Davide Faraone

Davide Faraone

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Presidente Fondazione Italiana Autismo. Vicepresidente nazionale Italia Viva, Parlamentare.

20/06/2026

In Italia c’è una categoria di politici e commentatori dotata di un autentico superpotere: guarda una foto di quattro persone e ne vede una quinta. I più talentuosi, quelli davvero fuori categoria, riescono perfino a individuarla sotto un tavolo al ristorante.

La cosa curiosa è che, a loro dire, quella persona non conta nulla. Eppure produce un effetto irresistibile: la cercano ovunque. In ogni foto, in ogni incontro, in ogni discussione. Una presenza invisibile che occupa stabilmente i loro pensieri.

Poi succede qualcosa di straordinario. Quando quella stessa persona si materializza davvero in una foto, il superpotere si ribalta: non la vedono più. Prima la vedevano quando non c’era, adesso non la vedono quando c’è.

È un fenomeno affascinante: vedere qualcuno dappertutto tranne che davanti ai propri occhi.

La scienza, ha dato un nome a questo straordinario superpotere che genera fenomeni paranormali: ossessione.

20/06/2026

Tutta la solidarietà del mondo a Giorgia Meloni. Davvero.
Donald Trump si è comportato da cafone. Lo è stato con lei, lo è stato con l’Italia, lo è stato con un alleato. Dire che una presidente del Consiglio avrebbe addirittura implorato una foto è un’offesa che merita una risposta dura. E Meloni ha fatto bene a rispondere.
C’è però una domanda che resta sospesa nell’aria.
Possibile che Giorgia Meloni se ne accorga soltanto oggi?
Perché Trump non è diventato cafone ieri mattina. Non è stato un improvviso incidente diplomatico. È lo stesso Trump che umiliava gli alleati e accarezzava gli autocrati. Lo stesso Trump che trattava Zelensky da questuante e Putin da interlocutore privilegiato. Lo stesso Trump che insultava leader europei, magistrati, istituzioni internazionali e chiunque non gli desse ragione.
Dov’era la sorpresa quando prendeva a schiaffi diplomatici Macron? Quando attaccava Trudeau? Quando liquidava Scholz? Quando seminava tensioni con mezzo Occidente?
In quei momenti andava bene. Perché si coltivava la favola del rapporto speciale. La teoria del ponte. Trump sarà duro con tutti, ci dicevano, ma non con noi. Noi abbiamo Giorgia. Noi abbiamo il canale privilegiato. Noi abbiamo l’amicizia personale.
A un certo punto si è arrivati persino a parlare di Nobel per la pace.
Ora scopriamo che Trump è Trump. Un cafone anche con l’Italia.
Benvenuti.
Il problema non è che oggi Meloni si sia indignata. Il problema è che per un anno e mezzo ha chiesto agli italiani di considerare normale ciò che normale non era. Ha spiegato che ogni insulto era una strategia, ogni provocazione una tattica, ogni umiliazione un dettaglio trascurabile.
Finché gli schiaffi cadevano sugli altri, si poteva continuare a raccontare la favola dell’amico forte.
Poi è arrivato il turno dell’Italia.
E improvvisamente quello che ieri era leadership oggi diventa arroganza. Quello che ieri era schiettezza oggi diventa maleducazione. Quello che ieri era genio negoziale oggi diventa un problema.
Trump non è cambiato.
È semplicemente arrivato all’ultima fermata del viaggio.
Quella in cui anche il ponte scopre di essere stato attraversato.

18/06/2026

Guardando questa foto sembra di assistere a uno di quei momenti destinati a entrare nei libri di storia.
Donald Trump firma l’accordo con l’Iran in una cornice sontuosa, tra sorrisi, strette di mano e l’immancabile posa da vincitore. È l’immagine che ama di più: quella dell’uomo solo al comando che risolve problemi che nessun altro era riuscito a risolvere. «Io sono il boss», ama ripetere.
No, Donald. Il boss risolve i problemi. Tu li crei per poi intestarti la soluzione.
Per dimostrare di saper portare la pace, prima hai avuto bisogno di scatenare una guerra.

Per mesi ci hanno raccontato che l’Iran era a un passo dal collasso, che il regime sarebbe caduto, che il popolo avrebbe finalmente conquistato la libertà. Oggi il regime è ancora lì. Anzi, al posto della vecchia guida ce n’è una più giovane e più radicale. I manifestanti iraniani sono rimasti soli, il regime più forte di prima.
Lo Stretto di Hormuz è aperto esattamente come lo era prima. Il cessate il fuoco viene celebrato come un trionfo, ma è difficile capire quale sia il cambiamento storico ottenuto visto che già prima della guerra scatenata da Trump non si sparava.

In compenso sono stati spesi centinaia di miliardi di dollari, sono state lanciate bombe e missili, sono morte persone innocenti e militari, e il Medio Oriente è passato attraverso settimane di paura e instabilità che hanno causato una crisi energetica mondiale.

La fotografia racconta una vittoria. I fatti raccontano qualcosa di profondamente diverso.
Guardando il punto di arrivo l’unica cosa davvero cambiata è il prezzo pagato per tornare quasi esattamente dove si era prima.

17/06/2026

Ci sono fotografie che raccontano più di un vertice internazionale.
In questa, Donald Trump conversa con il cancelliere tedesco. Giorgia Meloni è poco distante. Aspetta.

E guardandola viene in mente quella sensazione che conosciamo tutti: arrivi all’ufficio postale convinto di cavartela in cinque minuti, prendi il numerino e scopri che davanti a te c’è mezza provincia. Ti siedi, controlli il display ogni tanto, fai finta di niente, ma dentro hai già capito che non toccherà a te tanto presto.

Per anni ci hanno raccontato un’altra storia. Che l’Italia sarebbe tornata protagonista. Che non aveva bisogno di fare la fila perché aveva una sorta di Sky Priority diplomatica. Che Meloni aveva un rapporto privilegiato con Trump. Che grazie a lei saremmo stati al centro delle decisioni che contano.

Ci avevano descritto come il ponte tra Europa e Stati Uniti. Un ponte senza pedaggio, con accesso diretto ai piani alti della politica internazionale. Quello attraverso cui passavano le relazioni, le mediazioni, le decisioni.

Poi arrivano le fotografie. E le fotografie hanno un difetto: non ascoltano la propaganda.

Siamo passati dall’essere il ponte senza pedaggio al numerino in fondo alla sala d’attesa.

Con l’aria di chi continua ad aspettare che sul display compaia finalmente il proprio turno. Ma intanto chiamano sempre qualcun altro.

16/06/2026

Mentre litigano su chi ami di più la patria, la patria perde i suoi figli migliori.

16/06/2026

C’è qualcosa di straordinario nella velocità con cui Donald Trump riesce a smentire Donald Trump.
Nel primo giorno di guerra parlava al popolo iraniano come un liberatore improvvisato: «Quando avremo finito, prenderete il controllo del governo, sarà vostro». Sembrava l’annuncio di un cambio di regime già scritto. Gli ayatollah con le valigie in mano, il popolo pronto a riprendersi il Paese.
Adesso che Stati Uniti e Iran hanno trovato un accordo per chiudere il conflitto, gli ayatollah sono ancora lì. E Trump spiega candidamente che no, in fondo, lui non è mai stato interessato a rovesciare il regime. «Non credo nei cambi di regime, non funzionano mai». Un comico.

Nel frattempo il mondo si è preso le sue dosi di paura, i mercati hanno tremato, il prezzo dell’energia è schizzato, milioni di persone hanno guardato con il fiato sospeso allo spettro di una guerra regionale. E il grande risultato geopolitico rivendicabile è la riapertura dello stretto di Hormuz. Che, dettaglio trascurabile, prima dei bombardamenti americani era già aperto.
Con un effetto collaterale non proprio irrilevante: aver insegnato al regime iraniano che il vero potere di ricatto non passa necessariamente dalla bomba atomica, ma dalla capacità di minacciare il collo di bottiglia energetico da cui transita una parte decisiva dell’economia mondiale.

Trump continua a inseguire il suo Nobel per la pace. Finora, più che un mediatore, sembra un piromane che pretende gli applausi perché alla fine si è procurato un estintore.

16/06/2026

Leggo i titoli dei giornali e mi sembra di essere tornato agli anni Ottanta. O ai Novanta. I Galatolo. I Fidanzati. I Lo Piccolo. Nomi che pensavamo appartenessero alla memoria più buia di Palermo e che invece tornano ad affacciarsi nelle cronache quotidiane. Boss scarcerati o tornati a esercitare influenza, quartieri da riorganizzare, pizzo, intimidazioni, kalashnikov, commercianti nel mirino. Gli inquirenti raccontano di vecchi padrini ancora capaci di orientare le cosche e di esercitare il proprio peso criminale.

E poi ci sono i ragazzi dei quartieri più disagiati. Giovani senza prospettive, senza presidi educativi, senza alternative. La manovalanza perfetta per chi deve ricostruire consenso e controllo sul territorio. La mafia fa il suo mestiere: recluta, intimidisce, si riorganizza. Lo Stato dovrebbe fare il contrario: prevenire, presidiare, spezzare il legame tra marginalità sociale e criminalità.

E invece governa la destra che della sicurezza aveva fatto il proprio marchio di fabbrica. Dovevano riportare l’ordine nelle strade, nelle stazioni, nei quartieri. Dovevano essere inflessibili. Dovevano farci sentire più sicuri. Ci ritroviamo invece con Palermo che legge ogni mattina notizie che credevamo archiviate nei libri di storia: estorsioni, attentati, ritorno dei boss, paura.

Piantedosi arriva a Palermo. Convoca vertici, rilascia dichiarazioni, promette rinforzi. E poi? Poi resta il vuoto pneumatico. Restano i commercianti che abbassano le saracinesche con la paura di ritrovarle incendiate. Restano i cittadini che chiedono più controlli e vedono meno Stato. Restano i quartieri lasciati soli.

La verità è che la propaganda sulla sicurezza funziona finché rimane uno slogan. Governare è un’altra cosa. Significa presidiare il territorio, investire nelle forze dell’ordine, fare prevenzione sociale, impedire che i boss tornino a fare i boss e che i ragazzi diventino soldati della criminalità.

Perché Palermo non ha bisogno di passerelle ministeriali. Ha bisogno che lo Stato si veda. E soprattutto che si faccia sentire prima che a parlare, ancora una volta, siano soltanto i kalashnikov.

15/06/2026

Il merito secondo Ravetto.

15/06/2026

Ci sono dibattiti complessi, pieni di sfumature, in cui persone intelligenti possono legittimamente avere opinioni diverse. E poi c’è il generale Vannacci che scopre la parola femminicidio e reagisce come uno che entra in una scuola elementare e scopre l’alfabeto.

Secondo lui, se esiste il reato di femminicidio, allora si sta dicendo che alcune vittime valgono più di altre. Siamo all’ABC. Letteralmente. È il livello in cui bisogna spiegare che specificare non significa gerarchizzare come ama fare sempre lui per ogni cosa.

Se il Codice distingue tra omicidio mafioso, terrorismo, stalking, maltrattamenti o incidente stradale, non è perché alcune vite contano più di altre. È perché capire il contesto e il movente serve a riconoscere un fenomeno e a contrastarlo. Ma niente. Vannacci ha capito che se dici “femminicidio” stai assegnando medaglie al dolore. C’è qualcosa di straordinario nella costanza con cui il generale Vannacci riesce a trasformare ogni discussione in una lezione involontaria sul perché certe parole servano.

Lo spiegò con una chiarezza disarmante Michela Murgia, vediamo se lo capisce: «La parola femminicidio non indica il sesso della persona morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa».

Non è un omicidio qualsiasi. È l’uccisione di una donna perché donna: perché ha detto no, perché ha lasciato un compagno, perché ha rivendicato autonomia, libertà, il diritto di decidere della propria vita. È il gesto estremo di una cultura del possesso che trasforma l’amore in proprietà e il rifiuto in una colpa da punire.

Chiamarlo femminicidio non significa attribuire meno valore alle altre vittime. Significa dare un nome a una specifica forma di violenza per poterla riconoscere, comprendere e contrastare.

Ma Vannacci è fatto così: appena incontra una parola difficile, che descrive la complessità del mondo, prova a cancellarla. E quindi propone di abolire il reato di femminicidio.
Come se eliminando il termine sparisse il problema.

Purtroppo non funziona così. Se togli la parola “femminicidio”, non scompaiono le donne uccise perché hanno osato essere libere. Scompare soltanto la volontà di guardare in faccia la realtà. E quella sì che è una forma di resa culturale.

12/06/2026

C’è una parola che la destra europea usa come un rosario elettorale: cristianità.

Bisogna difendere l’Europa cristiana, dicono. Dall’islamizzazione. Dall’invasione. Dall’altro che bussa alle nostre porte. È diventata una formula magica: basta pronunciarla e ogni politica diventa lecita. I respingimenti diventano difesa della civiltà. Le morti nel Mediterraneo diventano effetti collaterali. La paura diventa identità.

Poi arriva il Papa e rovina la sceneggiatura.

Leone, alle Canarie, ha detto una cosa semplicissima e devastante: davanti ai profughi bisogna inchinarsi. Inchinarsi. Non tollerarli. Non compatirli. Non gestirli. Inchinarsi. Perché in ognuno di loro bisogna vedere il volto di Cristo. Perché ogni anima che vaga nel Mediterraneo è un’anima da salvare. Perché basta morti in mare.

E allora qualcuno dovrebbe spiegare dove sarebbe questa fantomatica “Europa cristiana” che andrebbe difesa dai migranti.

Perché se cristianesimo significa riconoscere nell’ultimo un fratello, soccorrere chi rischia di annegare, accogliere chi fugge dalla fame, dalla guerra e dalle persecuzioni, allora il problema non è l’islamizzazione dell’Europa. Il problema è la sua scristianizzazione.

L’ipocrisia diventa insopportabile quando si passa dal Mediterraneo ai campi.

Ogni volta ci raccontiamo la stessa favola. Che si tratti di episodi isolati. Di qualche mela marcia. Poi quattro braccianti muoiono in un furgone di ritorno dal lavoro e scopriamo, ancora una volta, che non c’è nulla di eccezionale. Il caporalato non è un residuo del passato. È un ingranaggio perfettamente inserito dentro una parte dell’economia italiana. Vive grazie alla disponibilità di un esercito di lavoratori ricattabili, invisibili, facilmente sostituibili.

Questo governo approva decreti flussi che prevedono l’ingresso di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri perché l’Italia ha bisogno di loro. Servono nei campi, nei magazzini, nei cantieri, nelle case. Ma poi li intrappola dentro la Bossi-Fini, trasformando la regolarità in un percorso quasi impossibile. Prima li rendono invisibili. Poi usano quella invisibilità per alimentare la propaganda contro l’immigrazione irregolare.

È il capolavoro del cinismo: creare il problema e poi chiedere voti promettendo di risolverlo.

Si può discutere di quote, integrazione, sicurezza, politiche migratorie. Ma smettiamola con l’ipocrisia di spacciare per cristianesimo ciò che con il cristianesimo non ha nulla a che fare.

Perché quelli che agitano il Vangelo come una clava identitaria non sopportano che il Vangelo venga letto davvero. Preferiscono il presepe ai poveri, il crocifisso come simbolo tribale alla croce come sacrificio, il Dio delle frontiere al Dio delle Beatitudini.

Esistono due Europe. Una che si chiude nella sua fortezza, considera gli altri inferiori e chiama autodifesa l’omissione di soccorso. E un’altra che continua a pensare che la dignità umana venga prima della paura, che la civiltà non si misuri dalla forza con cui respinge ma dalla capacità di non perdere la propria umanità.

La prima può anche vincere le elezioni. Ma abbia almeno il pudore di non chiamarsi cristiana.

Perché il Papa, con una sola parola, ha smontato l’inganno.

Inchinatevi.

Non ai confini. Non ai sondaggi. Non alle paure.

Ai profughi che annegano nel Mediterraneo e ai braccianti che raccolgono il cibo che arriva sulle nostre tavole. Perché, se credete davvero a quel Cristo che dite di voler difendere, è lì che dovreste cercarlo.

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