Compagnia 1016
L’Associazione 1016, COMPAGNIA DEL DRAGO, DELL'ORSO E DEL CINGHIALE, preserva e diffonde il medioevo
21/08/2026
https://www.youtube.com/watch?v=IX0JMpBHhjA
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05/08/2026
LABORATORIO di legno e cuoio ad opera di Compagnia 1016 presso la TAVERNA MEDIOEVALE Emporium Infernalis per la riproduzione filologica e la produzione di Cinture, scarselle, portaoggetti, bracciali, lanterne, scudi dipinti...
LABORATORI APERTI AL PUBBLICO su prenotazione (solo per gruppi).
Comprendono:
assicurazione
materiale didattico
materia prima e strumenti di lavorazione
A richiesta: SPUNTINO MEDIEVALE
05/08/2026
Gilda di coramisteria di Compagnia1016 affaccendata nella produzione di cinture, portaoggetti, scarselle e bracciali
05/08/2026
Gilda di falegnameria di Compagnia1016 intenta alla riproduzione di lanterne medievali. Prototipo pronto.
03/08/2026
Compagnia 1016
Associazione culturale del drago, dell' orso e del cinghiale
Foto Claudio Micol
31/07/2026
Un passo importante per la rievocazione storica italiana.
Con l'istituzione ufficiale del Comitato Tecnico-Scientifico per gli enti e le manifestazioni di rievocazione storica, prende finalmente forma uno degli strumenti previsti dalla legge sulla rievocazione storica.
Un organismo che avrà il compito di contribuire alla valorizzazione, alla tutela e alla qualificazione di un patrimonio culturale costruito, negli anni, dall'impegno di migliaia di associazioni e volontari in tutta Italia.
La rievocazione storica non è soltanto spettacolo: è ricerca, studio, divulgazione, didattica e trasmissione della memoria.
L'auspicio è che questo nuovo organismo sappia accompagnare la crescita del settore con competenza, equilibrio e spirito di collaborazione, valorizzando le tante realtà che, con serietà e passione, operano ogni giorno per raccontare la nostra storia.
Buon lavoro al Presidente Walter Maioli e a tutti i componenti del Comitato.
Per chi, come noi, vive la rievocazione storica non come un hobby ma come una responsabilità culturale, oggi è una giornata significativa.
post di Gruppo Storico Romano (ma che vale per tutti...)
30/07/2026
30/07/2026
E' con orgoglio che annunziamo che il nostro Bastiano, Claudio Micol, specializzato nel catturare le anime per lo tramite dello demoniaco instrumento che produce dipinti istantanei, dopo aver per giuoco accettato la tenzone di immortalare scorci della passata adunata a Belgioioso, si è classificato terzo, ingenerando invero lo plauso de tutta la Compagnia.
26/07/2026
25/07/2026
"Il castoro è un pesce..."
MANDUCARE ET BIBERE - Filosofia, storia e curiosità della cucina e del cibo medievale.
In edizione limitata presso Emporium Infernalis - TAVERNA MEDIOEVALE - Via Calvo 3 Torino.
O da settembre in libreria per MARCOVALERIO EDITORE.
Al termine della vostra cena medievale toglietevi lo sfizio di capire cosa e come avete mangiato... e soprattutto PERCHE'.
"Nel Medioevo il castoro era un pesce. Non nel senso che qualcuno si fosse distratto. Non nel senso che i nostri antenati, poveretti, non sapessero distinguere una trota da un roditore di venticinque chili con i denti arancioni che abbatte gli alberi e costruisce dighe. Lo sapevano benissimo. Lo sapevano molto meglio di voi, che il castoro l'avete visto in un documentario. Il castoro era un pesce perché viveva nell'acqua, e quindi si poteva mangiare di venerdì. E siccome la logica, una volta che la si prende sul serio, è una bestia che non si ferma più, di venerdì si potevano mangiare anche le oche nere, che nuotano; i cigni, che nuotano; le gru e gli aironi, che stanno vicino all'acqua e in fondo un po' nuotano anche loro; le pulcinelle di mare; e — quando la fame o l'occasione lo richiedevano — la balena.
Del castoro, poi, si preferiva la coda: piatta, squamosa, e soprattutto grassa. La parte meno pesce del pesce era quella che rendeva il pesce interessante. Questo è un fatto. È in questo libro. Ed è, secondo me, il modo migliore per entrarci. Perché la tentazione, leggendo una cosa del genere, è di ridere di loro. È una tentazione comoda e vagamente igienica: ci lava le mani di dieci secoli. Che gente buffa. Meno male che poi siamo arrivati noi. Ma la faccenda del castoro non è una barzelletta sull'ignoranza. È l'esatto contrario. È la prova che quella gente aveva un sistema — un sistema coerente, capillare, funzionante — in cui la teoria degli umori di Galeno, il calendario liturgico, i prezzi delle spezie, la ruota del mulino e la paura della fame stavano tutti insieme e si tenevano per mano.
"Pesce", nel Medioevo, non era una categoria zoologica. Era una categoria giuridica. E il giorno in cui capite questo, il Medioevo smette di essere un posto pittoresco e diventa un posto abitato. Perché è lì che comincia il divertimento vero.
Facciamo l'inventario di ciò che non c'era, in quella cucina che tanti immaginano di conoscere. Non c'era il pomodoro. Non c'era la patata. Non c'era il peperone, non c'era il mais, non c'era il fagiolo — quello che chiamavano fagiolo era il dolico dall'occhio nero, che è un'altra cosa. Non c'era il tacchino. Non c'era il cioccolato, non c'era il caffè. Lo zucchero c'era, ma costava come una spezia ed era considerato una spezia, e se ne facevano medicine, e chi ne aveva lo usava sulla carne per far vedere che poteva. Il che significa, se avete voglia di fare la somma, che circa metà di quello che al giorno d'oggi viene servito nelle sagre sotto l'insegna "come si mangiava una volta" era, in quella una volta lì, rigorosamente impossibile.
E poi c'era la forchetta. Questa è la mia parte preferita. La forchetta esisteva. La conoscevano. A Bisanzio ci mangiavano tranquillamente, e i veneziani, che con Bisanzio commerciavano, l'avevano vista e l'avevano portata a casa. Solo che in Occidente somigliava troppo al forcone del diavolo, e quindi era lo strumento del demonio, e quando una principessa bizantina arrivò a Venezia e si mise a mangiare con forchette d'oro venne fuori uno scandalo di cui si parlò per secoli.
Ecco: il Medioevo non è l'epoca in cui non sapevano. È l'epoca in cui sapevano, ci pensavano su, e decidevano di no.
È un'epoca molto più simile alla nostra di quanto ci faccia comodo.
La prima riga che Alberto Busca ha scritto in questo libro è: «Innanzi tutto questo non è un libro di ricette.» Come editore, quando ho letto quella riga ho tirato un sospiro di sollievo che si è sentito fino in corso Francia. Di libri di ricette medievali ne circolano parecchi, e sono quasi tutti bugiardi: perché i cuochi medievali non scrivevano le dosi, non scrivevano i tempi, e non lo facevano per pudore o per segreto professionale ma per la ragione più semplice del mondo — quegli appunti erano promemoria per gente che sapeva già cucinare. Chiunque vi venda oggi "la ricetta autentica del Trecento" vi sta vendendo, nel migliore dei casi, un'ipotesi con un bel font. Questo libro fa un'altra cosa. Vi porta sotto la ricetta, dove stanno le ragioni. Vi spiega perché la gente mangiava in strada, e non è perché avesse fretta: è perché la canna fumaria era un lusso, la legna costava, il mulino era del signore, il forno era del signore, e macinare e cuocere significava pagare due volte qualcuno che non eravate voi. Vi spiega che gli osti facevano pagare una piccola tassa a chi si portava il cibo da casa e chiedeva solo di consumarlo al riparo — e Busca sostiene che quella tassa la paghiate ancora stasera, in fondo al conto, sotto la voce coperto. Vi spiega che nei banchetti in cui si stipulava un'alleanza il padrone di casa forniva lui il coltello agli ospiti, possibilmente poco affilato, perché il patto non era ancora firmato e di quella gente lì non ci si fidava. Vi racconta che a Londra, nel 1375, fu necessario emanare un provvedimento per limitare a sette piedi la sporgenza dei pali delle birrerie, perché i carri ci sbattevano contro. Sette piedi. Qualcuno ha misurato, qualcuno ha discusso, qualcuno ha scritto la norma. Il Medioevo è pieno di gente che riempie moduli. E vi racconta della Taberna Romana di Zambra, che nel 1368 aveva in dotazione duecento galline, centottanta oche del Re, ventisei porci, vasche con pesci e anguille, tre cuoche e quattro garzoni — che non è un'osteria, è un'azienda, ed è il genere di dettaglio che vale dieci pagine di considerazioni generali.
Devo dire una cosa su chi ha scritto questo libro, e la dirò con l'affetto malevolo che si riserva agli amici. Alberto Busca poteva limitarsi ad aprire una taverna. L'ha fatto: è in via Edoardo Calvo, si chiama Emporium Infernalis, e a Torino la conoscono. Poteva fermarsi lì, servire da mangiare, incassare, e lasciare che i clienti si immaginassero il Medioevo che preferivano — che è quello che fanno tutti, ed è redditizio. Invece no. Invece ha voluto anche spiegarci perché. Questa è, tecnicamente, una patologia. Si chiama ossessione, ed è l'unica ragione decente per cui valga la pena leggere qualcuno. Le persone che sanno una cosa perché l'hanno studiata sono utili. Le persone che sanno una cosa perché non riescono a smettere di pensarci sono un'altra faccenda: sono quelle che, alle due di notte, vi trattengono sulla porta per dirvi ancora un particolare. Questo libro è quel particolare, moltiplicato per venti capitoli. E ha, come ogni ossessione onesta, il pregio di essere scortese con le comodità. Vi toglierà i secoli bui — che erano un'invenzione di gente venuta molto dopo, con un'agenda. Vi toglierà la storiella delle spezie usate per coprire il sapore del rancido, che è la più dura a morire e la più stupida: chi poteva permettersi il pepe poteva permettersi la carne fresca tutti i giorni, e non si mette l'oro sul marcio. Vi toglierà, temo, un po' di nostalgia. La nostalgia per il Medioevo è quasi sempre nostalgia per un Medioevo che non c'è mai stato, ed è un sentimento che si nutre esclusivamente di non sapere. Al posto della nostalgia vi darà qualcosa di meglio: lo stupore. Che è quello che si prova davanti alle cose vere, quando finalmente si vedono. Dunque leggetelo. Poi, se posso permettermi un consiglio, fate così: andate a mangiare da qualche parte. Ordinate. Guardate il conto, alla fine, e trovate la voce coperto — quella riga che nessuno legge mai, che tutti pagano, e che nessuno ha mai abolito in settecento anni.
E se un venerdì vi capita, ordinate il castoro.
Vi assicuro che è pesce."
dalla prefazione di:
Patrizio Sgarra
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