AnpiSeriate
A.N.P.I. - Sez. Seriate F. Fasana Partigiano "Renato".
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16/06/2026
Sit in per la pace a Trescore Balneario.
07/06/2026
LA STORIA NON SI CANCELLA E NON SI RISCRIVE.
Dal mandante Mussolini al criminale Maletti padre, fino al figlio ideatore dei depistaggi: la dinastia nera che la democrazia ha covato in seno
Il fascismo in Italia non è morto nel 1945: si è semplicemente tolto la camicia nera per indossare la divisa della Repubblica nata dalla Resistenza. L'assurdità più drammatica e imperdonabile della nostra storia sta proprio qui: aver permesso che l'infamia, la deviazione ideologica e la spietatezza si tramandassero dalle direttive di un dittatore sanguinario ai campi di sterminio africani.
Bisogna smetterla una volta per tutte con la favola autoassolutoria del fascismo "buono" o del "Mussolini ha fatto anche cose buone". Mussolini è stato un assassino sanguinario, il regista lucido di una politica di sterminio di massa. In Etiopia non ci furono "eccessi di pochi generali esaltati": gli ordini di trucidare, gasare e liquidare chiunque si ribellasse partivano direttamente dal suo tavolo a Palazzo Venezia.
Nei suoi telegrammi ufficiali a Badoglio prima e Graziani dopo, Mussolini scriveva parole che non lasciano spazio a interpretazioni: "Autorizzo l'impiego dei gas", "Sia fatto sistematico uso dei lanciafiamme", "Tutti i ribelli catturati devono essere passati per le armi".
La regola del 10 a 1 fu proprio Mussolini a teorizzare e imporre la contabilità dell'orrore: per ogni italiano caduto, dieci etiopi dovevano essere trucidati. Un cinismo matematico feroce. Questa logica della rappresaglia sproporzionata non l'hanno inventata le SS. I nazisti, pochi anni dopo, applicarono contro gli italiani alle Fosse Ardeatine lo stesso identico algoritmo di morte che Mussolini aveva collaudato e inaugurato sulla pelle della popolazione etiope.
Il braccio armato di questa ferocia mussoliniana fu il generale Pietro Maletti, che in Etiopia si mosse con la freddezza burocratica di un macellaio.
Il 19 febbraio 1937, ad Addis Abeba, la resistenza attentò alla vita del viceré Rodolfo Graziani. Graziani si salvò e, applicando le direttive di Mussolini, individuò il grandioso villaggio monastico di Debre Libanos come il covo morale della ribellione.
Ricevuto l'ordine di fare tabula rasa, Maletti circondò il monastero il 19 maggio 1937. Per tre giorni fece caricare i sacerdoti e i monaci anziani su dei camion, li portò nella località isolata di Shinkurt e li fece fucilare a gruppi di fronte a fosse comuni (circa 450 persone). Il 26 maggio, per non lasciare testimoni, fece massacrare nella zona di Debre Berhan tutti i diaconi rimasti, i giovani studenti di teologia e gli insegnanti (altre 129 persone, più centinaia di civili). Le sue truppe saccheggiarono persino l'oro e i manoscritti storici del monastero.
Mentre il regime insabbiava tutto parlando di poche centinaia di morti, gli storici hanno dimostrato che a Debre Libanos Maletti fece trucidare tra le 1.400 e le 2.000 persone. Il più grande massacro mai avvenuto sul continente africano, benedetto da Roma.
La neonata Repubblica, invece di fare tabula rasa, di processare i criminali di guerra e di attuare un'epurazione radicale, scelse la via del colpo di spugna con l'amnistia di Togliatti. Si è permesso ai fascisti non solo di rimanere nei posti chiave dell'esercito, dei tribunali e dei servizi segreti, ma si è garantito loro il diritto di fare proselitismo. Sotto la guida di figure mai pentite come Giorgio Almirante, il neofascismo ha potuto riorganizzarsi, fare scuola, fare cultura, crescere generazioni di eredi politici e covare la propria vendetta ideologica.
Il conto di quel disastro storico lo stiamo pagando oggi. Quel proselitismo indisturbato ha dato i suoi frutti avvelenati. Oggi, al governo della nazione, siedono i nipotini di Mussolini, i nipotini del fascismo, i nipotini di Almirante.
La Repubblica italiana è una nazione nata dal sangue e dai sacrifici dei nostri giovani partigiani che hanno combattuto, sofferto e sono morti per cacciare i nazifascisti. La nostra è una democrazia fondata sull'antifascismo, protetta da una Costituzione rigidamente antifascista. Eppure, proprio sulle poltrone più alte di quella democrazia, oggi siedono gli eredi politici di chi quella democrazia voleva abbatterla con le bombe e con i depistaggio. Il risultato lo abbiamo pagato con il sangue dei cittadini: quegli stessi apparati mai disinfettati hanno covato la vendetta nera degli anni Settanta, sbarrando la strada alla giustizia e proteggendo i massacratori.
Abbiamo tollerato il passato, abbiamo perdonato i carnefici, abbiamo permesso loro di tramandare il culto della dittatura di padre in figlio. E oggi, la Repubblica nata dalla Resistenza si ritrova governata dagli eredi politici di chi ha insanguinato la sua storia. Questo è il prezzo carissimo dell'amnistia e della memoria corta.
Piccola appendicite: il figlio del generale Maletti, Gianadelio, è diventato nel 1971 il capo del Reparto D (Controspionaggio) del SID, si dimostrò un degno erede del padre usò il potere dello Stato non per difendere i cittadini, ma per proteggere i terroristi neri.
Quando la magistratura iniziò a scoprire che la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969, 17 morti) era stata pianificata dai neofascisti di Ordine Nuovo, Gianadelio Maletti attivò la macchina dei depistaggi.
Mentì sistematicamente ai giudici per coprire l'informatore del SID e neofascista Guido Giannettini; distrusse i fascicoli probatori; fabbricò piste false per incolpare gli anarchici e organizzò materialmente la fuga clandestina in Spagna dei terroristi neri per sottrarli agli interrogatori. Condannato in via definitiva per falso ideologico e favoreggiamento personale, fuggì nel 1980 in Sudafrica, protetto dal regime razzista dell'apartheid. Lì è morto da uomo libero e benestante nel 2021, a 100 anni suonati, portando con sé i segreti più inconfessabili della Repubblica.
Raffaele De Santis
🟥 I CRIMINI NASCOSTI: IL MASSACRO DI OPATIJA DEL 6 GIUGNO 1942
6 giugno 1942. Una data che la retorica del "brava gente" ha cercato di seppellire sotto il tappeto della storia, ma che il sangue e i documenti restituiscono intatta nella sua ferocia.
Un comunicato ufficiale firmato dal generale Lorenzo Bravarone documenta, con la freddezza burocratica tipica dei carnefici, l’azione criminale compiuta dalle truppe d'occupazione italiane in Jugoslavia, nei pressi di Opatija (Abbazia), in Croazia.
Il bilancio di quella giornata di puro terrore fascista è agghiacciante:
12 persone passate per le armi tramite fucilazione sommaria, senza straccio di processo.
131 civili deportati (i loro stessi familiari), strappati alle proprie case, visti come "carico residuo" da inviare nei campi di concentramento italiani.
La favola infranta del "Brava Gente"
Per decenni ci hanno raccontato la favola del soldato italiano buono, contrapposto alla spietatezza tedesca. La realtà nei Balcani fu un'altra, fatta di villaggi bruciati, ostaggi fucilati per rappresaglia e popolazioni deportate in massa (Arbe/Rab vi dice qualcosa?).
Le truppe italiane in Jugoslavia non portarono "civiltà", ma una strategia deliberata di terrore e terra bruciata per annientare la resistenza partigiana, colpendo indiscriminatamente i civili.
Non ci sono scuse, non ci sono giustificazioni. Quella di Opatija fu un'atrocità in piena regola, pianificata dai vertici militari e黙eseguita sul campo. Ricordare queste date non è un esercizio di stile, è un dovere morale per fare i conti con la nostra storia, senza sconti e senza censure.
05/06/2026
L’8 marzo del 2021 Emanuele Pozzolo pubblicava sui social una battuta sulle donne al volante: una Ford Fiesta incidentata, una donna accanto e la scritta "Fiesta delle donne", accompagnata da auguri alle "femmine". Due giorni fa il parlamentare di Futuro Nazionale è finito fuori strada con il proprio SUV nel biellese. Secondo quanto riportato da diverse testate, l'alcol test avrebbe rilevato un tasso alcolemico circa doppio rispetto al limite di legge, con conseguente ritiro della patente e contestazione della guida in stato di ebbrezza. Pozzolo ha attribuito l'incidente all'aquaplaning e alle condizioni dell'asfalto bagnato, frignando sui social per “le ingiuste accuse” che gli stanno muovendo.
Parliamo dello stesso Pozzolo diventato famoso in tutta Italia per la vicenda dello sparo di Capodanno 2023-2024, quando da una sua arma partì un colpo che ferì un partecipante a una festa. Una storia che gli è costata prima la sospensione e poi l'espulsione da Fratelli d'Italia.
Oggi è stato raccolto dal generale Vannacci, che per far crescere l’ennesimo partito personale sta letteralmente raccattando ogni elemento che gli capita a tiro.
D’altro canto anche il Dvce era un noto misogino, aveva problemi di dipendenze, ed è stato il più grande voltagabbana della storia italiana.
C’è da dire che sono coerenti.
04/06/2026
💔
04/06/2026
Siamo vicini alle famiglie dei braccianti giustiziati e all’ANPI Provinciale di Cosenza.
AMENDOLARA BRUCIA LE COSCIENZE: SABATO 6 GIUGNO IN PIAZZA CONTRO CAPORALATO, SFRUTTAMENTO E BARBARIE CON LA CGIL CALABRIA
L’ANPI Provinciale di Cosenza esprime dolore e indignazione per la strage di Amendolara, un crimine efferato che scuote le coscienze e interroga profondamente la nostra terra.
Quattro braccianti sono stati arsi vivi dopo avere vissuto e lavorato in un sistema segnato da sfruttamento, ricatto e disumanizzazione. Non è solo una tragedia criminale: è il fallimento morale e sociale di un modello che rende invisibili gli ultimi e sacrifica la dignità umana.
Per la nostra Costituzione il lavoro deve essere fondamento di libertà, dignità e giustizia sociale, mai terreno di sfruttamento e paura. La Calabria conosce bene il prezzo pagato dai braccianti nelle lotte per i diritti e la dignità del lavoro agricolo: una memoria fatta di sacrifici, mobilitazioni e conquiste che non può essere dimenticata né tradita.
Proprio per questo preoccupa e amareggia il modo in cui troppo spesso il racconto pubblico e mediatico riduce il caporalato a fatto isolato o semplice cronaca nera, evitando di affrontare i sistemi di potere, le economie illegali e le reti criminali che alimentano lo sfruttamento del lavoro agricolo.
Il caporalato non è un fenomeno neutro né privo di contesto. Serve il coraggio di nominare le mafie e riconoscere il ruolo delle organizzazioni criminali nel controllo dei territori e delle economie illegali.
La lotta contro lo sfruttamento, il caporalato e ogni dominio criminale riguarda dunque la qualità della nostra democrazia e il futuro della Calabria. È una battaglia che chiama in causa istituzioni, società civile e tutte le forze democratiche.
L’adesione dell’ANPI Provinciale di Cosenza alla manifestazione indetta da cgil Calabria è una scelta di campo coerente con i valori antifascisti, con la memoria delle lotte per l’emancipazione sociale e con l’idea di una Repubblica che non può tollerare sfruttamento, paura e disumanità.
Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni democratiche, mondo del lavoro, della scuola e della cultura a essere presenti sabato ad amendolara, nei luoghi in cui si è consumato l’ennesimo orrendo crimine in danno dei diritti umani.
Per la dignità del lavoro.
Per la giustizia sociale.
Per una Calabria libera da sfruttamento e dominio criminale.
ANPI Provinciale Cosenza
CGIL Calabria Cgil Cosenza
L’immagine è opera del compagno Piobbichi
02/06/2026
https://www.patriaindipendente.it/servizi/marco-balzano-repubblica-e-chi-la-repubblica-fa-verso-un-2-giugno-a-casa-cervi/
Buona Festa della Repubblica dall' A.N.P.I. di Seriate, sez. Fortunato Fasana, Partigiano "Renato".
Marco Balzano: “Repubblica è chi la Repubblica fa”. Verso un 2 Giugno a Casa Cervi - Patria Indipendente • ANPI Lo scrittore racconta il senso della Festa che curerà nello spazio di Gattatico nell’80° della scelta istituzionale: un pomeriggio di incontri, monologhi e dialoghi dedicati all’impegno quotidiano per la democrazia. Dalla scienza alla letteratura, dai diritti allo sport, interverranno Dario Ve...
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| 20:30 - 23:45 |
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05/06/2026
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