CityLab 971
CityLab 971 sviluppa un legame tra la città
e le più interessanti produzioni artistiche
innovative e contemporanee, italiane ed internazionali.
10/04/2025
343,4 m/s by SPAZIOMENSA
presents
from Taipei,
Italian premiere,
and
27 Aprile h21:00
via Locri 42-44
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and
The National Culture and Arts Foundation.
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Spaziomensa and The National Culture and Arts Foundation.
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SPAZIOMENSA 343,4 m/s Betty Apple - Bosco Marino Acquista biglietti per SPAZIOMENSA 343,4 m/s Betty Apple - Bosco Marino a Teatro Lo Spazio il Dom, 27 apr 2025. Una serata electro con i migliori artisti: betty apple, bosco marino.
14/11/2024
GOODBYE971
❤️
Il saluto alla cartiera del CityLab, che cambia sede!
Performance, musica, arti visive al 971 di Via Salaria!
23 - 24 Novembre 2024, dalle 16:00 alle 23:00
Con: Brigdorius, Claudia Farrace, Cristallo Odescalchi, Daniele Culicelli, Eirene, Francesco Paolo Cipullo, Gio Montez, Mahtab Hoomanfar, Matteo Bussotti, Matteo Capogna, Pietro Zucca, Rachele Studer, Riccardo Eggshell, R.A.S.A., Sara Zanin, Sergio Saija, Tatiana Balchesini, Teresa Testa, Valerio Volpato e il collettivo Sensorium: Abel Jelmar Bosma, Alina Trionow, Ana Trif, Estelle Quarino, Kæy, Louis Meïko Touraille, Maddie Marone, Marijn Reiche
❤️
CityLab's farewell to the paper mill, changing location!
Performance, music, visual arts in Via Salaria 971!
November 23 - 24, 2024, from 4:00 PM to 11:00 PM
̈ssischekunst
28/09/2024
🔶IRO-DO La via del colore🔶
Una performance di Eliseo Sonnino,
a cura di Giorgia Basili e Domiziana Febbi,
che coniuga la filosofia delle arti marziali
e il tiro con l’arco con la pratica pittorica.
Performance finale e presentazione delle opere:
domenica 6 ottobre dalle 17:00 alle 22:00.
L’azione performativa avrà una durata di 7 giorni
e culminerà nella performance finale del 6 ottobre.
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Performance nella quale vengono messe in relazione pittura,
tiro con l'arco e arti marziali giapponesi.
Viene realizzata una tela per ogni giorno di performance,
ognuna di esse ha una base di colore diverso
in riferimento al concetto dei gradi delle cinture
utilizzate nelle arti marziali giapponesi quali il Judo o il Karate.
Dalla prima bianca alla settima nera.
Partendo da queste basi di colore precedentemente steso
le tele vengono dipinte attraverso le macchie di colore
causate dalla rottura di palloncini pieni di vernice colpiti
da una freccia e dal successivo intervento con pennelli o pennarelli.
Si vuole con questa performance suggerire un parallelismo
tra la ricerca pittorica e la ricerca del gesto perfetto attuata
nel tiro con l'arco e nelle arti marziali, sublimando le tre vie,
non solamente nel risultato finale di opere compiute
ma sopratutto nel processo di realizzazione delle stesse.
Il tiro con l'arco, anch'esso presente nella tradizione giapponese
è chiamato in terra nipponica Kyu do, via dell'arco.
Kyu sono anche i gradi delle cinture nel percorso
di formazione di un judoka e rappresentano gli stadi
di apprendimento, crescita ed evoluzione a partire
dalla purezza inconsapevole fino ad arrivare alla maturità
e alla coscienza del male, inteso come
nuovo punto di partenza basato sull'esperienza.
La pittura non è altro che lo specchio della vita,
della sua evoluzione e mutamento continuo
e attraverso la ricerca dell'equilibrio estetico
si vuole attuare un percorso simbolico che ne racconta i vari stadi.
La via del colore (Iro Do) è quella che vive e segue l'artista
in una costante ricerca di equilibrio,
ogni errore commesso sarà esperienza
per i passi successivi, passaggio naturale
per la crescita nella continua ricerca del gesto perfetto.
08/08/2024
The Hardcore Football 13 - 09
opening h. 18:00 con live performance
Celebriamo con una vena ironica e decadente un po’ di football dream nei suoi processi di traduzione, dalla dimensione globale ai reimpastamenti vernacolari di quelle locali. I raduni al bar, le partite ai campetti di zona, la politica ultras e l’idolatria iconografica. A fare da leitmotiv sonoro alla mostra è una base hardcore punk che riattualizza un connubio tra calcio e underground minacciosamente barocco.
artisti:
luzi__frankie
a cura di
crp e
23/06/2024
SPAZIO MENSA
è un artist-run space che si configura come luogo di accoglienza e di sperimentazione.
Un avamposto di resistenza finalizzato a valorizzare il fermento artistico romano,
che ospiterà al suo interno artisti che contribuiscono alla costruzione di un dialogo basato sullo scambio e sulla gestione orizzontale della proposta espositiva.
Grazie alla sua struttura dinamica di spazio relazionale, in cui le diverse pratiche artistiche possono dialogare e confrontarsi al di là delle divisioni disciplinari, SPAZIO MENSA offre una risposta energica alle esigenze della città e della new reality attuale, in cui l’arte e tutto ciò che la riguarda stanno subendo una netta e improvvisa trasformazione verso qualcosa di ancora indefinito.
TAVOLA CALDA
Breviario curatoriale per una mensa
di Gaia Bobò
What’s cooking?
Il verbo inglese “to cook” definisce uno spazio di sovrapposizione tra il significato può comune, “cucinare”, e il meno frequente “fare, combinare”. Il corrispettivo italiano più fedele potrebbe forse trovarsi nella domanda “cosa bolle in pentola?”, un’immagine che evoca un magma sommerso, nascosto sotto un coperchio, dove il lavorio del fuoco non si vede, ma se ne intuiscono i segni: il fumo, i profumi. In effetti, il legame sottostante all’ambiguità traduttiva di cooking pare risiedere proprio nella sussistenza di una spontanea e istintiva curiosità, o appetito.
L’intelligente suggestione gastronomica rilanciata dalla regia di SPAZIOMENSA non solo attiva un dialogo con l’identità dello spazio, ma è anche una dichiarazione di intenti: la volontà di cogliere un fermento, quello della “scena romana”, per poterlo mettere sul piatto, espresso, cotto e mangiato.
Approcciando lo spazio come curatrice, non posso non riflettere sulle evidenti difficoltà di manipolazione di un ambiente dall’identità e dall’estensione così fortemente determinata. Trovo anche spontaneo, di conseguenza, interrogarmi sulla condizione di reciproca influenza in cui opere e spazio andranno a trovarsi di volta in volta, portando alla definizione di una nuova identità espositiva.
Ma ancora, filologicamente, mi interrogo su come una mensa di un ex complesso industriale possa dialogare con la sua trasformazione in spazio espositivo sperimentale, in un futuro-presente distopico di cui oggi siamo protagonisti. La sedimentazione degli anni di abbandono e degrado che il complesso dell’ex-cartiera di via Salaria si è trovato ad attraversare negli ultimi decenni abita e riempie lo spazio come una presenza tangibile, uno spettro che dovrebbe porsi come il primo interlocutore dell’artista o del curatore. L’impatto di questa sospensione è un dato imprescindibile nel tracciamento della biografia del luogo, una cifra determinante nella perdita di alcune sue prerogative principali: quella della funzionalità e quella della vivibilità. Non occorre però considerare unicamente l’evidente conseguenza del deperimento dello spazio, segnato anche da un passato di occupazioni clandestine, ma anche le possibilità derivanti dall’interruzione della ciclicità asfissiante della vita di fabbrica, dove la scansione rigida della serialità produttiva si rispecchia in una spersonalizzazione diffusa.
Something Hot… / Qualcosa di caldo…
Passando in rassegna le prerogative identitarie dello spazio si iniziano a delineare più chiaramente gli elementi significativi dell’operazione di SPAZIOMENSA. Da un lato, la riqualificazione del luogo per mano degli artisti consente una nuova possibile vivibilità, un’apertura a luogo meditativo e operativo (lo spazio è anche utilizzato come atelier) in cui il valore individuale dell’espressione umana riveste un ruolo fondamentale, in contrasto con la serialità industriale.
Ne deriva una seconda considerazione sul rovesciamento della funzionalità dello spazio. Da un lato, la funzione relazionale della mensa viene messa in gioco dagli artisti incorporando lo schema della convivialità, grazie ad una modalità di cura basata “sullo scambio e sulla gestione orizzontale della proposta espositiva”. Dall’altro, la funzione ristorativa, legata al soddisfacimento del bisogno nutritivo individuale, è incarnata dal processo intimo di fruizione dell’opera d’arte.
Or something rotten? / O andato a male?
Ma qual è il respiro di queste riflessioni in una cornice tanto frastagliata come quella del CityLab971 ? Incubatore di processi culturali e sociali, questo laboratorio urbano ha ritagliato nel tempo un ruolo sempre più significativo alle arti visive come partners in crime di un processo di rigenerazione urbana, un’azione liminale tra impegno sociale e utopia, dove l’arte riesce a intercettare delle terre fertili nei vuoti lasciati da trascuratezze amministrative, obbrobri urbanistici e fallimenti politici. L’ex-cartiera della Salaria contiene in sé un’eredità complessa: la sua memoria biografica è fatta di note stridenti, criticità e tensioni, e lascia un retrogusto amaro in uno spazio che, per evidenti motivi legati alla sua vertiginosa estensione, è destinato a conservarsi in un’ambigua e fascinosa condizione di contenuta decadenza. Questa prima sperimentazione espositiva traccerà i contorni di un processo significativo per valorizzare una comunità artistica fiorente come quella romana che, seppur svantaggiata per molti aspetti, conserva negli anni un fermento tutto da intercettare.
SATURA LANX
di Giuseppe Armogida
La pratica è meditazione e la meditazione è pratica. È questa la formula più appropriata con la quale è possibile accorpare sei artisti molto diversi tra loro, con i quali proverò nella mia mente, come in un gioco mentale, come in un combattimento astratto, a immaginare una mostra.
Si prenda la ricerca di Sebastiano Bottaro, tutta incentrata sul gesto e sul segno, e sul rapporto che c’è tra essi. Una metafisica del segno. Non si può non rimanere colpiti dalla disciplina che pervade la sua pratica e dalla costanza che caratterizza la sua produzione. Un gesto, sempre uguale, la cui esecuzione richiede un approccio performativo a lungo termine. Un segno che si fa carico di un’espressione unica, che è quella dell’esserci. La rinuncia al mondo tradizionale del “bello” è radicale. Il cammino di Bottaro, tutto volto
alla ricerca di un ordine, di una misura, che passi per l’annientamento del contenuto e l’emancipazione da qualsiasi “significato”, assume la forma di una peripezia tragica. Prioritaria è la forma, l’idea. Perciò, in ogni caso, la composizione finale – che è il risultato di un processo di organizzazione del materiale, astratto da ogni tendenza naturalistica tanto quanto dall’impostazione prospettica della volontà dell’artista – sarà irriducibile agli elementi che la compongono, anche se ne mostrerà lo spazio-tempo, le condizioni del loro succedersi, del loro articolarsi e del loro essere esperiti. Eo/Hoc Ipso Tempore.
Segni sono anche i neon di Andrea Polichetti. L’io forse è scomparso; di certo non è più il punto di vista ordinante, legislatore. Gli oggetti di Polichetti sono stranianti: possono sembrare così inoffensivi da risultare paradossalmente scandalosi. Sono insegne pubblicitarie? Servono a decontestualizzare un elemento? Vogliono operare una critica economico-politica del reale attraverso il reale stesso? O invece sono Forme-Idee platoniche? Niente di tutto ciò o tutte queste cose insieme? Massima palpabilità e massima indeterminatezza: da ciò l’ambiguità delle opere di Polichetti, tanto più che in esse è sottesa una certa ironia. Forse la loro vera natura è quella di contenitore più che di contenuto, di stato mentale più che di pensiero definito, di continuo percorso più che di punto d’arrivo. È come se il neon non fosse altro che una libera propagazione di energia lungo le dimensioni dello spazio, che di volta in volta si definisce, assume figura. Si prendano, ad esempio, le sue foglie: è come se la loro manifestazione fosse alimentata da succhi, da linfe. Perciò, nella linea che il neon assume non è mai leggibile un codice sicuro, che detta in maniera definitiva cosa sarà, richiudendolo in un concetto preciso. Nell’oggetto pulsa una pluralità di forze, voci, forme. La sua parola non è mai univoca. In esso vive una simultaneità polifonica di correnti e di funzioni appartenenti a dimensioni e tempi diversi.
Marco Eusepi, invece, porta in primo piano le forze profonde intrinseche alle forme della natura. È come se il suo sguardo volesse continuamente mettere a fuoco il rilievo e la profondità del visibile, consapevole che la visibilità comprende simultaneamente dentro di sé altre dimensioni, linee di forza e scarti che essa suggerisce solo obliquamente. Sono mindscapes i lavori di Eusepi: i paesaggi (nel senso più ampio del termine) sono per così dire raccolti nella psiche e la psiche è immersa nei paesaggi. Percezioni visive che
diventano visioni mentali. Immagino lo stupore iniziale provato da Eusepi di fronte alla sua visione e la serie interminabile di tentativi da lui fatti per giungere a esperire le cose così come accadono. Un processo di scambio continuo, un gioco tra l’artista e il paesaggio, inteso come orizzonte percettivo totale, che si svolge all’interno dell’orizzonte psichico, il quale, a sua volta, è inserito dentro il paesaggio, sempre eccedente, sempre più in là rispetto alle effettive potenzialità dell’esperienza umana. Riprendendo un’espressione di Elvio Fachinelli, lo sguardo di Eusepi «impara non un paesaggio, o più paesaggi, ma sé stesso paesaggio». Nei lavori di Alice Faloretti il paesaggio è fluido divenire, metamorfica risonanza, trasparenza e dissolvenza. Una disposizione di forze si impadronisce della pittura e la lavora dall’interno. Una nota postuma di Freud recita così: «Lo spazio può essere la proiezione dell’estensione dell’apparato psichico. Nessun’altra derivazione è verosimile... La psiche è estesa, e non sa nulla di ciò». È come se nei suoi lavori la Faloretti estroflettesse l’interno volgendolo all’esterno. Come se conferisse alla psiche un corpo, un’estensione superficiale, che agisce da membrana, da piano di contratto tra assolutamente interno e l’assolutamente esterno. La tela, dunque, è superficie di registrazione che accoglie l’emergere e il proliferare di segni, striature, venature, agglutinazioni, tracciati d’intensità. Un corpo intensivo, percorso da un’onda mnestica che traccia in esso livelli o soglie, in base alle variazioni della propria ampiezza. Policromie, temperature, formazioni che si disfano, mutazioni, propagazioni. Un corpo vivo, sul quale si accumulano strati in una metamorfosi inesausta, che rifugge ogni definitiva oggettivazione senza però ricadere nella notte dell’indifferenziato. Una con-fusione di confini che si avvicina alla filosofia della natura panteista che si trova in Schelling o in Novalis.
E se una catastrofe ecologica e sociale senza precedenti nella storia umana fosse già avvenuta? Se ci trovassimo nel procedere spiraliforme dello sviluppo tecnologico, scandito da soglie di precipitazione cataclismica e collasso socio-biologico, oltre il giudizio di Dio? È questo lo scenario rappresentato da Dario Carratta. E l’unica descrizione che ne renda giustizia ce la offre Nick Land in Meltdown, un testo profetico del 1994: invasione cyberiana, schizotecnica, neo-nichilismo, antiumanismo voodoo, femminizzazione sintetica, vampirismo, morte termica socio-politica, ibridità culturale, connessionismo, commercio di memoria, trapianti di personalità. Nei labirinti abbandonati nel cuore dell’oscurità, selvatiche culture giovanili combinano neo-rituali con droghe iper-sintetiche e infotech ripescata dai rifiuti. Quando le loro pelli migrano verso l’interfaccia delle macchine, diventano screziate e rettiliane. Si uccidono a vicenda per parti del corpo artificiali, esplorano i limiti del sesso insensato, armeggiano col proprio DNA e ascoltano caos electro-sonico a volume altissimo, inviolato da sentimenti umani. Ma nelle opere di Carratta c’è di più: attraverso lo sviluppo di nuove capacità interiori, è possibile superare la condizione ordinaria di “sonno ad occhi aperti” e accedere a stati di coscienza più elevati. Nel deserto è possibile tracciare un enneagramma nella sabbia e scoprire il Corpo superiore, la Coscienza superiore, l’Essenza, le Leggi universali, l’Ipnotismo, le Danze e le Musiche sacre, la Magia...
Di sicuro le scene raffigurate da Alessandro Giannì non appartengono più al Pianeta Terra. O se lo sono, siamo ormai al di là dello specchio: lo abbiamo infranto e attraversato. Corpi che celano in sé l’arcano, il mistero. Gesti muti, senza tempo. Un decomporsi di immagini che, nel portare alla rappresentazione l’indiscernibile, scivolano verso un equilibrio approssimato, sfuggendo così a qualsiasi possibilità definitoria. Simulacri che fluttuano come un velo sul vortice dell’eterno ritorno dell’identico. È il ritorno della rappresentazione su se stessa e, al contempo, il suo rovesciarsi, che mette in luce e insieme oscura la sua irrappresentabilità. È questa la trama della realtà? L’oltrepassamento – da parte di Giannì – della sintesi, della sintassi, ma allo stesso tempo dell’incoerenza, reintegrate all’interno dell’intensità, pongono lo spettatore in una condizione di indecidibilità, che è avvertita in termini di sentire emozionale. Responsabili di questa impossibilità di trovare una mediazione sono i dèmoni, i quali, disponendo dell’eternità dei corpi aerei propria degli dèi e delle passioni proprie degli uomini, si collocano tra l’opera e l’osservatore, causando una visione ossessionante. Accettare la frammentazione della soggettività, la continua germinazione delle sue nature e, di rimando, riconoscere nell’anima la presenza di potenze in grado di trasformare la coscienza da identità in coscienza della forza: è questa la rivelazione. Ebbene, nonostante questi artisti si trovino in luoghi diversi ed abbiano temperamenti diversi e diversi scopi, mi piace immaginare le loro menti intente a influenzarsi a distanza, come se lavorassero assieme, nello stesso momento, sulla stessa opera. Ci si chiederà: come è possibile tutto ciò? Semplice: si tratta di telepatia, di chiaroveggenza. Nel 1892, William James non ha forse scritto che la nostra vita ordinaria cosciente è soltanto il segmento visibile di uno spettro indefinitamente lungo, i cui segmenti invisibili, al verificarsi di condizioni molto rare, sono in grado di agire sui segmenti di altre vite consce ed essere a loro volta influenzati da questi? Non esiste forse un dominio sconosciuto del sé, che rappresenta la porta di accesso a una vera e propria dimensione “altra”, popolata da intelligenze disincarnate? La coscienza non è forse in grado di “scindersi” in più correnti parallele e coesistenti le une con le altre? Tutto sta nel pensare l’universo come una sorta di grande onda psicofisica che scorre e dalla quale emergono infiniti livelli di coscienza, ognuno dei quali si manifesta come una momentanea individualizzazione del flusso complessivo, come una differenza di potenziale che si origina all’interno del continuum della materia psicofisica. Tutto sta nel pensare un’esperienza pura, che non è né soggettiva né oggettiva, di cui possono appropriarsi immediatamente le singole coscienze. Un’esperienza che può, dunque, stabilire relazioni ed essere condivisa simultaneamente da più soggetti, senza perdere la sua integrità. Pertanto, ogni campo di coscienza è intrinsecamente un’unità, e le sue parti sono soltanto differenti relazioni cognitive che può intrattenere con contesti diversi. Insomma, se li si prende come fatti concreti e vivi, gli artisti possono comporsi, possono intrattenere relazioni multiple, figurare in contesti differenti, senza cessare però di essere “loro stessi”.
Ecco, allora, il motivo per cui, al di là dei confini e delle provenienze, questi artisti mi appaiono coesi, come una se costituissero una sorta di comunità metabolica Satura lanx è l’immagine ultima che ho di essi. Il piatto ricolmo, misto di primizie della terra, che può scacciare la fame, saziare il fuoco prima che ci divori, soddisfare colui che si presenta come ospite, riempire di cibo tutte le gole aperte che ci circondano, dar da mangiare agli dèi, la cui identità è troppo labile per essere contenuta in qualche sistema di parentela. Basta semplicemente far passare le opere attraverso le labbra e l’esofago, e lasciarsi andare al gusto, concedersi un piacere puro prescindendo dalle convinzioni, recuperando la spontaneità dell’esperienza estetica. Senza alcun destino da predire, senza alcun consiglio da dare.
20/06/2024
01/06/2024
Biancofiore Studio X CityLab 971
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dal 07/06/24 al 06/07/24
𝙎𝙞 𝙚̀ 𝙨𝙚𝙙𝙪𝙩𝙤 𝙞𝙡 𝙫𝙚𝙣𝙩𝙤
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Mostra personale di Francesca Romana Cicia
A cura di Gemma Gulisano
BIANCOFIORE
presenta
"STRATO LIMITE"
Deframmentazione della paura e del suo ricordo
VALERIO VOLPATO
dal 23/05/2024
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La mostra, focalizzata sul concetto della paura, del suo ricordo e della compulsione ossessiva del pensiero traumatico, si muoverà attraverso una condizione ripetitiva e nevrotica, trasformandosi in un romanticismo causato dall'abitudine stessa del concetto. Come ogni cosa che fa parte della propria esistenza da tempo, anche la paura acquisisce dei toni estetici.
Il luogo espositivo, un teatro situato all'interno di una ex cartiera rigenerata a scopo culturale, il CityLab 971, assumerà la forma di un utero scomodo, una sorta di pancia di balena - fatta di involucri in movimento di plastica – in cui saranno esposte opere pittoriche realizzate con vernice nera, che rappresenta la ricerca del prodotto che ha assorbito in maniera più assoluta un'evoluzione estetica, sculture che richiamano un'infantilità negata, scivoli per bambini realizzati con materiali compositi di origine aerospaziale e casette da giardino murate, simboleggianti come luoghi con divieto di abitabilità.
Le composizioni sonore della mostra, che includeranno il pianoforte e apparecchi elettronici in cortocircuito, inizialmente avranno un carattere gioioso, ma muteranno progressivamente verso un disturbo più assoluto, comunicando così la complessità delle emozioni e dei concetti esplorati nella mostra.
La parte sonora dell'opera sarà strutturata in due atti, seguendo il modello di un'opera classica. Nel primo atto, si avrà un richiamo all'ideologia dell'infantilità, caratterizzato da toni armonici e ritmici derivanti dal suono del pianoforte. Dopo un periodo di silenzio, inizierà il secondo atto, che si svilupperà attraverso l'uso di un mixer in cortocircuito. Qui, i toni saranno distorti e terrificanti, mirando a decostruire l'ideale idilliaco dell'infanzia. Questo porterà alla deframmentazione concettuale dell'innocenza, della paura e del suo ricordo.
🔶
"Entrare in una stanza.
Le pareti respirano ma l’aria sembra mancare.
Trovare una forma familiare.
Un piccolo scivolo, ma con una trama dai toni isterici e ripetitivi,
del materiale più resistente del mondo,
usata dall’umanità per conquistare i mari e nuovi pianeti.
Poi ho iniziato a preferire cadere in buchi più profondi,
mi diverto di più.
Una casetta, un luogo di rifugio di ogni bambino, murata.
Le ho ritrovate nei cortili di scuole, asili, giardini.
Sotto la pioggia, nell’erba troppo cresciuta,
cotti da sole.
La superficie è una profusione di croci e righette:
sembra il loop nevrotico di chi
cerca di trovare una quadra, senza sapere che la quadra non c’è.
La paura sale.
Senti che ti intrappola, nera e viscosa.
Cerchi conforto in ricordi di infanzia che si confondono.
Ma questi giochi di bambino sono un simbolo che urla. L’ingresso è sbarrato, l’uscita è oscurata.
Un rigurgito di nodi irrisolti mi impedisce di entrare.
Un catrame dell’anima si appiccica addosso,
stride forte nelle orecchie.
Se penso di poterlo lavare via,
devo fare i conti con una materia
che si spalma e che invece di lasciarmi mi penetra nei pori.
E me li chiude.
L’aria sembra mancare, anche se tutto si muove intorno a me.
Non ci sono le fronde degli alberi ma veli plastici che mi
soffocano la vista.
Il catrame si spande sulla pelle del quadro,
si fa segno istintivo, un’angoscia irrazionale lo stende
a colpi di spatola, lo distilla in turgide gocce di materia viscosa, indelebile, fuori controllo".
🔶
La ricerca di Valerio Volpato (Roma, 1995) parte dalla complessità delle emozioni umane per concentrarsi sulla paura - esperita come compulsione ripetitiva e pensiero ossessivo - nonché
sul ricordo e l’analisi di queste esperienze. La sua pittura, condotta su materiali provenienti dall’industria aerospaziale, automobilistica e navale, si sviluppa in gesti dinamici e istintivi, in cui tracce inconsce della propria presenza si manifestano sotto forma di segni neri, textures e sgocciolature. La materia dell’angoscia viene indagata tra le variabili percettive prodotte dall’alterazione farmacologica, dall'uso di suoni distorti in dialogo con la musica classica, il jazzcore e la musica sperimentale, dall'impiego di resine e materiali plastici. Con "Strato limite" le diverse sperimentazioni si combinano: quadri, suoni ed elementi scultorei sono il filo
conduttore di un racconto che ci parla di nodi profondi, radicati nell’infanzia. Il tempo perduto dell’innocenza viene evocato e decostruito attraverso la manipolazione di forme familiari e la
stesura di tracce pittoriche fatte di segni vividi e oscuri. Eclissi quotidiana dove la luce è sparita, vagabondaggio romantico che diventa percorso estetico: una cacofonia tattile, sonora e
visuale che attrae e che respinge e che vuole visualizzare certi cortocircuiti emotivi che talvolta ci si porta nell' anima.
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Rome
03/07/2024