Il Santo del Giorno

Il Santo del Giorno

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Ogni giorno la storia, i riti e le tradizioni dei Santi

28/05/2026

Papa Leone XIV si recherà in visita pastorale nella Serenissima Repubblica di San Marino sabato 22 agosto 2026

27/05/2026

27 maggio
SANT’AGOSTINO di Canterbury
Nacque a Roma il 13 novembre 534, non si hanno notizie documentate inerenti la sua infanzia, se non il fatto che visse nella città eterna. Alcuni storici lo descrivono come un uomo umile ma deciso, benevolo anche se a volte mostrava esitazione nel prendere decisioni, particolarmente colto e molto ligio a realizzare i voleri del Papa. Era un monaco benedettino, abate del Monastero di Sant’Andrea sul Celio, a cui san Gregorio Magno, nel 596, gli affidò l’incarico di evangelizzare l’odierna Inghilterra che era stata invasa dai Sassoni, dagli Iuti e dagli Angli. Il monarca, Etelberto, era pagano, ma dopo aveva sposato Berta, figlia del cristiano Cariberto, re di Parigi, di religione cristiana. Ella, portando con sé il ca****lano Liudhard, eresse una chiesa a Canterbury, dedicandola a san Martino di Tours, patrono della sua famiglia, i Merovingi. Il marito, pur essendo pagano, si dimostrò tollerante e permise alla moglie di adorare il proprio Dio. Berta poté così organizzare una piccola comunità con tanto di sacerdoti. Etelberto, interessato al nuovo culto, chiese a papa Gregorio I di inviare dei missionari. Gregorio affidò il compito a un gruppo di 40 monaci benedettini del monastero romano di Sant’Andrea sul Celio, di cui Agostino era abate. Partito nel 597, Agostino raggiunse la Provenza ma, spaventato dai racconti che facevano i Sassoni un popolo crudele e intollerante, tornò a Roma, rinunciando all’incarico. Il pontefice riuscì però a rincuorarlo e alla fine Agostino raggiunse l’isola di Thanet, accolto dal re in persona. Egli lo accompagnò a Canterbury e qui il monaco fu messo a capo della comunità. In breve tempo, lo stesso sovrano e migliaia di sudditi chiesero di essere battezzati. Per merito di questo, Agostino ottenne il permesso di predicare e far conoscere al popolo la fede cristiana. Durante questo viaggio, il pontefice lo consacrò vescovo della Gallia. Questa onorificenza, venne vista come un premio per non esseri fatto intimorire dalle difficoltà che avrebbe incontrato durante la sua missione. Nel giro di poco tempo ovvero nel 597, il monaco benedettino riuscì a battezzare nella acque del fiume Tamigi, circa diecimila sudditi. Le sue funzioni missionarie non erano sempre bene accette tanto che spesso veniva cacciato in malo modo. I suoi rapporti con il Papa erano molto stretti, tenevano una corrispondenza molto confidenziale mediante la quale il monaco chiedeva pareri e consigli sul suo operato. Per ordine del Papa, Agostino venne inviato in Francia dove divenne vescovo ad Arles. Successivamente fu nominato vescovo e primate di Canterbury. Agostino si impegnò intensamente per riunire la Chiesa Sassone con quella Bretone, tuttavia i suoi sforzi non ebbero il risultato sperato, questo perché i Bretoni erano animati da un profondo odio contro i Sassoni. Riuscì a rinforzare i rapporti tra la Chiesa inglese e quella romana. Spetta a lui il merito di aver fatto cambiare la religione alla maggior parte della popolazione del territorio del Kent e di aver realizzato tre sedi episcopali, la prima a Canterbury, la seconda a Londra e la terza a Rochester. Prima di morire, Agostino consacrò Lorenzo come suo successore a Canterbury, nominò Mellito vescovo di Londra e Giusto vescovo di Rochester. Morì a Canterbury il 26 maggio del 604.

26/05/2026

26 Maggio
SAN FILIPPO NERI
Nacque a Firenze il 21 luglio 1515, da una famiglia di condizioni agiate. Nel 1520 Filippo Neri p***e la madre. Il padre decise così di risposarsi con Alessandra di Michele Lenzi che, dopo essere entrata a far parte della famiglia Neri, si affezionò molto ai figli del marito. Filippo ricevette la prima istruzione in famiglia, in seguito venne mandato a studiare presso un certo maestro Clemente, e cominciò a frequentare il convento di San Marco Evangelista a Firenze, un tempo sotto la direzione del frate domenicano Girolamo Savonarola, che Filippo nutrirà grande devozione lungo tutto l’arco della vita, pur nella evidente distanza dai metodi e dalle scelte del focoso predicatore apocalittico. Durante gli anni di studio presso il convento, Filippo si appassionò a due testi che avrebbero influenzato il suo successivo apostolato: le Laudi di Jacopone da Todi e le Facezie del Pievano Arlotto, un libro umoristico scritto da un sacerdote fiorentino. Tra le sue meditazioni quotidiane figura l’Autobiografia di santa Camilla da Varano. Intorno ai 18 anni di età, su consiglio del padre, desideroso di offrire a Filippo ogni possibilità, Filippo si reca a San Germano (attuale Cassino) da un parente, tale Bartolomeo Romolo, di professione commerciante e senza prole. L’esperienza lavorativa dura poco tempo. In quegli anni cominciò a sentire la propria vocazione religiosa, così da costruire una piccola ca****la in una roccia a picco sul mare denominata “Montagna Spaccata” a Gaeta, dove si recava tutti i giorni per pregare in silenzio. Lo zio, che si era particolarmente affezionato a lui, non avendo eredi, aveva deciso di lasciare al nipote, dopo la morte, tutti i suoi averi che questi però rifiutò per dedicarsi a una vita più umile. Dal 1534 è a Roma dove si reca, probabilmente, senza un progetto preciso. Filippo vi giunge con l’animo del pellegrino penitente: vive questi anni della sua giovinezza in modo austero e lieto al tempo stesso, tutto dedito a coltivare e a dedicarsi al proprio spirito. La casa del fiorentino Galeotto Caccia, capo della Dogana, gli offre una modesta ospitalità, ricambiata dal giovane con l’incarico di precettore dei figli del Caccia. Nello stesso tempo egli seguiva corsi di filosofia e teologia all’Università della Sapienza e presso i monaci agostiniani, ma ben maggiore è l’attrazione della vita contemplativa che gli impedisce persino di concentrarsi sugli argomenti delle lezioni. La vita contemplativa che Filippo attua è vissuta nella libertà del laico che poteva scegliere, fuori dai recinti di un chiostro, i modi ed i luoghi della sua preghiera: predilige le chiese solitarie, i luoghi sacri delle catacombe, memoria dei primi tempi della Chiesa apostolica, il sagrato delle chiese durante le notti silenziose. Questa intensa vita contemplativa si sposa con l’attività di apostolato nei confronti di coloro che incontrava nelle piazze e per le vie di Roma, nel servizio della ca**tà presso gli Ospedali degli incurabili, nella partecipazione alla vita di alcune confraternite, tra le quali, in modo speciale, quella della Trinità dei Pellegrini. A 36 anni, il 23 maggio 1551, dopo aver ricevuto gli ordini minori, il suddiaconato ed il diaconato, fu ordinato sacerdote. Filippo continua da sacerdote l’intensa vita apostolica che già lo aveva caratterizzato da laico. Va ad abitare nella Casa di san Girolamo, sede della Confraternita della Ca**tà, che ospita a pigione un certo numero di sacerdoti secolari, dotati di ottimo spirito evangelico, i quali attendevano alla annessa chiesa. Qui il suo principale ministero diviene l’esercizio del confessionale, ed è proprio con i suoi penitenti che Filippo inizia, nella semplicità della sua piccola camera, quegli incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, che costituiscono l’anima ed il metodo dell’Oratorio. Nasce così, senza un progetto preordinato, la “Congregazione dell’Oratorio”: la comunità dei preti che nell’Oratorio avevano non solo il centro della loro vita spirituale, ma anche il più fecondo campo di apostolato. Nel 1575 papa Gregorio XIII affida a Filippo ed ai suoi preti la piccola e fatiscente chiesa di Santa Maria in Vallicella, l’obiettivo è ridare slancio alla cura pastorale ad una zona molto popolosa. Il 15 luglio 1575 il papa eresse con la Bolla Copiosus in misericordia Deus la “Congregatio presbyterorm saecularium de Oratorio nuncupanda”. Qui trascorre gli ultimi 12 anni della sua vita. Morì il 26 maggio 1595, a 80 anni.

24/05/2026

MARIA MADRE DELLA CHIESA

Il giorno dopo aver celebrato la solennità della Pentecoste, della misura del suo amore, la Chiesa si sofferma sul ruolo di Maria, madre della Chiesa. Lo fa perché da sempre i discepoli sono rimasti impressionati dalla forza della prima fra di loro, soprattutto sotto la croce, nel momento più drammatico della sua vita interiore. Sappiamo bene com'è andata: dall'annunciazione fino a quel giorno Maria ha custodito l'immenso mistero dell'incarnazione, ha visto quel bambino così simile a tutti gli altri crescere, gli ha insegnato a camminare, a parlare, a pregare. Poi l'adolescenza e la giovinezza passata nella bottega del padre. Infine l'atteso inizio della sua vita pubblica, le notizie prima esaltanti che giungevano da Cafarnao, poi quelle dolorose che giungevano da Gerusalemme. E a Gerusalemme troviamo Maria che giunge fino ai piedi della croce. Quanto dolore può provare un genitore davanti ad un figlio che muore? E che muore in quel modo? E in modo ingiusto? Quanta rabbia può abitare il suo cuore nei confronti degli uomini. E di Dio?
Invece, annota, Giovanni, Maria 'stà ai piedi della croce, dimora, irremovibile, nella sua fede.
A lei affidiamo la nostra vita nel momento della prova, per imparare ad attendere la resurrezione.

24/05/2026

PENTECOSTE

La Parola di Dio racconta in quattro modi diversi il ve**re dello Spirito Santo, per dirci che Lui, il respiro di Dio, non sopporta schemi.
Nel Vangelo lo Spirito viene come presenza che consola, leggero e quieto come un respiro, come il battito del cuore.
Negli Atti viene come energia, coraggio, rombo di tuono che spalanca le porte e le parole. Mentre tu sei impegnato a tracciare i confini di casa, lui spalanca finestre, ti apre davanti il mondo, chiama oltre.
Secondo Paolo, viene come dono diverso per ciascuno, bellezza e genialità di ogni cristiano.
E un quarto racconto è nel versetto del salmo: del tuo Spirito Signore è piena la terra. Tutta la terra, niente e nessuno esclusi. Ed è piena, non solo sfiorata dal vento di Dio, ma colmata: tracima, trabocca, non c'è niente e nessuno senza la pressione mite e possente dello Spirito di Dio, che porta pollini di primavera nel seno della storia e di tutte le cose. "Che fa vivere e santifica l'universo", come preghiamo nella Eucaristia.
Mentre erano chiuse le porte del luogo per paura dei Giudei, ecco accadere qualcosa che ribalta la vita degli apostoli, che rovescia come un gu**to quel gruppetto bloccato dietro porte sbarrate. Qualcosa ha trasformato uomini barcollanti d'angoscia, in persone danzanti di gioia, "ubriache" (Atti 2,13) di coraggio: è lo Spirito, fiamma che riaccende le vite, vento che dilaga dalla camera alta, terremoto che fa cadere le costruzioni pericolanti, sbagliate, e lascia in piedi solo ciò che è davvero solido. È accaduta la Pentecoste e si è sbloccata la vita.
La sera di Pasqua, mentre erano chiuse le porte, venne Gesù, stette in mezzo ai suoi e disse: pace! L'abbandonato ritorna da coloro che lo avevano abbandonato. Non accusa nessuno, avvia processi di vita; gestisce la fragilità dei suoi con un metodo umanissimo e creativo: li rassicura che il suo amore per loro è intatto (mostrò loro le mani piagate e il costato aperto, ferite d'amore); ribadisce la sua fiducia testarda, illogica e totale in loro (come il Padre ha mandato me, io mando voi). Voi come me. Voi e non altri. Anche se mi avete lasciato solo, io credo ancora in voi, e non vi mollo.
E infine gioca al rialzo, offre un di più: alitò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo. Lo Spirito è il respiro di Dio. In quella stanza chiusa, in quella situazione asfittica, entra il respiro ampio e profondo di Dio, l'ossigeno del cielo. E come in principio il Creatore soffiò il suo alito di vita su Adamo, così ora Gesù soffia vita, trasmette ai suoi ciò che lo fa vivere, quel principio vitale e luminoso, quella intensità che lo faceva diverso, che faceva unico il suo modo di amare, e spalancava orizzonti.

23/05/2026

Acerra ha accolto Papa Leone XIV: un forte appello per la rinascita della Terra dei Fuochi.

Una giornata carica di emozione, riflessione e speranza quella vissuta ad Acerra in occasione della visita di Papa Leone XIV. Il Pontefice ha scelto di recarsi nel cuore della Terra dei Fuochi per incontrare le comunità segnate da anni di emergenze ambientali e sanitarie, portando un messaggio di vicinanza e di impegno concreto.

Nel corso della visita, il Papa ha incontrato familiari delle vittime dell'inquinamento ambientale, ascoltando le loro testimonianze e condividendo il dolore di chi ha visto la propria vita stravolta dalle conseguenze dello smaltimento illecito dei rifiuti. Le sue parole hanno toccato profondamente i presenti: un invito a non arrendersi alla disperazione e a continuare a chiedere verità e giustizia.

Davanti a cittadini, amministratori locali e rappresentanti delle associazioni del territorio, Leone XIV ha ribadito la necessità di difendere il creato e di promuovere una cultura della responsabilità. Ha denunciato con fermezza gli interessi economici che negli anni hanno causato danni gravissimi all'ambiente e alla salute pubblica, sottolineando come il profitto non possa mai essere anteposto alla dignità umana.

Il Pontefice ha rivolto un pensiero particolare ai giovani, invitandoli a diventare protagonisti del cambiamento attraverso il rispetto dell'ambiente, la partecipazione civica e la solidarietà. «La speranza nasce dall'impegno quotidiano di ciascuno», ha affermato, esortando la comunità a costruire insieme un futuro più giusto e sostenibile.

La visita si è conclusa tra applausi e momenti di intensa commozione. Per Acerra e per l'intera Terra dei Fuochi, la presenza del Papa ha rappresentato non solo un gesto di vicinanza spirituale, ma anche un richiamo forte alla responsabilità collettiva e alla necessità di una concreta rinascita del territorio.

Una giornata destinata a rimanere nella memoria della comunità di Acerra che ha visto nel messaggio del Pontefice un segnale di attenzione e un incoraggiamento a proseguire il cammino verso la tutela dell'ambiente e della salute delle future generazioni.

21/05/2026

22 MAGGIO
SANTA RITA DA CASCIA
Margherita Lotti, nacque a Roccaporena (Perugia) nel 1381, un giorno, mentre Margherita ascoltava la Messa a Cascia, nella chiesa di Santa Maria Maddalena, fu colpita dalle parole: «Ego sum Via Veritas et Vita» (Io sono la Via la Verità e la Vita), e da quel momento decise di incarnarlo nella sua vita. Sentì allora il profondo desiderio di consacrarsi a Dio, e rimanere in quel monastero di Santa Maria Maddalena dove aveva udito quella affascinante “Parola”. Ma i genitori si opposero, dato che avevano su di lei altri progetti e la ragazza fu costretta ad accettare il marito che i genitori avevano pensato di darle. Margherita fu data in sposa, a 17 anni, a Paolo di Ferdinando Mancini, un giovane di una illustre famiglia di Cascia. I primi anni di matrimonio dovettero essere difficili, ma Margherita, grazie alla sua formazione cristiana, alla sua dolcezza e mitezza di carattere, riuscì a trasformare il carattere impulsivo del marito. Dal matrimonio nacquero due figli, forse gemelli, Giangiacomo e Paolo Maria. La vita matrimoniale di Margherita fu sconvolta dall’assassinio del marito mentre rincasava in piena notte. Rita, rimasta sola con i suoi due figli, ancora adolescenti, fu assalita non solo dall’angoscia per la perdita del marito, ma anche dal pensiero della faida di sangue che stava per scatenarsi. Rita riuscì a perdonare gli assassini, non altrettanto riuscirono a fare i figli e a nulla valsero le sue esortazioni al perdono poiché l’ambiente sociale e familiare spingevano alla vendetta. I due giovani giurarono di vendicare il padre. Quando Rita si accorse dell’inutilità dei suoi sforzi per sconsigliare i figli dalla vendetta, ebbe il coraggio di pregare Dio perché li chiamasse a sé, piuttosto di permettere che si macchiassero di omicidio. I quali morirono, di peste, qualche tempo dopo. Rimasta sola, andò a bussare al convento delle suore agostiniane di Cascia. La sua richiesta non fu accettata poiché accogliere nel monastero una “vedova di sangue” voleva dire coinvolgere nella faida anche quel luogo sacro e le altre suore. Rita allora capì che non avrebbe potuto realizzare il suo sogno se non fosse prima avvenuta la pace tra i parenti dell’uccisore e dell’ucciso. Fu tutto inutile, tanto che le monache rifiutarono più volte di aprirle le porte del monastero. Sola, nella casa deserta, pregò i suoi tre santi protettori: Giovanni Battista, Agostino e Nicola da Tolentino, finché una notte avvenne il miracolo. I tre santi le apparvero e la invitarono a seguirla, giunti davanti alla porta del convento, nonostante essa fosse chiusa da chiavistelli e catenacci, essi la spalancarono e condussero Rita nel mezzo del coro, dove le suore stavano pregando. Rita poté così realizzare il desiderio di consacrarsi a Dio. Qui la badessa del monastero mise a dura prova la vocazione e l’obbedienza di Rita, facendole annaffiare un arbusto di vite secco, presente nel chiostro del monastero, il legno, dopo un pò di tempo, ricominciò a dare i suoi frutti. Negli ultimi 15 anni della sua vita, Rita portò sulla fronte la stigmate di una delle spine di Cristo quale segno mistico della sua partecipazione alle sofferenze di Gesù crocifisso. Il Venerdì santo del 1442, dopo che aveva ascoltato una predica sulla passione di Gesù, ritornata al monastero, si gettò ai piedi di un Crocifisso, qui pregando, domandò al Signore la grazia di provare nel suo corpo un dolore simile a quello che Gesù aveva provato per una delle spine della corona, così fu esaudita, perché nel mezzo della sua fronte sentì non solo il dolore delle spine, ma ve ne rimase una, che le durò tutto il tempo della sua vita. Rita trascorse gli ultimi anni di vita inferma, immobile sul suo povero giaciglio, priva anche della forza di nutrirsi e circondata dall’affetto delle monache e di tutto il popolo di Cascia. Un giorno d’inverno, una parente le fa visita, nell’andar via chiese se da casa desiderava qualcosa. Rita rispose che avrebbe voluto una rosa e due fichi del suo orto, la donna sorrise, credendo che delirasse per la febbre e se ne andò. Giunta a casa e entrò nell’orto dove vide una rosa e sulla pianta due fichi maturi; sorpresa per la difficoltà della stagione, visti il fiore e i frutti miracolosi li colse e li portò a Rita. Morì il 22 maggio 1457, a 76 anni, patrona dei casi disperati e impossibili.

21/05/2026

Secondo le ultime notizie diffuse da alcune agenzie di stampa, il Cardinale Camillo Ruini sarebbe in condizioni di salute critiche e attualmente assistito a domicilio con cure mediche.
Preghiamo per lui, affinché il Signore lo sostenga in questo momento di fragilità e gli doni pace nel corpo e nello spirito.

21/05/2026

21 Maggio
San Vittorio di Cesarea
È stato un eroico soldato delle legioni romane che subì un martirio proprio nella città di Cesarea in Cappadocia insieme ad altri due compagni anch’essi soldati romani, di nome Donato e Polieuto. Il culto di Vittorio ha sempre avuto una grande diffusione in tutta Italia, anche perché il nome Vittorio fu quello di numerosi sovrani e di principi soprattutto appartenenti alla Casa Savoia. Vittorio oggi e da sempre viene invocato in genere contro i temporali, in particolare contro i fulmini, contro la grandine e anche contro spiriti maligni. La leggenda vuole che nasca a Marsiglia verso il 300 d.C. ed era un ufficiale dell’esercito di Traiano. Successivamente si converte ad opera di alcuni suoi prigionieri che erano cristiani, al cristianesimo. Si narra anche che venne decapitato mentre di dichiarava di essere un cristiano.

20/05/2026

MAGGIO CON MARIA
21 Maggio
Parte seconda: MARIA SPECCHIO PER LA CHIESA NEL MISTERO PASQUALE

1- Dio mise alla prova Maria sul Calvario - come mise alla prova il suo popolo nel deserto - «per vedere quello che aveva nel cuore » (cf Dt 8, 2) e nel cuore di Maria ritrovò intatto e anzi più forte il « sì » e l’« amen »dell’Annunciazione.
Umanamente parlando, ci sarebbero stati tutti i motivi, per Maria, di gridare a Dio: « Mi hai ingannata! », o, come gridò un giorno il profeta Geremia: « Mi hai sedotta e io mi sono lasciata sedurre! » (cf Ger 19, 7), e scappare giù per il Calvario.
Invece ella non scappò, ma rimase « in piedi», in silenzio, e così facendo è divenuta, in modo tutto speciale, martire della fede, testimone suprema della fiducia in Dio, dietro il Figlio.
2- Viene un’ora nella vita, in cui Dio sembra non ascoltare più le nostre preghiere, quando si direbbe che smentisca se stesso e le sue promesse, quando ci fa passare di sconfitta in sconfitta, quando si fa buio dentro di noi, come si fece buio, quel giorno, «su tutta la terra » (Mt 27, 45).
Allora ricordati della fede di Maria e grida anche tu, come hanno fatto altri: « Padre mio, non ti comprendo più, ma mi fido dite!».
3- Viene un’ora nella vita, in cui Dio ci sta chiedendo proprio ora di sacrificargli, come Abramo, il nostro « Isacco», cioè la persona, o la cosa, il progetto… che ci è caro, che Dio stesso un giorno ci ha affidato, e per il quale abbiamo lavorato tutta la vita.
Questa è l’occasione che Dio ci offre per mostrargli che egli ci è più caro di tutto, anche dei suoi doni, anche del lavoro che facciamo per lui.
4- Ad Abramo Dio disse: Perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza... Padre di una moltitudine di popoli ti renderò (Gn 17, 5; 22, 16 s).
Lo stesso, e molto di più, dice ora a Maria: Madre di molti popoli ti renderò, madre della mia Chiesa! Nel tuo nome saranno benedette tutte le stirpi della terra. Tutte le generazioni ti chiameranno beata!
5- Come gli israeliti, nei momenti di grande prova, si rivolgevano a Dio, dicendo: « Ricordati di Abramo, nostro padre », noi possiamo dire: «Ricordati di Maria, nostra madre! ». E come essi dicevano a Dio: Non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo tuo amico (Dn 3, 35), noi possiamo dirgli: “Non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Maria tua amica!”
6- Rivolgiamo a Maria l’ inno di lode che gli abitanti di Betulla espressero a Giuditta: Benedetta tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra... Il coraggio che hai avuto non cadrà dal cuore degli uomini (Gdt 13, 18 s).
B- « E il discepolo la prese con sé»
Dobbiamo imitare Giovanni, prendendo, da questo momento, Maria con noi nella nostra vita.
« E il discepolo la prese con sé» può significare due cose da tenere unite: la prese «nella sua casa», e la prese «tra le sue cose più care».
Che significa per noi prendere Maria nella nostra casa?
L. GRIGNION DE MONTFORT ha elaborato la categoria dell’affidamento a Maria.
« Dobbiamo abbandonarci allo spirito di Maria per essere mossi e guidati secondo il suo volere. Dobbiamo metterci e restare fra le sue mani verginali come uno strumento tra le mani di un operaio, come un liuto tra le mani di un abile suonatore»
Maria non usurpa il posto dello Spirito Santo .
Maria è uno dei mezzi privilegiati attraverso cui lo Spirito Santo può guidare le anime e condurle alla somiglianza con Cristo. Maria è come la Parola di Dio.
La frase «ad Jesum per Mariam », a Gesù attraverso Maria, è accettabile solo se intesa nel senso che lo Spirito Santo ci guida a Gesù servendosi di Maria.
Una analogia. Paolo dice: Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare (Fil 4, 9).
Paolo non intende mettersi al posto dello Spirito Santo; semplicemente pensa che imitarlo significa assecondare lo Spirito, dal momento che pensa di avere anche lui lo Spirito di Dio (cf 1 Cor 7, 40). Questo vale a fortiori per Maria.
Prendere Maria con sé significherà , dunque:
prenderla come compagna e consigliera. Imparare a consultare ed ascoltare in ogni cosa Maria, maestra impareggiabile nelle vie di Dio.
Certo Maria è un mezzo: lo stesso Spirito Santo può guidarci anche con altri mezzi, per esempio con la Bibbia, nella «lectio divina»….
Un mezzo utilizzabile per tutta la vita. Oppure può servire per un certo periodo di tempo per poi lasciare il posto ad un altro modo di Dio di Condurre quella stessa anima

20/05/2026

MAGGIO CON MARIA
20 Maggio
Parte seconda: MARIA SPECCHIO PER LA CHIESA NEL MISTERO PASQUALE

Continuiamo la contemplazione di Maria ai piedi della Croce. La raffrontiamo ad Abramo. Realizziamo per noi quel « e il discepolo la prese con sé».
A- Maria e Abramo
1- Il confronto era abbozzato già nel racconto stesso dell’Annunciazione.
A Maria, che fa presente all’angelo la sua situazione di vergine, viene data la stessa risposta che fu data ad Abramo, dopo che Sara aveva fatto la stessa osservazione, a proposito della sua vecchiaia e sterilità: Nulla è impossibile a Dio
2- Ma tale corrispondenza emerge soprattutto sotto la Croce
“per fede Abramo, messo alla prova, offri Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio(Eb 11) Anche Maria credette quando Dio le chiedeva di assistere all’immolazione del Figlio che le aveva dato.
Qui si spengono tutte le luci; Maria entra nella tenebra della fede: Dio sembra smentirsi, sembra dimenticare le sue promesse. Era stato detto: Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo, ed è invece come schiacciato sotto gli insulti e le percosse; era stato detto: Regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe, ed è inchiodato ad una croce! Fino all’ultimo Maria deve avere sperato che Dio intervenisse, che le cose cambiassero corso. Lo sperò dopo che fu arrestato, davanti a Pilato, prima che venisse emessa la sentenza, sul Calvario prima che venisse battuto il primo chiodo; fino al momento in cui, chinato il capo, spirò. Ma nulla!
3- A Maria è chiesto ben più che ad Abramo. Con Abramo Dio si fermò all’ultimo momento e risparmiò la vita del figlio; con Maria no, ma oltrepassò la linea senza ritorno della morte.
In conclusione. Se Abramo, per quello che ha fatto, ha meritato nella Bibbia il nome di «padre» (cf Lc 16, 24), di «padre di tutti noi», cioè di tutti i credenti (cf Rm 4, 16), non è strano che si chiami Maria «Madre di tutti noi».

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