Davide Faraone
Presidente Fondazione Italiana Autismo. Vicepresidente nazionale Italia Viva, Parlamentare.
C’è stato un momento, ieri in Aula, in cui il ricorso del 25 aprile è diventato un karaoke istituzionale. Prima Bella ciao cantata da alcuni partiti opposizione, scagliata in faccia alla maggioranza. Poi, a stretto giro, l’Inno di Mameli sparato dai banchi di Fratelli d’Italia, come risposta, come controcanto, come rivincita.
Più che una celebrazione, una staffetta. Più che memoria, un duello.
È successo tutto in pochi minuti, ma abbastanza per capire il clima. Un canto usato come accusa, l’altro come risposta. Più che celebrazione, una dinamica da botta e risposta. Più che storia, attualità compressa dentro due simboli.
E io lì, seduto. Imbarazzato. Combattuto tra alzarmi e cantare, perché quegli inni sono sacri, e restare fermo, perché il modo in cui venivano usati li rendeva quasi irriconoscibili. Come quando prendi qualcosa di grande e lo riduci a bandierina da sventolare contro qualcuno.
Quando un simbolo diventa un’arma, perde qualcosa. E ieri quella perdita si sentiva tutta.
Di peggio ha fatto solo il Presidente del Senato Ignazio La Russa, che anche stavolta è riuscito nell’impresa di non distinguere davvero tra Salò e Resistenza. Che nel giorno in cui bisognerebbe chiarire, unire, mettere un punto fermo, riesce invece a lasciare tutto sospeso, ambiguo, irrisolto. E allora viene da dirlo: di peggio, per celebrare il 25 aprile, era difficile fare.
Io continuo a pensare una cosa semplice. Che questo dovrebbe essere il giorno più condiviso della Repubblica. Non il più divisivo. Perché l’antifascismo e la Resistenza non dovrebbero essere di proprietà privata di qualcuno, ma il certificato di nascita di tutti. E invece no. Da una parte c’è chi alza il tono, carica tutto di un’enfasi che finisce per sembrare più utile allo scontro che alla memoria. Come se ogni anno dovessimo dimostrare che il fascismo è dietro l’angolo, quando il problema del Paese oggi è un altro: un governo, quello di Giorgia Meloni, che può essere ritenuto pessimo, così come lo giudico io, senza bisogno di evocare fantasmi.
Dall’altra parte c’è una destra che continua a fare una fatica enorme a fare i conti con questa data. A sentirla propria. A riconoscere fino in fondo che se oggi può parlare, vincere, perdere, governare, è solo perché qualcuno, ottant’anni fa, ha scelto la libertà al posto della dittatura.
È qui la contraddizione. È qui il nodo.
Perché il 25 aprile non è una festa contro qualcuno. È una festa grazie a qualcuno.
E finché continueremo a celebrarla nel clima di scontro a cui ci siamo ormai abituati da troppi anni, invece che come radice comune, resteremo seduti — come me ieri — a guardare inni trasformati in slogan e la memoria ridotta a tifoseria.
Forse è solo una questione di maturità. Quella che serve per capire che ci sono giorni che si condividono. Che non servono a distinguersi, ma a riconoscersi.
Buon 25 aprile a tutti, davvero.
Provate a fare uno sforzo con la memoria e ditemi qualcosa di positivo che ha fatto il governo Meloni per il Paese. Una cosa soltanto. A me non viene in mente nulla.
Decreto sicurezza: non sono legislatori ma tele-dipendenti. Il mio intervento alla Camera.
C’è un momento, nella vita dei governi, in cui la realtà smette di essere un problema da governare e diventa un fastidio da correggere. Non la realtà vera, ovviamente. Quella ufficiale. Quella certificata. Quella scritta nero su bianco da chi, per mestiere, conta. E allora succede una cosa curiosa. Se i numeri sorridono, sono la prova del successo. Se i numeri storcono il naso, sono colpa di chi li ha calcolati.
È novembre 2025: l’Istat dice che il taglio dell’Irpef favorisce i due quinti più ricchi. Il governo risponde che l’Istat sbaglia. Non nei risultati, proprio nel metodo. Metodo sbagliato, lettura fuorviante, analisi parziale. Tradotto: avete contato male, rifate i conti finché non esce il risultato giusto. Passa qualche mese e il copione si perfeziona. Il deficit/Pil finisce al 3,1% e l’Italia entra in procedura d’infrazione. Colpa della crisi? Dei conti pubblici? Delle scelte fatte? No. Colpa di chi misura. Una “beffa”, dice Giorgia Meloni. Non contro i vertici, che sono stati nominati dal governo stesso, sarebbe imbarazzante, ma contro la “struttura”. I tecnici. Gli statistici. I quadri intermedi. Una specie di congiura silenziosa fatta di excel e coefficienti.
Il sospetto non viene mai detto fino in fondo, ma aleggia come un profumo insistente: se avessero alzato un po’ quei numeri, magari oggi saremmo tutti più felici. E soprattutto il governo ne uscirebbe meglio. Peccato che, nel frattempo, i numeri continuano ostinatamente a raccontare altro. Dicono che siamo appena sopra la linea che separa chi sta dentro da chi sta fuori. Che per una manciata di risorse, poche, rispetto a un bilancio pubblico, non siamo riusciti a evitare la procedura. Che i margini si assottigliano, mentre il debito cresce perché la crescita non c’è.
E soprattutto raccontano una cosa quasi imbarazzante: a quattro anni dall’insediamento, non è ancora chiarissimo quale sia la politica economica di questo governo. Si va per tentativi, per annunci, per correzioni in corsa. Un giorno si alzano le accise sulla benzina e poi si taglia l’aumento, il giorno dopo ancora si promette redistribuzione e si finisce per aiutare i redditi più alti, quello dopo ancora si invoca flessibilità europea restando inchiodati esattamente sulla soglia del 3%. È una navigazione a vista, con il pilota automatico della propaganda.
E quando il quadro non torna, si torna al punto di partenza: il problema sono i numeri.
Solo che qui il cortocircuito diventa quasi elegante. Perché mentre la politica accusa, chi quei numeri li produce fa esattamente il contrario di quello che gli si chiede: non li piega. Non li addolcisce. Non li sistema. Li pubblica.
E questo, più di tutto, dà fastidio.
Perché implica una cosa molto semplice: i numeri non sono a disposizione del governo.
E allora si allarga il bersaglio. Non più solo l’Istat. La Corte dei conti che segnala criticità? Invasione di campo. I magistrati che smontano i decreti sui migranti? Ideologia. La Ragioneria dello Stato che ricorda che i soldi non ci sono? Ostacolo burocratico. La Banca d’Italia che prova a dire la sua? Interessi privati.
Manine. Manone. Tecnici. Ragionieri. Statistici. Tutti colpevoli di una cosa sola: ricordare che la realtà esiste.
Il caso dell’Irpef, da questo punto di vista, è perfetto. L’Istat usa il metodo standard europeo, quello che serve a confrontare situazioni diverse. Risultato: il beneficio va soprattutto a chi ha di più. Risposta del governo: no, dovevate usare un altro metodo. Perché? Perché con quell’altro metodo il risultato sarebbe stato migliore.
È una nuova forma di politica economica: non redistribuire il reddito, ma redistribuire i criteri. Il problema però, è che la realtà, prima o poi, smette di collaborare.
Sulla sicurezza e sui rimpatri il governo ha fallito miseramente. Ho provato a spiegare il perché in un paio di minuti.
Politiche energetiche, economiche e internazionali. Dal governo Meloni solo disastri e pagano famiglie e imprese.
Il question time oggi alla Camera.
22/04/2026
Meloni fa finta di non capire: la caduta di Orbán parla di lei.
C’è una cosa che al gruppo di Fratelli d’Italia riesce sempre benissimo: trasformare un fallimento in una visita guidata.
Succede con i centri per migranti in Albania. Doveva essere il capolavoro: 3 mila al mese, 36 mila l’anno, la soluzione definitiva, la prova muscolare dello Stato che “finalmente decide”. È finita che ieri, dopo una visita organizzata, i Parlamentari di Fdi presenti hanno esultato perché in quasi due anni ci sono passati la bellezza di 536 migranti. Non un piano, un numero civico.
E allora arriva la delegazione di Fratelli d’Italia. Vanno lì. A vedere cosa? Le macerie? Il plastico? O forse il conto.
Perché il punto non è solo che non ha funzionato. Il punto è quanto è costato non funzionare. Trecentomila euro a migrante. Altro che i 32 euro al giorno sbandierati per anni come spreco dell’accoglienza. Qui siamo al lusso estremo: il fallimento a cinque stelle, pagato dagli italiani.
Un miliardo buttato per dimostrare cosa? Che la propaganda è più veloce della realtà, ma poi la realtà presenta il conto. Sempre.
E infatti non c’è nessun ripensamento. Anzi. Si rilancia. Decreto Sicurezza, più rimpatri, più annunci, più slogan. Come se il problema fosse la quantità di parole e non la qualità delle idee.
È una specie di coerenza al contrario: sbagliare, insistere, spendere, negare. E poi andare in visita, come si fa nei musei. Solo che qui l’opera esposta è il fallimento.
E il biglietto, come sempre, lo pagano gli italiani.
Da quando governano l’insicurezza è cresciuta in Italia. Adesso il governo Meloni calpesta l’articolo 24 della Costituzione che garantisce ad ogni cittadino il diritto alla difesa.
Col governo Meloni la realtà smette di essere realtà e diventa una specie di sketch.
È il caso del “premio rimpatri” previsto nell’ennesimo, inutile, decreto sicurezza. Nome già notevole: sembra un concorso a premi, tipo raccolta punti. Fai abbastanza ricorsi, vinci il viaggio di ritorno. Solo che qui i punti li fa lo Stato, e li paga pure.
Funziona così: se sei un avvocato e segui un migrante, puoi arrivare a prendere fino a 615 euro. Non per aver risolto un caso complicato, non per aver difeso un principio costituzionale, ma perché lo straniero viene rimpatriato “volontariamente”. Volontariamente, si capisce, come quando uno sceglie tra saltare o essere spinto.
Capolavoro.
Una norma talmente ben congegnata che riesce nell’impresa di mettere tutti insieme contro il governo: avvocati, magistrati, Camere penali, Consiglio nazionale forense. Un’unità nazionale che neanche ai Mondiali del 2006. E quando riesci a scontentare contemporaneamente chi difende, chi giudica e chi interpreta la legge, forse non è un segnale di equilibrio. È un segnale di confusione.
Ma il punto non è solo giuridico. È proprio estetico, quasi filosofico. Perché qui siamo oltre la contraddizione: siamo al teatro dell’assurdo.
Da una parte si taglia il patrocinio gratuito per chi fa ricorso contro l’espulsione, dall’altra si introducono incentivi economici per gli stessi avvocati. Prima li scoraggi, poi li premi. Prima li rendi superflui, poi li trasformi in strumento. Il tutto dentro una legge che dovrebbe “semplificare” e finisce per complicare anche l’ovvio.
È il solito gioco delle tre carte: sicurezza, propaganda, pasticcio. E indovina quale resta sul tavolo alla fine.
La vera domanda, a questo punto, non è se la norma reggerà alla Consulta. È se reggerà alla realtà.
Perché prima o poi qualcuno se ne accorgerà: non si può pagare il risultato e chiamarlo giustizia. Non si può incentivare una conseguenza e raccontarla come scelta.
E soprattutto, non si può fare tutto questo e chiamarla sicurezza.
Quella, al massimo, è un’altra cosa.
Si chiama improvvisazione.
Adesso fanno a gara a chi prende le distanze da Trump.
C’è una forma tutta meloniana di meritocrazia: si chiama buonuscita.
Funziona così. Non ti riconfermano, ma non ti lasciano davvero. Esci da una partecipata pubblica per demeriti, ma con sette milioni in tasca e rientri dalla porta accanto, sempre pubblica, sempre più alta. Non è una porta girevole: è una scala mobile.
Il caso Di Foggia è perfetto perché è limpido. Non è stata confermata a Terna, però è stata promossa all’Eni. Nel frattempo, la buonuscita. Sette milioni. Una cifra che non è un dettaglio contabile, è un messaggio politico: qui non si perde mai davvero, si cambia solo poltrona.
Gli altri amministratori delle partecipate, raccontano, hanno rinunciato alle loro buonuscite. Lei no. E qui finisce il racconto tecnico e comincia quello politico. Perché il punto non è se sia legittimo o meno, ci penseranno i giuristi, ma cosa racconta questa storia.
Racconta un’idea di Stato in cui la responsabilità non è mai un costo. Racconta una classe dirigente che, anche quando cambia ruolo, non cambia mai davvero condizione. Racconta un governo che predica rigore e pratica indulgenza, ma sempre nella stessa direzione: verso l’alto.
E soprattutto racconta una contraddizione tutta meloniana. Da un lato la retorica del merito, della disciplina, del “chi sbaglia paga”. Dall’altro la realtà: chi esce incassa, chi entra viene premiato, e il conto, come sempre, resta pubblico.
In un momento energetico complicato, con famiglie e imprese che fanno i conti con bollette e incertezze, vedere sette milioni scivolare via così non è solo una questione di diritto. È una questione di senso.
E il senso, qui, è che la politica non riesce più nemmeno a fingere.
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