Federico Pizzarotti
Dal governo della città a progetti che uniscono sviluppo personale e impegno per la comunità. Non mi annoio, già Sindaco di Parma.
B&B Bordone del Pellegrino, The Hub, Bee4Energy e consulenze strategiche. Instagram: @fpizzarotti
Twitter: @FedePizzarotti
09/06/2026
Un politico che sceglie le domande ha già perso qualcosa di essenziale: il contatto con la realtà.
Trump non risponde ai giornalisti che non gradisce. Li esclude, li attacca, li bypassa con i social. Lo consideriamo un problema americano.
Ma in Italia non stiamo messi molto meglio. Meloni ha drasticamente ridotto le conferenze stampa nel tempo: 16 nel 2023, quattro nel 2024. Le sostituisce con punti stampa fugaci o puntate da Vespa, dove le domande non arrivano mai dove fanno male.
E poi c'è il caso di Genova. Silvia Salis (non dimentichiamo sindaca da solo un anno) convoca una conferenza stampa, tre ore, tutto il consiglio presente, ma con una condizione: due domande a testa, argomenti comunicati in anticipo. La chiamano trasparenza. È controllo.
Eppure esistono esempi diversi, anche nel centrosinistra.
Renzi, che pure di Salis è sostenitore, da presidente del Consiglio come da semplice parlamentare non si è mai sottratto a un giornalista né ha voluto conoscere in anticipo gli argomenti delle interviste. Calenda risponde a tutto, anche quando la domanda è una trappola.
Io ho fatto lo stesso. Da Sindaco di Parma ho affrontato trasmissioni ostili, conferenze senza rete, domande su bilanci, scandali, scelte impopolari. Non perché fossi coraggioso.
Perché pensavo, e penso ancora, che rispondere sia un dovere costitutivo del mandato, non una concessione.
Le domande scomode non sono un attacco. Sono il meccanismo attraverso cui una democrazia controlla chi la governa.
Salis secondo me ha sbagliato. Ma non è sola, e non è la peggiore. È l'ultima di una lunga fila, trasversale agli schieramenti.
08/06/2026
La storia della piccola Beatrice mi ha colpito nel profondo. E mi ha fatto pensare a una contraddizione che questo paese non vuole affrontare.
Beatrice aveva due anni. È morta il 9 febbraio a Bordighera, con il corpo pieno di lividi. Sul telefono del compagno della madre gli inquirenti hanno trovato foto di lei dopo i pestaggi e un video in cui la costringevano a fumare una sigaretta mentre gli adulti ridevano. Sua madre la lasciava sola di notte, lei e le sorelle di 7 e 9 anni, per andare da quell'uomo. Non l'ha portata in ospedale nemmeno quando stava morendo, perché temeva che le portassero via le figlie. Il padre naturale era in carcere per altri reati: un dettaglio che dice tutto sul contesto in cui quella bambina viveva.
Qualcuno ricorda Diana Pifferi? Aveva 16 mesi. Nel luglio 2022 sua madre la lasciò sola in casa a Milano per sei giorni, con un biberon e un flacone di ansiolitici accanto al lettino, e andò dal fidanzato a Bergamo. A chi chiedeva della bambina rispondeva: "È al mare con mia sorella." Diana morì di stenti. La madre, all'arresto, disse: "Sono una buona mamma."
Partorire non ti rende una buona madre. Non esiste corso, esame, patente per diventarlo.
L'amore per un figlio o c'è o non c'è, e nessun documento anagrafico lo fa nascere.
Eppure in questo paese chi vuole adottare affronta anni di calvario burocratico: colloqui, valutazioni psicologiche, indagini patrimoniali, commissioni, attese infinite. Si presume colpevole chi sceglie di amare un bambino già nato, mentre chi lo mette al mondo conserva per legge una precedenza assoluta, qualunque cosa faccia.
C'è chi desidera un figlio con tutto se stesso e non può averlo. C'è chi lo fa e lo tratta come un peso, un fastidio, uno sfogo. Questa sproporzione dovrebbe tenerci svegli la notte.
Un bambino non ha bisogno del genitore biologico. Ha bisogno di qualcuno che lo ami, lo protegga, lo guardi crescere. Può trovarlo in una coppia tradizionale, in un single, in due uomini o due donne, in una famiglia affidataria.
Lo Stato dovrebbe smettere di diffidare di chi quell'amore lo offre, e iniziare a fare domande serie a chi lo nega.
07/06/2026
Ricordo le immagini. Gli ulivi sradicati, le bandiere, i presidi sulla spiaggia di San Foca.
"Devastazione della costa", "scempio ambientale", "no al TAP". Per anni il gasdotto Trans-Adriatico è stato il simbolo di tutto ciò che non si doveva fare: un'opera imposta con la forza, insensibile al territorio, nemica dell'ambiente.
I politici del no si moltiplicavano. Comitati, ricorsi, blocchi di cantiere. Alessandro Di Battista urlava in comizio che con il M5S al governo l'opera sarebbe stata bloccata in due settimane. Fratoianni la bollava come "costosa e inutile grande opera". Chi sosteneva il progetto veniva trattato come un nemico del paesaggio pugliese.
Oggi, qualcuno di quei profeti del disastro ha il coraggio di fare un sopralluogo?
Il gasdotto è entrato in funzione il 17 ottobre 2020 e dal 2021 sono stati completati i ripristini ambientali nelle zone interessate dalla posa della tubazione.
La costa di Melendugno è lì, identica a prima. I monitoraggi ambientali (obbligatori per legge e pubblicati da TAP ogni semestre) non hanno rilevato impatti rilevanti su qualità dell'aria, vegetazione, suoli o acque marine.
Nessuna contaminazione. Nessuna devastazione.
Ma c'è di più. Nel 2020 l'Italia importava oltre il 40% del proprio fabbisogno di gas dalla Russia. Poi è arrivata la guerra in Ucraina. L'Europa ha dovuto tagliare i ponti con Mosca nel giro di settimane, e l'Italia rischiava di restare al freddo.
In quel momento, il TAP, quell'opera maledetta, contestata, "inutile" , è diventato improvvisamente prezioso. Il gasdotto è diventato uno degli assi principali su cui puntare per sostituire il gas russo.
A poco più di quattro anni e mezzo dall'avvio delle operazioni, TAP ha consegnato in Europa 50 miliardi di metri cubi di gas naturale: oltre 41,7 solo in Italia. Copre oggi circa il 10% del fabbisogno italiano di gas annuo.
Questa è la storia vera. Un'opera combattuta palmo a palmo, ritardata da ricorsi e proteste, trasformata in un caso politico da chi cavalcava la paura, e che poi si è rivelata, anno dopo anno, esattamente quello che i suoi sostenitori avevano sempre detto: un'infrastruttura strategica per l'autonomia energetica del paese.
Non sto dicendo che le preoccupazioni ambientali fossero illegittime. Il territorio va rispettato, il dialogo con le comunità è giusto, il monitoraggio è doveroso.
Ma c'è una differenza enorme tra la tutela responsabile del paesaggio e la cultura del no pregiudiziale, quella che trasforma ogni infrastruttura in un crimine e ogni cantiere in una minaccia esistenziale. Quella cultura produce blocchi, ritardi, occasioni perdute. E quando arriva la crisi (energetica, geopolitica, economica) ci si ritrova impreparati, dipendenti dagli altri, vulnerabili.
I profeti del no raramente pagano il prezzo delle loro battaglie vinte. Pagano gli altri.
05/06/2026
C'è una domanda che nessun politico italiano vuole sentirsi fare: perché non volete un deposito nazionale per le scorie radioattive?
Non è una domanda retorica. È la radice di una storia che dura da quarant'anni e che ci costa, letteralmente, miliardi.
L'Italia non ha un deposito nazionale per le scorie radioattive. Non domani: oggi. Non perché non sappia dove metterle in sicurezza, la tecnologia esiste, funziona, è usata da decenni in Francia, Germania, Finlandia, Svezia.
Ma perché nessun governo, di nessun colore, ha avuto il coraggio politico di dire: "Il deposito si fa qui."
Nel frattempo, le scorie delle nostre vecchie centrali (spente dopo il referendum del 1987) sono rimaste in Francia e nel Regno Unito. Paghiamo noi, naturalmente.
Secondo un report della CGIL, dal 2001 al 2019 abbiamo speso 1,8 miliardi per mantenere i depositi temporanei già presenti sul territorio italiano, e altri 1,2 miliardi per il trattamento del combustibile nucleare esausto nei siti francesi e britannici. Tre miliardi in vent'anni. E i conti continuano a girare: circa 60 milioni l'anno solo per tenere in piedi quei depositi provvisori.
Ad aprile di quest'anno il governo ha rinnovato l'accordo con la Francia: le nostre scorie resteranno là almeno fino al 2040. Quindici anni in più. Nel frattempo siamo in procedura d'infrazione europea, perché la direttiva Euratom imponeva un piano nazionale entro il 2015, e rischiamo sanzioni ulteriori.
Ma c'è un altro aspetto che viene quasi sempre dimenticato: le scorie radioattive non sono solo il lascito delle centrali. Ogni ospedale, ogni laboratorio di ricerca, ogni centro oncologico produce rifiuti radioattivi. Oggi abbiamo cento depositi temporanei sparsi sul territorio nazionale, spesso in aree abitate, spesso inadeguati. Li abbiamo già, questi depositi. Solo che sono improvvisati, frammentati, e nessuno vuole citarli.
La domanda vera non è "vogliamo le scorie?". Le scorie le abbiamo già, sotto casa, nei capannoni industriali vicino alle città, nei sotterranei degli ospedali. La domanda è: vogliamo gestirle in modo serio, concentrato, monitorato, con tecnologie all'avanguardia e con il beneficio che ne può derivare: posti di lavoro, competenze, sviluppo tecnologico, o preferiamo continuare a fingere che il problema non esista, pagando miliardi ad altri paesi per tenerci i rifiuti fuori dalla vista?
Lo dico chiaramente: sono favorevole al nucleare. Non per ideologia, ma per pragmatismo. L'energia pulita, stabile e ad alta densità che i nuovi mini reattori (per cui non servono 20 anni) possono garantire è parte necessaria di qualsiasi transizione energetica seria. Ma proprio per questo trovo insopportabile il cortocircuito in cui ci troviamo.
Il governo attuale vuole rilanciare il nucleare con i piccoli reattori di nuova generazione, ambizione su cui concordo, ma senza un deposito nazionale operativo non può nemmeno presentarsi all'Europa con un piano credibile. Vuole costruire il nucleare nuovo e non è ancora riuscito a decidere dove mettere i rifiuti di quello spento quarant'anni fa.
Il 2039 non è una soluzione. È una proroga con data di scadenza, che diventerà un'altra proroga.
La procedura avviata prevede che i comuni con caratteristiche tecniche adeguate possano candidarsi volontariamente. Nessuno lo farà. Lo sappiamo già. E allora il governo deve avere il coraggio di fare ciò che i governi esistono per fare: decidere!
Individuare il sito migliore sulla base di criteri scientifici, garantire compensazioni adeguate al territorio, e imporlo. Non come sopraffazione, ma come assunzione di responsabilità. È quello che fanno i paesi seri. È quello che fa uno stato che funziona.
La risposta dei nostri governi, finora, è stata sempre la stessa: meglio non decidere. Perché decidere costa voti. E il costo reale (economico, ambientale, industriale) viene spalmato su tutti, silenziosamente, senza che nessuno se ne accorga abbastanza da protestare.
Una società adulta gestisce le proprie responsabilità. Non le esternalizza a tempo indeterminato sperando che nessuno faccia i conti.
04/06/2026
Fine vita. Due parole che fanno paura, che molti preferiscono non pronunciare, e che invece dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia.
In queste ore circola sui social una frase di una deputata di Fratelli d'Italia: "Il compito della politica non è facilitare la morte, ma accompagnare, assistere, difendere la persona, soprattutto quando è più debole. È curare, non abbandonare."
Chi potrebbe essere in disaccordo? Nessuno. È sacrosanto.
Eppure quella frase nasconde una confusione enorme, che in Italia facciamo finta di non vedere.
Perché il fine vita non riguarda chi viene abbandonato. Riguarda chi ha già ricevuto tutto: cure, assistenza, amore, accompagnamento e che nonostante tutto si trova in una sofferenza irreversibile, senza via d'uscita, e chiede di poter scegliere.
E che lo chiede con la sua testa. Con la sua coscienza.
A quel punto la politica ha un solo compito: stabilire procedure serie, accertamenti medici rigorosi, garanzie reali. E poi farsi da parte.
Perché impedire quella scelta non è proteggere la dignità. È violarla.
E a chi dice che prima bisogna investire nelle cure palliative, giusto, sacrosanto anche questo, chiedo: quanti soldi ha stanziato questo governo per gli hospice, per gli operatori, per le strutture? Perché la morale senza i soldi è solo propaganda.
Io spero che nessuno di quelli che fanno la morale si trovi mai a soffrire ogni giorno senza poter vedere una fine. Ma se mai dovesse succedere, voglio che abbiano il diritto di scegliere.
Il corpo non può diventare una prigione.
02/06/2026
Mia nonna il 2 giugno 1946 aveva trentaquattro anni. Non me ne ha parlato spesso, ma quando lo faceva si vedeva che era stato qualcosa di vero non una festa, ma un atto.
Quel giorno si decideva che paese essere.
Dopo vent'anni di dittatura, una guerra persa due volte, il paese distrutto, Parma portava ancora i pesanti segni dei bombardamenti, quella donna e milioni come lei erano chiamati a una scelta storica: la monarchia che aveva coperto il fascismo, o qualcosa di nuovo.
Mia nonna non c'è più. Ma mi piace pensare che quella mattina si sia sentita, per la prima volta, cittadina di qualcosa.
Ottant'anni dopo, quella scelta viene rimessa in discussione. Non solo ai margini, ma in parlamento, nei talk show, nei programmi di partiti che governano il paese. La Repubblica come forma di stato, la Costituzione come patto fondativo: cose che sembravano acquisite non lo sono più.
La tentazione è di liquidare tutto come provocazione, come nostalgia reazionaria, come politica dello spettacolo.
Forse in parte lo è. Ma se ci fermiamo lì, perdiamo qualcosa di importante.
Perché le istituzioni non vengono messe in discussione nel vuoto. Vengono messe in discussione quando le persone non si sentono più rappresentate da esse, quando la distanza tra la promessa scritta e la vita vissuta diventa troppo grande.
La Costituzione garantisce lavoro, salute, istruzione, uguaglianza sostanziale. Sono decenni che quella garanzia scricchiola per molti. Non è una giustificazione per chi vuole smontare la Repubblica è una spiegazione di perché il terreno sia diventato fertile.
Il problema non è che qualcuno mette in discussione la Repubblica. Il problema è che una parte del paese ha smesso di sentirla propria. E quella perdita di appartenenza non si recupera con le celebrazioni.
Auguri alla Repubblica, ottant'anni dopo. Con la speranza che possa tornare forte, rispettata e davvero sentita da tutti.
Se lo merita.
28/05/2026
"Non devi seguire ciò che dico, ma verificare ciò che faccio."
Magi, il fantasma della democrazia .... interna.
Lo ricordate vestito da fantasma in Parlamento, a protestare contro chi soffoca la democrazia? Bene. Parliamo di cosa succede dentro +Europa.
Sono stato Presidente di +Europa. Nel 2022, pur avendo vinto il Congresso, scelsi di trovare un accordo con Magi per il bene del partito. Un errore. Me ne sono andato dopo, perché vedevo un cerchio magico gestire il partito in modo autoritario e arbitrario, nascondendo informazioni, prendendo decisioni non condivise fuori dai luoghi deputati, ignorando le regole quando scomode. L'ho fatto per tempo, insieme a tanti altri.
Poi è arrivato un nuovo congresso. Vinto a suon di tessere: ricordate il boom anomalo in Campania? e grazie ad accordi trasversali di corto respiro. Un castello costruito sulla sabbia. E infatti ha iniziato subito a vacillare.
Per puntellarlo, Magi ha espulso nei mesi scorsi membri della direzione e dell'assemblea con procedure quanto meno discutibili, guarda caso, proprio quelli che votavano contro. Un tentativo di annientare l'opposizione interna. Non è bastato: ha continuato a perdere pezzi, e oggi si ritrova in minoranza. Il bilancio bocciato. La presidente sfiduciata e dimessa.
E la risposta di chi non ha mai rispettato le regole quando vinceva, figuriamoci ora che perde? Ignorarle ancora. Si chiede la convocazione dell'assemblea nei termini previsti dallo statuto: risposta, a dicembre. Da maggio. Sette mesi. Il bilancio resta non approvato. Le poltrone al sicuro.
E i risultati di questi quattro anni? Le percentuali crollate. Una base attiva e radicata sul territorio progressivamente persa. La visibilità azzerata: oggi, quando giornali e talk show citano le posizioni dei partiti italiani, li citano tutti, tranne +Europa. Forse questo è il dato più eloquente di tutti.
E qui sta il paradosso più amaro. +Europa è un partito con una storia lunga e orgogliosa: battaglie per i diritti civili, per lo stato di diritto, per la democrazia liberale. Un partito che ha alzato la voce ogni volta che quei valori venivano calpestati.
Ebbene, questo stesso partito, al proprio interno, usa sotterfugi, espulsioni arbitrarie e manovre opache per tenere in sella una leadership che ha perso la fiducia dei suoi. Proclama una cosa e ne fa un'altra.
Il fantasma della democrazia, a quanto pare, vive in casa propria.
Mi dispiace per Emma Bonino, che ha messo in mano a Magi il partito e parte della sua storia. Aspetto ancora che prenda posizione.
Spero che chi rimane trovi la forza di cambiare rotta. +Europa merita di meglio.
19/05/2026
Dieci anni fa, il 19 maggio 2016, moriva Marco Pannella. Ho aspettato tutto il giorno prima di scrivere queste righe, perché certe cose meritano silenzio prima di diventare parole.
Ho votato radicale da giovane, quando ancora non sapevo che avrei fatto politica. Pannella era già una leggenda, ma una leggenda viva, uno di quelli che occupano lo spazio con il corpo, con la voce, con la sigaretta accesa e tre ore di monologo radiofonico a Ferragosto.
Nel maggio 2012, pochi giorni prima del ballottaggio di Parma, Marco rese pubblica la sua preferenza personale: avrebbe votato per me. In un mondo in cui persino i suoi colleghi radicali si dividevano, lui scelse di stare dalla parte di chi, a suo giudizio, incarnava la rottura con la partitocrazia.
Non era un endorsement di partito. Era il giudizio di un uomo che aveva passato cinquant'anni a fiutare chi era davvero libero e chi solo fingeva di esserlo.
Quella scelta mi riempì di orgoglio allora. Mi riempie di orgoglio ancora adesso.
Lo rividi a Parma il 28 gennaio 2015, al Palazzo del Governatore, per un convegno sulla pena di morte e sull'ergastolo. Era già malato. Ma aveva ancora quella presenza, quella capacità di entrare in una stanza e far sembrare tutto il resto marginale.
A margine del convegno mi disse, con quella voce roca e quelle subordinate infinite: "Pizzarotti, lei è una delle poche persone che ha capito che governare bene è già un atto rivoluzionario." Non aggiunse altro. Io non dissi nulla. Certe cose non richiedono risposta.
Marco Pannella ha cambiato l'Italia sul divorzio, sull'aborto, sull'obiezione di coscienza, sul carcere. E quasi nessuno oggi lo sa.
Questa è la misura esatta di un uomo che ha lavorato per il paese, non per sé stesso.
Dieci anni dopo, manca ancora.
18/05/2026
Voglio tornare sull'attentato di Modena, perché c'è una parte della storia che merita di essere raccontata per intero.
Luca Signorelli stava passeggiando in via Emilia quando ha visto l'auto sbandare e le prime persone volare per terra. Ha aperto la portiera, si è chinato sulla donna con gli arti amputati, le ha detto di non muoversi. Poi ha visto l'aggressore scappare, e gli è corso dietro.
El Koudri è saltato fuori con un coltello. Due fendenti: uno diretto al cuore, uno alla testa. Signorelli ha schivato il primo, bloccato il polso sul secondo. La testa grondava sangue. Lo ha immobilizzato lo stesso. "Ho fatto vedere che l'Italia non è morta", ha detto dopo. Con ancora il sangue in faccia.
Nel frattempo, dietro di lui, erano arrivati altri. Osama Shalaby, muratore egiziano di 56 anni, e suo figlio Mohammed, 20 anni, insieme ad alcuni negozianti pakistani, hanno contribuito a tenerlo fermo fino all'arrivo della polizia. "Non abbiamo avuto paura. Siamo egiziani, abbiamo paura solo di Dio", ha detto Osama. Poi ha aggiunto, quasi sottovoce: "Sono trent'anni che vivo in Italia, ma non sono cittadino italiano. Spero che il mio gesto serva a qualcosa."
Trent'anni in Italia. Nessuna cittadinanza. E nel momento del pericolo, è lì, con il coltello puntato contro.
Mentre questo accadeva, Salvini proponeva di revocare il permesso di soggiorno agli stranieri che delinquono. Peccato che El Koudri fosse cittadino italiano. E che chi lo ha fermato non avesse nemmeno un permesso di soggiorno da revocare, perché in Italia ci vive da decenni, invisibile.
Vannacci ha titolato il suo post: "Quante Modena dovranno ripetersi per capire che ci vuole la remigrazione?" Nessun nome. Nessun fatto. Nessuna menzione di chi ha fermato l'aggressore. Solo la parola d'ordine per i suoi, sparata mentre il sangue era ancora sull'asfalto.
Libero e La Verità hanno titolato sull'immigrato, sulla seconda generazione, sul pericolo straniero. Zero righe su Osama. Zero righe su Mohammed. Zero righe sui negozianti pakistani che hanno rischiato la pelle per fermare qualcuno che, secondo i loro stessi titoli, sarebbe stato "uno dei loro".
Tajani, con più lucidità, ha chiesto la Medaglia al Valor Civile per Signorelli e per tutti gli altri intervenuti, stranieri compresi. È il minimo. Ed è anche la risposta più netta a chi, in queste ore, ha scelto di usare Modena come benzina invece che come specchio.
C'è una foto di quel momento: un gruppo di uomini, italiani e non, che tiene immobilizzato l'aggressore. Nessuno ha chiesto i documenti all'altro prima di intervenire.
Quella foto è l'Italia che funziona. I titoli di certi giornali sono l'Italia che preferisce non vederla.
Un pensiero alle persone ferite e alle loro famiglie.
17/05/2026
Il caso di Modena ha riaperto un dibattito che in Italia evitiamo da trent'anni: cosa succede quando una persona con un disturbo psichiatrico grave rifiuta le cure, e nessuno ha il potere di intervenire?
Da amministratore locale mi è capitato più volte di trovarmi in quella situazione. Segnalazioni, preoccupazioni, riunioni tra operatori, forze dell'ordine, medici, famiglie.
E alla fine: impotenza. Il sistema si muove quasi esclusivamente dopo che succede qualcosa di irreparabile.
Prima, esiste solo una zona grigia fatta di tentativi parziali e responsabilità che nessuno riesce davvero ad assumersi.
La Legge Basaglia fu una svolta di civiltà. Chiuse luoghi di segregazione che non avevano nulla di terapeutico.
Ma ogni riforma storica porta con sé anche i suoi limiti, e riconoscerli non significa tradirla.
La domanda che dovremmo farci è semplice: oggi abbiamo strumenti sufficienti per tutelare allo stesso tempo la dignità della persona malata, la tenuta delle famiglie, la sicurezza di chi lavora in quei contesti, e quella delle comunità?
Se la risposta è no — e per chi ha responsabilità sul campo è difficile rispondere altrimenti — allora il problema non è ideologico. È pratico. E merita risposte pratiche.
Continuare a trattare questo tema come un campo minato politico significa lasciare soli tutti: i cittadini, gli operatori, e soprattutto le persone con disturbi gravi che, spesso proprio perché malate, non riescono a riconoscere il proprio bisogno di cura.
Un pensiero alle persone ferite e alle loro famiglie.
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