W4W Parma
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Women For Women favorisce lo sviluppo della cultura di genere, tutelando e promuovendo il ruolo della donna in tutti gli ambiti della vita civile, culturale, politica, economica e sociale in Italia e nel mondo.
18/06/2026
...Da quando esiste l’analisi del testo, allo Stato non è mai venuto in mente di mettere al centro di una traccia la penna di una donna...
Anche quest’anno, alla maturità, la letteratura italiana è solo maschile. Come nei ventisei anni prima, lo Stato continua a dimenticarsi che le scrittrici esistono.
Lo so bene perché quest’anno avevo preparato mia nipote. L’avevo preparata su Grazia Deledda perché nel 2026 cadono due anniversari enormi.
Cento anni dal Premio Nobel per la Letteratura, l’unica donna italiana ad averlo mai preso, novanta anni dalla sua morte.
Invece sono usciti Cesare Pavese e Brancati. Due uomini. Esattamente come tutti gli anni prima: Ungaretti, Saba, Pavese, Montale, Quasimodo, Pirandello, Dante, Svevo, Calvino, Eco, Bassani, Sciascia, V***a, Pascoli, Moravia.
Da quando esiste l’analisi del testo, allo Stato non è mai venuto in mente di mettere al centro di una traccia la penna di una donna.
Eppure non è che le donne non ci siano. Accanto a Deledda ci sono Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Sibilla Aleramo, Anna Maria Ortese, Alda Merini. Nomi che riempiono le antologie scolastiche ma restano fuori dalle tracce d’esame.
Direte: ma è solo un tema, non drammatizziamo.
E invece no.
È il messaggio che lo Stato consegna nello stesso identico giorno a mezzo milione di ragazze e ragazzi.
Che per essere “grande letteratura”, la voce che merita di essere studiata riga per riga, analizzata, interpretata, bisogna essere un uomo.
Si chiama segregazione, e non comincia con gli stipendi o con le carriere mancate: comincia sui banchi.
Una ragazza che per tredici anni non vede quasi mai una donna trattata come autrice da esame impara una cosa precisa: che le donne non saranno trattate come un genio da decifrare!
E dato che non è così ho preparato una lista lista di grandi scrittrici italiane del Novecento che a scuola si studiano, e che all’esame non escono mai.
Commenta il post con AUTRICI e ti arriva in DM la lista delle scrittrici che a scuola si studiano ma all’esame, sistematicamente, spariscono.
15/06/2026
Educare alle relazioni per prevenire la violenza: «L’inclusione parte dalla scuola» A pochi giorni dall’approvazione in senato del ddl Valditara, arriva a Roma per la prima volta in una piazza «Close the gap», la campagna sull’inclusione di genere e l’educazione sessuo-affettiva a scuola. Elisabetta Camussi: «Non è un'intrusione, le famiglie stesse chiedono aiuto». Tra g...
15/06/2026
“Il mondo è fatto di relazioni e se pratichi rapporti dove non domina il tornaconto, se dai vita a relazioni in cui trovi il modo di restare fedele a te stessa, agli altri e a ciò che accade, allora stai già partecipando alla trasformazione del mondo”.
Luisa Muraro per sempre con noi
15/06/2026
“Il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri”. L'ha scandito Roberto Vannacci dal palco della costituente di Futuro Nazionale, tra gli applausi della platea.
In una frase sola è riuscito a scavalcare quasi un secolo di diritto penale italiano, i report del Viminale e perfino una legge votata dalla maggioranza di cui faceva parte.
Prendiamo la sua logica e portiamola fino in fondo.
Se il femminicidio sparisce perché in fondo è un omicidio come gli altri, allora con lo stesso criterio dovremmo cancellare anche il parricidio, l'infanticidio, l'uxoricidio, il fratricidio. Parole che indicano tutte, in effetti, una persona uccisa. Eppure la nostra lingua ha sempre sentito il bisogno di distinguerle, una a una, e di dare un nome diverso.
Andando avanti così dovremmo eliminare pure il genocidio: alla fine è un insieme di omicidi, uno dietro l'altro, moltiplicato su scala enorme.
E qui sta il punto che a Vannacci sfugge: la lingua e il diritto distinguono questi delitti da sempre per una ragione molto concreta. Quella ragione si chiama movente, cioè la causa che ha armato la mano e ha trasformato una persona in un assassino.
Lo dice il Codice penale italiano e lo dice da quasi cento anni: porta la firma del Codice Rocco, scritto nel 1930, in pieno fascismo. L'articolo 577 punisce più duramente chi uccide un padre, un figlio, un coniuge.
La premeditazione, i motivi abietti, i motivi futili sono tutte aggravanti che ruotano attorno a una sola domanda, sempre la stessa: perché hai ucciso?
Pesare quel “perché” è da sempre il mestiere del diritto penale. Un omicidio commesso per intascare un'eredità e uno commesso per legittima difesa causano entrambi una morte, eppure la legge li tratta come mondi lontanissimi tra loro.
Sul movente si decide tutto. Vannacci lo chiama “lavaggio del cervello”: in realtà sta descrivendo, alla lettera, il funzionamento esatto del codice che pretenderebbe di riformare.
Bastano due casi affiancati per capirlo.
Una donna che muore durante una rapina in banca è vittima di un omicidio in cui l'essere donna resta un dettaglio: è morta perché si trovava lì in quel momento.
Nel femminicidio il meccanismo si rovescia del tutto. Lì il genere è il cuore del fatto: la donna viene uccisa proprio in quanto donna, perché si è sottratta al controllo, al possesso, al dominio di un uomo.
Stesso gesto, movente diverso. Il diritto vive di questa differenza!
Vannacci prova a difendersi con un esempio che però gli si ritorce contro: “Esiste la violenza sugli anziani e non c'è un anzianicidio”.
Vero, la parola manca. La tutela invece esiste già da un pezzo, perché la legge aggrava le pene per i reati commessi contro anziani, minori, persone con disabilità, donne in gravidanza.
Lo fa proprio perché la fragilità della vittima e il disprezzo di chi colpisce contano e pesano. Il suo controesempio, alla fine, dimostra in pieno la cosa che voleva negare.
Da oltre dieci anni lo Stato conta le donne uccise e le scompone una per una: quante dentro la famiglia, quante per mano di un partner, quante per mano di un ex.
In Italia, nel 2025, sono state uccise 97 donne: 85 in ambito familiare o affettivo, 62 per mano di un partner o di un ex.
Le si può anche liquidare come un omicidio come tutti gli altri. Solo che gli altri muoiono per una rapina, una lite, un debito; loro muoiono nella stessa casa, per lo stesso movente, per mano dello stesso uomo che diceva di amarle.
La verità è semplice: la parola femminicidio fotografa un fenomeno che esiste già di suo e lo conta.
Cancellarla riporta in vita zero donne. Serve soltanto a smettere di contarle. E chi smette di contarle, prima o poi, smette anche di vederle.
07/06/2026
Qui la lettera che quasi 100 tra artisti, cantanti e persone dello spettacolo hanno sottoscritto contro il DDL Valditara sull'educazione sessuo-affettiva nelle scuole, leggetela, ne vale la pena
Ci hanno messo la faccia. E una firma.
Quasi cento, tra artisti, cantanti, donne e uomini dello spettacolo hanno sottoscritto una lettera-appello della Fondazione “Una Nessuna Centomila” contro lo sciagurato Ddl Valditara che cancella e limita in modo quasi totale l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane.
Tra loro, anche Fiorella Mannoia, Piero Pelù, Anna Foglietta, Alessandro Gassman, Ermal Meta, Claudia Pandolfi, Brunori Sas, Edoardo Leo, Calcutta e Viola Ardone.
Sono parole importanti che meritano di essere diffuse e condivise perché arrivino lontano:
“Alla società civile,
Ieri abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere: l’educazione sessuo-affettiva. In Europa, l’Italia resta tra i pochi Paesi a non prevedere un percorso strutturato in questo ambito.
Dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) all’UNESCO, in collaborazione con le altre agenzie delle Nazioni Unite, fino alla Convenzione di Istanbul, i richiami e le linee guida parlano chiaro: la Comprehensive Sexuality Education mira a fornire a bambine, bambini e giovani conoscenze, abilità, atteggiamenti e valori che consentano loro di realizzare la propria salute, il proprio benessere e la propria dignità; sviluppare relazioni sociali e sessuali rispettose; comprendere come le proprie scelte influenzino il proprio benessere e quello degli altri; conoscere e proteggere i propri diritti per tutta la vita.
È un diritto, non una questione ideologica. Significa offrire alle ragazze e ai ragazzi, fin dall’infanzia e in modo adeguato all’età, strumenti per comprendere sé stessi, rispettare gli altri e prevenire la violenza.
Le famiglie siamo anche noi, e chiediamo di essere accompagnati in questo percorso. Ragazzi e ragazze hanno bisogno di confrontarsi con figure competenti, capaci di ascoltare ciò che spesso non riescono a condividere con i genitori. Per ragioni che conosciamo bene: imbarazzo, vergogna, paura.
Nel frattempo, sono cambiati i rapporti, le relazioni e le modalità di crescita. I genitori non sono nativi digitali e faticano a comprendere pienamente il disagio che può nascere dalla dimensione online. Senza un’educazione strutturata all’affettività e alla sessualità, il rischio è che le risposte vengano cercate esclusivamente sul web.
L’affetto e l’attenzione non bastano.
Questo provvedimento rappresenta un arretramento culturale. Mette in discussione anni di lavoro svolto da scuole, università, centri antiviolenza e associazioni per promuovere prevenzione, consapevolezza e rispetto. Ostacolare il cambiamento culturale significa fare un passo indietro. Significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti e privare le nuove generazioni di strumenti fondamentali per comprendere sé stesse, gli altri e il mondo in cui vivono.
La violenza di genere è un fenomeno culturale e non può essere affrontata esclusivamente all’interno delle nostre case. Deve essere affrontata attraverso un percorso condiviso che coinvolga l’intera comunità educante.
Università, centri antiviolenza e organizzazioni impegnate contro discriminazioni, bullismo e razzismo hanno sviluppato competenze preziose che troppo spesso vengono escluse dal dibattito pubblico, lasciando spazio a contrapposizioni ideologiche che poco hanno a che fare con la realtà.
I dati mostrano un aumento dell’accesso precoce alla pornografia online, delle malattie sessualmente trasmissibili tra adolescenti, degli episodi di violenza sessuale e delle forme di autolesionismo. Nel nostro Paese, inoltre, la violenza domestica continua a essere, secondo i dati Istat, la forma di violenza più diffusa.
Ai figli e alle figlie che assistono quotidianamente alla violenza esercitata contro le loro madri, quale risposta stiamo offrendo? Davvero pensiamo che la soluzione possa essere il consenso informato?
Oppure siamo noi, come società, a doverci assumere la responsabilità di garantire loro il diritto a un’altra possibilità, a un altro racconto, a una storia diversa cui poter aspirare?
La forma non sempre coincide con la sostanza. Basterà il diniego di un genitore per impedire l’avvio di un progetto. Per le scuole sarà difficile organizzare attività alternative e il clima di allarmismo rischia di generare ulteriore confusione.
Il rischio concreto è che molte scuole, per timore di conflitti o contestazioni, rinuncino del tutto ad affrontare questi temi. Non saranno messi in discussione soltanto i percorsi di educazione sessuo-affettiva, ma anche le iniziative culturali dedicate al contrasto degli stereotipi di genere, alla prevenzione della discriminazione e alla costruzione di relazioni rispettose. Il risultato sarà un progressivo impoverimento del dibattito educativo e culturale.
Si rischia di legittimare un’unica idea possibile di famiglia, di relazioni, di maschile e di femminile, limitando la possibilità di confrontarsi con la complessità del reale.
Siamo genitori, cittadine e cittadini consapevoli, ma siamo anche artisti e artiste che credono che il cambiamento culturale sia la chiave per prevenire e contrastare la violenza.
Non possiamo permettere che la paura vinca sul futuro delle nostre figlie e dei nostri figli. Educare all'affettività e al rispetto è un atto di civiltà. Un diritto. Come genitori, cittadini e artisti, continueremo a dare voce a chi non ne ha, a costruire spazi di ascolto e a volere una società in cui nessuna ragazza e nessun ragazzo si senta solo. Il cambiamento culturale è un cammino che si fa insieme, e noi non faremo un solo passo indietro.”
Sottoscrivo anche le virgole.
Ed è bello, confortante, vedere che così tanti artisti abbiano deciso di impegnarsi per una delle battaglie più importanti dei prossimi trent’anni in questo Paese.
Impossibili citarli tutti, ma grazie a ognuno di loro.
🙏
05/06/2026
Si è tenuto ieri il secondo incontro con la psicoterapeuta Elisa Ferrari, stavolta sul tema "Riparazione e Perdono".
Un tema sicuramente molto interessante e coinvolgente che infatti ha visto la partecipazione di molte di noi.
Auspichiamo di poter avere altri incontri con la dott.ssa Ferrari a cui siete, sin da ora, tutte invitate 😊
04/06/2026
Anche noi abbiamo partecipato a questa interessante iniziativa organizzata per la ricorrenza della festa della Repubblica.
È sempre meraviglioso vedere l'entusiasmo e il desiderio di "conoscenza" dei nostri giovani
04/06/2026
Addio a Marjane Satrapi
di Sara Sesti
Il 4 giugno 2026 si è spenta a Parigi, per “crepacuore”, la fumettista e regista franco-iraniana Marjane Satrapi, all’età di 56 anni.
Nata nel 1969 a Rasht, in Iran, Satrapi è stata una delle voci più originali e influenti del fumetto contemporaneo.
La sua opera ha saputo intrecciare memoria personale e storia collettiva, trasformando l’esperienza autobiografica in un linguaggio universale capace di parlare a lettori di tutto il mondo.
La notorietà internazionale arriva con “Persepolis”, il romanzo grafico in cui racconta l’infanzia trascorsa durante la rivoluzione islamica e il successivo trasferimento in Europa.
Un’opera intensa e innovativa, che ha contribuito a raccontare la condizione femminile in Iran e a ridefinire i confini del fumetto contemporaneo.
Dal fumetto al cinema il passo è stato naturale: “Persepolis” è stato adattato in un film d’animazione acclamato dalla critica, premiato con il Premio della Giuria al Festival di Cannes e candidato agli Oscar, con la stessa Satrapi alla regia.
Accanto alla carriera di fumettista, Satrapi ha sviluppato un percorso cinematografico personale e coerente.
Ha diretto “Pollo alle prugne”, adattamento di un’altra sua opera a fumetti, oltre ai film “The Voices” e “Radioactive”, dedicato alla vita di Marie Skłodowska Curie.
Un itinerario artistico che ha confermato la sua capacità di muoversi con libertà tra linguaggi diversi, mantenendo sempre una forte identità autoriale.
Secondo una nota diffusa dai familiari, la morte sarebbe avvenuta per “crepacuore”, a seguito del dolore per la perdita del marito Mattias, scomparso un anno prima.
Con la sua opera, Satrapi ha lasciato un segno profondo nella cultura contemporanea, trasformando il fumetto in uno spazio di testimonianza, memoria e libertà espressiva.
03/06/2026
Stupendo discorso di Paola Cortellesi (riportato integralmente sotto) in occasione della festa della Repubblica. Ha doverosamente ricordato le donne che hanno avuto un ruolo molto importante e determinante affinché l'Italia fosse libera da qualsiasi tipo di tirannia.
Leggetelo, ne vale la pena
Ieri sera, in Piazza del Quirinale, davanti al Presidente Mattarella, a Giorgia Meloni e a Ignazio La Russa, Paola Cortellesi ha celebrato gli 80 anni della Repubblica.
E lo ha fatto pronunciando e celebrando alcuni nomi.
Irma Bandiera, accecata e fucilata a 29 anni perché partigiana.
Tina Anselmi, partigiana a 17.
Teresa V***alli, partigiana a 16.
Nilde Iotti e Teresa Mattei, partigiane in lotta e poi madri costituenti.
Nomi che nel Governo nessuno aveva avuto la cura di ricordare. Come se la Repubblica fosse piovuta dal cielo e non costruita da donne e uomini che l’hanno pagata col carcere, con la tortura, con la vita.
C’è voluta un’attrice per restituire quei nomi al Paese, mentre chi governa guardava in silenzio.
Il suo intervento, integrale, qui sotto. Vale la pena leggerlo fino in fondo:
"Ottant'anni fa nasceva la Repubblica Italiana.
Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza, Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, un gesto semplice e insieme rivoluzionario. Dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto.
E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.
Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e il 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra monarchia e repubblica e all'elezione dell'assemblea costituente.
Finalmente, almeno lì dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro. Prima di quel momento la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un'idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte anche per legge a un unico ruolo considerato naturale: moglie, madre, custode del focolare.
La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c'era un progetto di limitazione dell'autonomia femminile. Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo, come filosofia e storia nei licei.
L'istruzione di bambini e ragazze fu orientata verso lavori donneschi, ovvero mansioni domestiche. Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati. E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l'arroganza di proseguire gli studi, avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.
Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile.
In questi passaggi del volume "Politica della famiglia" del 1938, scritto dall'economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe: "La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia".
E ancora: "Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l'aumento della disoccupazione maschile".
In sintesi è: vengono a rubarci il lavoro. Questo concetto, devo dire, va ancora fortissimo. È un jolly da giocarsi a seconda delle categorie. Allora erano le donne.
Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza, ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi. In un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram, ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.
Adottarono un nome di battaglia, come misura di sicurezza per sé e per i compagni, e si unirono alle circa 300.000 persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.
Teresa V***alli, nome di battaglia Annuska, staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce e una piccola rivoltella nel reggipetto per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei naz*sti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra girò per le campagne con il facsimile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.
Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all'impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.
Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata e uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente perché tutti vedessero qual era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.
Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Molte di quelle ragazze erano adolescenti, non avevano ancora il diritto di lavoro, ma stavano già scegliendo il futuro dell'Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale. Il carcere, la tortura, la morte.
Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell'assemblea costituente. Nilde Iotti, che aveva partecipato alla resistenza nei gruppi di difesa della donna, divenne una delle 21 donne costituenti e anni dopo la prima presidente della Camera.
Teresa Mattei, partigiana a 20 anni, contribuì alla scrittura dell'articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Ma accanto a queste figure straordinarie c'era la moltitudine silenziosa delle donne comuni, quelle piegate dal lavoro fin dall'infanzia, indottrinate alla sottomissione, destinate nei casi migliori a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame, sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra.
Insomma: quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate. Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine, non più soltanto madri o mogli, ma persone. Titolari di una volontà politica e di diritti, essere convocate attraverso il voto a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo.
Si saranno percepite come gocce nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?
La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni: "Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un'autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d'esame. Ripassiamo mentalmente la lezione, quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d'amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari".
Da pari. Con quel gesto nasceva la promessa di una repubblica fondata sulla dignità e sull'uguaglianza.
La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.
Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall'obbedienza imposta.
L'effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute.
Dobbiamo lavorarci.
Dico "dobbiamo" perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte. Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare. E quel diritto conquistato 80 anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.
Oggi, festeggiare gli 80 anni della Repubblica Serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia, che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci ogni giorno a meritarla.
Irma Bandiera, prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: "Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa".
Quelli dopo di lei siamo noi".
02/06/2026
Tra mostre e convegni, spettacoli e altri eventi, l’ottantesimo anniversario del voto del 2 giugno 1946 passa, quest’anno, tutt’altro che inosservato: perché in questo giorno si commemora la nascita della Repubblica italiana attraverso la libera decisione di un popolo, ma anche – forse soprattutto – il momento in cui le donne sono diventate cittadine.
La grande attenzione con cui oggi guardiamo ai fatti di allora contrasta con il silenzio di ieri. Come scrisse trent’anni fa la storica Anna Rossi-Doria, quello che a tutti gli effetti rappresentò un fatto epocale – il primo voto insieme a quello delle amministrative di marzo 1946 per la metà della popolazione storicamente esclusa dal demos – è da considerare «un evento tanto più grande quanto più considerato, spesso dai contemporanei e sempre dagli storici, come un non evento». È sembrato allora e a lungo un «non evento» perché ritenuto l’esito atteso, per molti aspetti inevitabile, della sconfitta del nazifascismo e della partecipazione delle donne alla guerra di Liberazione.
Il presunto automatismo del riconoscimento dei diritti politici oscura però l’importanza della lunga e non lineare sequenza di lotte femministe per il suffragio che ha segnato i primi ottant’anni dell’Italia unita, e impedisce di cogliere il carattere aperto della storia cominciata nel 1946.
Leggi l'articolo integrale di Giorgia Serughetti sul nostro sito
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