.
Da anni ci occupiamo di salute e sicurezza e sappiamo bene che incidenti, infortuni e tragedie trovano terreno fertile proprio dove prevalgono il silenzio, la sottovalutazione dei rischi e la paura di segnalare ciò che non va.
Per questo riteniamo singolare che, di fronte a fotografie che documentano situazioni di degrado o possibili rischi, parte del dibattito pubblico si concentri sul comportamento di chi ha effettuato la segnalazione anziché sulle condizioni denunciate.
La cultura della prevenzione si costruisce incoraggiando le segnalazioni, non scoraggiandole. Questo vale nei luoghi di lavoro e dovrebbe valere soprattutto nelle scuole.
Le nuove generazioni stanno spesso dimostrando una consapevolezza che molti adulti sembrano aver dimenticato: la sicurezza viene prima dell’omertà.
Infrangere il silenzio di fronte a un rischio non è una colpa. È un atto di responsabilità.
Non è un caso che, proprio nelle scorse settimane, la trasmissione Report abbia riportato all’attenzione nazionale le gravi criticità del patrimonio scolastico italiano, tra carenze strutturali, manutenzioni insufficienti e condizioni non sempre adeguate per studenti e lavoratori.
I dati emersi delineano una realtà per noi inaccettabile: oltre il 50% degli edifici scolastici e universitari risulta “in deroga”, ovvero in mancanza delle condizioni di agibilità e della documentazione sulla valutazione dei rischi.
In questo contesto, il vero problema non è chi documenta una situazione critica. Il vero problema è che quelle situazioni esistano.
Il vero scandalo non è una fotografia.
Il vero scandalo è che nel 2026 si debba ancora discutere se sia grave documentare un pericolo o se sia giusto attivarsi per eliminare il pericolo stesso.
Chi infrange il silenzio per la sicurezza sta dalla parte giusta.
CUB SCUOLA UNIVERSITA' RICERCA
NESSUNA LEZIONE DAI PRODUTTORI DI GUERRA
E' oggi necessario denunciare modo in cui la cultura della guerra riesce a presentarsi sotto le forme apparentemente neutre dell’innovazione, della didattica e del progresso tecnologico. Non solo propaganda esplicita, o retorica patriottica o mobilitazione militare diretta: la militarizzazione contemporanea agisce anche, e soprattutto, sul piano culturale, linguistico e simbolico. Si insinua nell’immaginario collettivo attraverso il lessico della modernizzazione, dell’eccellenza scientifica, delle competenze e del futuro.
È dentro questa trasformazione che va collocato il progetto “A scuola di STEM”, promosso da HUB Scuola insieme a Fondazione Leonardo ETS, emanazione culturale di Leonardo Spa, uno dei maggiori gruppi europei dell’industria bellica, dell’aerospazio e della sicurezza.
Cio' che va denunciato e' il rapporto tra sapere, potere e guerra nelle società contemporanee.
Quando un’industria che produce armamenti, sistemi di difesa, tecnologie di sorveglianza e infrastrutture militari entra nella scuola attraverso percorsi educativi rivolti ai bambini e agli adolescenti, non sta semplicemente “divulgando la scienza”. Sta contribuendo a costruire un immaginario politico e antropologico preciso: quello in cui il futuro viene concepito come uno spazio permanente di competizione tecnologica, sicurezza militarizzata e conflitto gestito attraverso l’innovazione.
Le parole utilizzate nel progetto sono estremamente significative: cybersicurezza, aerospazio, intelligenza artificiale, robotica, professioni del futuro. Termini apparentemente neutri, quasi inevitabili nel lessico contemporaneo. Eppure ciascuno di questi ambiti è oggi profondamente integrato nei nuovi apparati militari globali. L’intelligenza artificiale alimenta sistemi autonomi di guerra e infrastrutture di sorveglianza di massa; la cybersicurezza è ormai indistinguibile dalla guerra cibernetica permanente; l’aerospazio è uno dei principali terreni della militarizzazione geopolitica contemporanea; la robotica è parte integrante dell’automazione bellica.
Il punto decisivo è che questa connessione strutturale viene sistematicamente rimossa dal discorso educativo. Le tecnologie vengono presentate come strumenti neutri, inevitabili, quasi naturali. Scompare ogni riflessione sulle relazioni di potere che le producono, sugli interessi economici che le guidano, sui conflitti globali che alimentano. La scuola rischia così di diventare il luogo in cui non si insegna a comprendere criticamente il mondo, ma ad adattarsi docilmente alle sue logiche dominanti.
È una trasformazione coerente la societa' attuale, in cui la guerra non rappresenta più un’eccezione alla normalità democratica ma una sua componente strutturale. L’economia bellica non vive separata dalla vita civile: attraversa l’università, la ricerca, l’industria digitale, la comunicazione, l’intrattenimento e ora sempre più apertamente anche la scuola. Le grandi aziende della difesa non producono soltanto armi: producono narrazioni, visioni del futuro, modelli culturali. Investono nell’educazione perché sanno che il consenso non si costruisce solo nelle istituzioni politiche ma nella formazione dell’immaginario.
In questo quadro, l’enfasi sulle STEM assume una dimensione ideologica che raramente viene discussa. Le discipline scientifiche vengono valorizzate quasi esclusivamente in funzione della competitività economica e della superiorità tecnologica, mentre vengono marginalizzate le domande etiche, filosofiche e politiche. Si forma così una figura umana tecnicamente competente ma culturalmente disarmata: capace di progettare sistemi complessi senza interrogarsi sulle finalità sociali e storiche del proprio lavoro.
È la stessa logica che trasforma gli studenti in “capitale umano”, la conoscenza in risorsa strategica e la scuola in infrastruttura produttiva dello Stato tecnologico-militare. Una logica in cui la/il cittadin* ideale non è colei/lui che esercita pensiero critico, ma colei/lui che si integra efficientemente nei dispositivi economici e securitari del presente, come d'altronde dimostra anche la recente riforma degli istituti tecnici che rifiutiamo in toto allo stesso modo.
Servirebbe esattamente il contrario. Richiederebbe una scuola capace di mostrare che nessuna innovazione è innocente; che ogni avanzamento scientifico contiene conflitti, interessi, gerarchie e conseguenze materiali. Richiederebbe di insegnare non soltanto come funziona un algoritmo, ma chi lo controlla; non soltanto cos’è la cybersicurezza, ma come la paura venga utilizzata per giustificare nuovi apparati di sorveglianza; non soltanto cosa può fare l’intelligenza artificiale, ma quale modello di società sta contribuendo a costruire.
Perché il rischio più grande non è soltanto la presenza dell’industria bellica nella scuola. Il rischio più profondo è che la guerra smetta perfino di apparire come tale. Che venga interiorizzata come normale orizzonte del progresso. Che le giovani generazioni imparino a riconoscere la violenza sistemica solo quando assume forme spettacolari, senza vedere quella più silenziosa e pervasiva che organizza l’economia, la tecnologia e l’educazione contemporanea.
Ed è forse proprio questa la vittoria culturale più importante del militarismo contemporaneo: non imporre la guerra contro la società, ma riuscire a presentarla come sviluppo, innovazione, sicurezza, futuro.
A ciò noi rispondiamo non rifiutando la scienza, ma cercando di trasmettere ed infondere il dubbio per interrogarsi sulle finalità della scienza stessa, nella convinzione che le discipline STEM possano essere strumenti straordinari per affrontare i grandi problemi sociali, la crisi climatica, la salute pubblica, lo sviluppo di energie pulite, la cooperazione internazionale vs la politica di guerra e sappiamo che affinchè questo accada è necessaria una politica scolastica capace di mantenere autonomia critica rispetto agli interessi militari e industriali, perchè educare non significa preparare al mercato del lavoro, ma formare persone in grado di chiedersi non solo come funziona una tecnologia, ma a chi serve, per quali scopi, e quali conseguenze produce sulla società.
Per tutti questi motivi, la CUB Scuola Università Ricerca chiede ai docenti:
- di non aderire alle videolezioni promosse nell'ambito della collaborazione tra Mondadori, Rizzoli e Leonardo;
- di boicottare i prodotti editoriali e didattici dei soggetti contraenti;
- di promuovere percorsi educativi fondati sulla critica della guerra, dello sfruttamento, dell'oppressione.
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