HiddenModena
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Modena, a middle sized city, is the craddle of four top notch opera singers as Luciano Pavarotti, Mirella Freni, Raina Kabaivanska, Nikolai Ghiaurov and much much more.
15/11/2022
Ludovico Antonio Muratori, nato a Vignola il 21 ottobre 1672 e morto a Modena il 23 gennaio 1750, è stato un presbitero, storico, scrittore, numismatico, diplomatista e bibliotecario italiano.
Fu personaggio di primo piano nella costellazione dell'intellettualità settecentesca italiana e profuse il suo impegno in quasi tutti i campi della conoscenza. Viene, ad oggi, considerato il padre della storiografia italiana, con particolare riferimento alla medievistica.
Pochi, però sanno, che scrisse anche di cucina!
Dal volume LA CUCINA DEGLI SCRITTORI DELLA REGIONE EMILIA ROMAGNA, vi proponiamo alcuni stralci di Gabriele Burzacchini.
L’Elogio della farina in relazione alle vivande con essa preparate (Farinae elogium iuxta dapes ex ea confectas) è costruito con un misto di spezzoni poetici e di prosa, alla maniera degli elogia epigrafici. Maccheroni, pane quotidiano (giornalem panis… bisognum), la sfoglia utilizzata per torte, tortelli e tortellini, quindi gnocchi, tortiglioni (tortiones).
La ricetta delle frittelle (Modus fritellizandi) è un ameno poemetto in 82 esametri a esaltazione di questa vivanda, che Muratori fa risalire con arguzia a una provvida invenzione di Prometeo, il Titano che fece agli uomini il dono del fuoco. Non ad Apollo né alla Musa il poeta chiede tutela, ma a Cuccagna, affinché gli sia propizia con brodo, frittelle e zucchero; l’ispirazione gli verrà dal vino: il campano, la malvasia, il greco, il moscato. Le frittelle egli dichiara di preferire a braciole, salsiccia, cervellati, mortadelle, lonze e salami. Ed ecco la genesi della trovata di Prometeo.
Questi, dopo aver rubato il fuoco al carro del sole ed avere foggiato con tal lume una statua viva, capace di camminare, parlare e godere di sentimenti, constatato che l’uomo novello, non nutrendosi a dovere, era di giorno in giorno malaticcio, gli elargì i frutti della terra: cetrioli (cedrones), meloni, pomi, pere, albicocche (muniacas), ciliegie (cerasas), uva, prugne (brugnas). Ma questa alimentazione vegetariana, fatta solo di frutti freddi (fructus freddi), tormentava il poveretto causandogli cattivi umori. Prometeo allora, per avere istruzioni sul da farsi, decise di consultare gli oracoli, che diedero il seguente responso: nato dal fuoco trafugato, l’uomo dovrà continuare a vivere nei giorni a ve**re mangiando fuoco. Lo scaltro Titano escogitò quindi la soluzione. Mette innanzitutto l’uomo a scaldarsi davanti a un bel fuoco. Comincia quindi a mescolare minestra cotta (mox coctam in piatcrescenti e crescentine, lasagne, tagliatelle, lunghetti, gnocchetti, grattini, vermicelli grossi e sottili, frittelle, pasticci, spongate, zuccherini, offelle, sfogliate, sughi di mosto, borlenghi (in suolis bene untatos… burlengos).
La terapia si dimostra efficace e l’uomo recupera salute e vigore. Tutto l’Olimpo concorre alla creazione: Bacco procura uva, Cerere farina, Pan caciotta e ricotta, Vulcano padella e fuoco, Nettuno acqua, inoltre l’India fornisce raffinate spezie (molles… speciarias) e il re dei Calabroni delizioso miele (squisitissima mella). Vale la pena riportare qui di seguito il testo, corredato di traduzione, dei versi conclusivi del poemetto, con la rappresentazione della preparazione (coepit mesdare minestram), aggiunge cacio grattugiato (grattatas… formellas), cannella, uva passa, ricotta, poi setaccia la farina (farinam sdazzat), rimescola il tutto insieme (simul omnia mesdat) e lo stempera con acqua di fonte (fontanis distemprat aquis); mette poi sul fuoco una padella con un’adeguata quantità di b***o biondeggiante (padellam caricam flavente butiro) e vi soffrigge, rivoltandoli con la mescola, i mucchietti in fila (longo… ordine) dell’impasto sopra descritto, togliendo di volta in volta le frittelle.
Ille sibi leccat ditos, alterque biasando
Paene affogatur. Vos et gaudere rimiro
Dum me sentitis grassas nominare fritellas,
Atque fritellarum nomen fortasse saliuam
Ad bassum mandare facit, drizzareque collum.
At reticere uolo, ueniat ne Musa frapocum,
Atque uiuandarum Phoebus chiamatus odore,
Pignattas rumpat, padellam sbernet, et omnem
Sconuolgat, meschietque, fame impellente,
[cusinam. Interea quisquis lodet, mangietque fritellas,
Ac uniuersa bonis pascatur musa fritellis.
(traduzione) Un tale si lecca le dita, un altro masticando
per poco non s’affoga. Vi osservo anche godere
al solo sentirmi nominare le grasse frittelle,
e il nome delle frittelle forse saliva
vi fa mandar giù, e drizzare il collo.
Ma voglio osservare il silenzio, che non venga
la Musa fra poco,
e Febo, richiamato dall’odore delle vivande,
rompa le pignatte, distrugga la padella, e tutta
quanta
sconvolga, e metta sossopra, sotto la spinta
della fame, la cucina.
Intanto ognuno lodi e mangi frittelle,
e universa la musa si nutra di buone frittelle.
Se volete delle frittelle filologiche, come si facevano nel Settecento, seguite dunque questa ricetta.
Frittelle (Modus fritellizandi)
Ingredienti minestra cotta (ottenuta da pasta di qualsiasi formato) formaggio grattugiato cannella uva passa ricotta farina setacciata acqua b***o miele Preparazione Creare un impasto mescolando minestra cotta, formaggio grattugiato, cannella, uva passa, ricotta, farina setacciata; mescolare il tutto stemperando con acqua e preparare mucchietti di impasto; metterli quindi a friggere in padella con adeguata quantità di b***o e rimestare frequentemente; una volta rosolate, condire le frittelle con miele e servire ben calde.
Per chi fosse interessato a saperne di più domani, 16 novembre alle 16.30 all'Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Modena - corso Vittorio Emanuele II, 59 - sarà presente proprio gabriele Burzacchini che terrà una conferenza dal titolo IN CUCINA CON MURATORI.
08/11/2022
Giuseppe Maria Soli
Nacque a Vignola (Modena), patria di Jacopo Barozzi, da Giovanni, mezzadro, e da Maria Belluzzi, il 23 giugno 1747. Sposò nel 1787 Paola Verzani, da cui ebbe un unico figlio, Gusmano, anch’egli architetto.
Elogiato da Antonio Canova, fu oggetto di inusitate testimonianze pubbliche sia in occasione delle sue esequie funebri che nella successiva commemorazione, tenuta nella chiesa modenese della Beata Vergine delle Grazie, nel primo anniversario della morte.
Ricordato nell’edizione del 1827 delle Memorie degli architetti antichi e moderni di Francesco Milizia, conobbe poi un lungo oblio. Furono Adolfo Venturi, a sessant’anni dalla morte, e Gabriele Morolli, in occasione di un convegno a Faenza nel 1974, a restituirgli, per primi, il meritato rilievo (Venturi, 1878; Id., 1882; Morolli, 1977).
La principale fonte per conoscerne le vicende umane e professionali rimane comunque la biografia pubblicata nel 1833 da Giovanni De Brignoli di Brunnhoff quale aggiunta alla Biblioteca modenese di Girolamo Tiraboschi.
Il suo percorso formativo prese avvio grazie all’avvocato Giulio De Nobili, governatore di Vignola, al tempo marchesato dei principi Boncompagni Lodovisi. Giuseppe Maria fu messo a bottega, per imparare pittura e disegno, da Fra’ Stefano da Carpi, estroverso protagonista della pittura del Ducato estense del tempo. Sempre grazie a De Nobili, nel 1758 venne presentato al senatore conte Carlo Malvasia di Bologna, che lo accolse in casa introducendolo, appena dodicenne, all’Accademia Clementina, in quegli anni in piena riforma (De Brignoli Di Brunnhoff, 1833; Venturi, 1882; Roversi, 1996-1997). Qui ottenne il premio di frequenza Fiori (1766) nella sezione di figura, che ricevette anche nel 1768, 1769 e 1770. Nel giugno del 1767 ebbe anche la medaglia di prima classe del premio Marsili Aldovrandi, nella sezione di figure in disegno, con l’opera La fabbrica della città di Bologna, fatta da Felsino re di Toscana, ancor oggi conservata presso l’Accademia (Morolli, 1977; Roversi, 1996-1997). Nei dodici anni passati a Bologna, Soli ebbe come docenti Ercole Lelli e soprattutto Carlo Bianconi, figura di spicco nell’ambito dello studio dell’antico e della polemica antibarocca.
Ciò lo portò a lamentarsi della marginalità dell’insegnamento «pratico» nell’Accademia bolognese, che non prevedeva alcun approfondimento nel campo dell’architettura.
Ebbe certamente maggiore influenza su di lui il «dilettante in architettura» senatore Malvasia, per il quale Francesco Tadolini aveva progettato e avviato il non poi finito palazzo di piazzetta S. Donato: un’opera che influenzò fortemente, con i suoi caratteri neocinquecenteschi, la prima attività progettuale di Soli. Fu dunque Malvasia, «conoscitore delle arti» ma anche «riconoscitore degli artefici», a ricoprire un ruolo non secondario nell’avvicinare Giuseppe Maria alla pratica architettonica (Nel segno di Palladio, 2008).
La morte prematura del mecenate (luglio 1767) non impedì a Soli di terminare il proprio percorso didattico presso la Clementina, e poi, nel 1770, di trasferirsi a Roma. Ciò grazie anche al sostegno della Comunità modenese, che dietro ordine dello stesso Francesco III d’Este, a sua volta sensibilizzato dal ministro estense presso la corte papale, il futuro cardinale Filippo Carandini, e da Tiraboschi stesso, ne sostenne il nuovo percorso formativo, artistico e professionale. Soli subentrò così a un altro modenese, il pittore Giovanni Mussatti, da allora più volte al suo fianco. Nel 1771 concorse al premio Clementino di pittura di prima classe senza però conseguire alcun riconoscimento. Agli stessi anni 1771-74 si vogliono far risalire le prime prove architettoniche: i campanili della chiesa parrocchiale di S. Giacomo a Roncole e della pieve di Nonantola, ambedue nel territorio estense (Missere Fontana, 2004). Per conservare la protezione della Comunità modenese al fine di prolungare la permanenza a Roma, Soli si offrì, assieme a Mussatti, di avviare a Modena «la scuola di disegno», colmando in tal modo una lacuna che collocava la città in coda alle altre capitali e non esitando a inviare alcuni dipinti ad attestazione dei risultati raggiunti (Il vecchio Tobia con il figlio e l’arcangelo Raffaele, del 1773, e Veduta della piazza ducale di S. Agostino, del 1775, ora a Milano, Civiche Raccolte del Castello Sforzesco).
Nel 1779 gli fu concessa un’ulteriore proroga, a condizione di ricevere «un quadro di sua mano con gli opportuni attestati», come in effetti avvenne con l’invio dell'Archimede (Modena, Museo civico d’arte) e dell’Apelle che ritrae Campaspe, poi «trafugato» dai francesi.
Durante il soggiorno romano, protratto fino al 1784, Soli perfezionò la propria versatilità pittorica e architettonica attraverso l’attento studio, come ricorda sempre De Brignoli, delle «rovine di que’ vetusti edifici», e ricevette, forse attraverso la stessa Accademia, varie commesse. Tra queste, dipinti e decori per i Barberini (Riva, 1823), una copia dal Guercino e un ritratto per la «real principessa di Francia madama la duchessa d'Orléans» Luisa Maria Adelaide di Borbone, interventi per il principe di Carbognano, Giulio Cesare Colonna di Sciarra, e per sua moglie Cornelia Costanza Barberini in palazzo Barberini di via Quattro Fontane.
La prima vera impresa eminentemente architettonica, che attesta la vocazione classicista di Soli, è il progetto per la chiesa di S. Pietro Apostolo a Carbognano (Viterbo), commissionata sempre dal principe Colonna di Sciarra. Tra le ultime opere eseguite a Roma prima del rientro a Modena, De Brignoli segnala anche gli allestimenti in palazzo Gentili in onore di Ferdinando d’Asburgo Lorena e Maria Beatrice d’Este (1781).
Furono proprio questi lavori che portarono i biografi a citare l’episodio dell’invito ricevuto da Soli dalla stessa «monarca delle Russie ad essere suo architetto in Pietroburgo», invito rifiutato da Soli, il quale, per rientrare nella città natale, «cedé quel posto ad un amico». Secondo Morolli, il rifiuto favorì Giacomo Quarenghi. Sempre a questi ultimi anni romani va forse fatta risalire la conoscenza, tramutata poi in collaborazione, con Giovanni Antonio Antolini, nonché il probabile avvicinamento alla massoneria.
Come già detto, Soli, assieme a Mussatti, aveva più volte sollecitato il duca e la Comunità di Modena ad aprire una scuola di belle arti; richiamato così in patria, Ercole Rinaldo III d’Este gli affidò l’istituzione, la progettazione, l’organizzazione e la direzione della scuola poi Accademia Atestina di belle arti, collocata in luogo del soppresso S. Uffizio. Il nuovo edificio, posto a breve distanza dalla reggia ducale, dalla facciata porticata e dal cortile a esedra evocante cinquecentesche architetture bolognesi e romane, risultò di fatto strategico per la politica riformista dei duchi di Modena e per l’educazione artistica di intere generazioni di giovani artisti. Accademico clementino d’onore (2 novembre 1785), e professore della facoltà di filosofia e arti presso l’Ateneo modenese, Soli venne nominato aiuto dell’anziano architetto ducale Pietro Termanini, che sostituì nella carica nel 1793. Fama e prestigio si consolidarono con l’arrivo di alcuni significativi incarichi, tra cui la costruzione del ponte di S. Ambrogio (1789-93, distrutto nella seconda guerra mondiale). La nomina avvenne a seguito del clamoroso crollo del ponte a campata unica in costruzione sotto la direzione dell’ingegnere ducale Ludovico Bolognini. Il crollo, dovuto a una serie di errori progettuali e forse a un azzardo nel disarmo, conseguì ben trenta vittime, e lo scandalo seguìto portò Soli a subentrare a Bolognini nella carica.
Dopo il ponte sul Panaro, il cui sistema di centinature fece scuola tanto da essere assunto a modello in altri cantieri, Soli fu incaricato della scenografica Porta S. Agostino (1789-91; demolita nel 1912), voluta quale atto finale di uno straordinario periodo di riforme sociali e urbanistiche illuminate, che ebbe in largo S. Agostino il proprio apice (Smargiassi, 1989; Vandelli, 1990; Pigozzi, 2000). Negli stessi anni lavorò anche alla serra dell’orto botanico universitario, poi a palazzo Paolucci in Rua Muro, a palazzo Campori, a villa Ricci poi Messerotti Benvenuti, e a villa Forni. A questa fase particolarmente impegnativa, caratterizzata soprattutto dall’insegnamento artistico nella nuova Accademia Atestina (Righi Guerzoni, 2008), vanno ricondotti la ristampa, a sue spese, del Manuale di architettura di Giovanni Branca con nuove tavole sull’armatura dei ponti dell’incisore Luigi Tadolini di Bologna, ma anche il ritratto ufficiale del duca Ercole Rinaldo III (Modena, Gallerie Estensi, in deposito a palazzo ducale), databile attorno al 1793-94, e quello dell’abate Girolamo Tiraboschi (Bergamo, Accademia Carrara).
Soli aderì con entusiasmo, fin dall’ingresso dei francesi a Modena, alla Repubblica, assumendo incarichi per l’erezione di quasi tutti i nuovi monumenti «alla Libertà» e «alla Riconoscenza». Fu eletto tra i membri del «comitato decurionale» insediato per la nomina della nuova Municipalità. In quegli stessi giorni fu pure tra gli accademici filarmonici che proposero un’accademia, tenuta presso il teatro Rangoni, in onore di Bonaparte, a Modena proprio in quei giorni. Fu poi incaricato, assieme al discusso Luigi Cerretti, poi rettore dell’Università di Pavia, della conservazione e della salvaguardia delle opere requisite sia alle collezioni ducali sia dai beni nazionalizzati (Corradini, 2006). Opere, queste, in larga parte trasferite nell’Accademia di belle arti, dove Soli provvide ad allestire le prime «gallerie» espositive, arginando in tal modo, e per quanto possibile, trafugamenti e manomissioni. Fu poi tra i principali sostenitori dell’istituzione a Modena della scuola militare del genio e dell’artiglieria, voluta dallo stesso Bonaparte sul modello dell’École polytechnique, l’unica in Italia, e aperta il 23 settembre 1798. Oltre ad assumere l’incarico di professore di disegno e figura umana, fu il responsabile degli ampi lavori di riadattamento necessari per accogliere il nuovo istituto nell’ex residenza ducale.
Nel 1801 venne chiamato a Milano per far parte della commissione, assieme a Carlo Barabino, a Giacomo Albertolli, a Luigi Canonica e a Paolo Bergilli, per esaminare il progetto del foro Bonaparte di Giovanni Antonio Antolini (1753-1841).
Il 25 e 26 giugno 1805 Napoleone in visita a Modena, per cui Soli aveva curato gli allestimenti per l’ingresso in città, lo decorò della Legione d’onore. Nel 1810 venne anche nominato «ispettore de’ Reali Fabbricati di Modena». In tal ruolo, nello stesso anno raggiunse Venezia, dove, su richiesta dello stesso imperatore, sostituì Antolini nel difficile compito della discussa, e in quel momento impantanata, ricostruzione dell’ala delle Procuratie nuovissime in piazza S. Marco (Pfister, 2003; Frank, 2004-2005). Richiamato da Venezia (col figlio Gusmano) dal nuovo arciduca di Modena, Soli riassunse già nel settembre del 1814 la carica di «architetto di Sua Altezza Reale» purché con lo stesso «emolumento che percepiva a suo tempo quando sostituì il fu signor Pietro Termanini nel 1784». Da ciò l’impegno di ultimare i lavori agli appartamenti di rappresentanza e privati della residenza ora arciducale, cui seguirono i lavori alle facciate di levante e settentrionale (Bulgarelli, 1987; Roversi, 2018). Venne pure incaricato di seguire i lavori di recupero delle opere trafugate dai francesi.
Fin dalla sua istituzione, fu membro della commissione d’ornato di Modena, nonché ispiratore del grande piano di riforma urbana della capitale estense, approvato nel 1818 e solo in minima parte attuato. Fu praticamente il deus ex machina della Modena della Restaurazione: di fatto non c’era nulla che non venisse sottoposto al suo esame preventivo. Oltre agli incarichi pubblici, assolti assieme al figlio e agli architetti da lui formati presso la ripristinata Accademia Atestina di belle arti, di cui fu direttore, ricevette importanti commesse private e religiose, sia nella capitale sia in vari centri del modenese.
Morì a Modena il 20 ottobre 1822. I funerali vennero celebrati in forma solenne e fu sepolto a Vignola, per la quale aveva progettato il rifacimento, concluso più tardi da Cesare Costa, della parrocchiale dei Ss. Nazario e Celso.
(è in corso una mostra all'Accademia delle Scienze di Modena, corso Vittorio Emanuele, 59 con una selezione di disegni, progetti, sagome e schizzi facenti parte del fondo affidato dagli eredi dell'architetto all'Accademia stessa).
06/10/2022
Antiche edizioni di libri giuridici, filosofici e morali, Gride arricchiscono il patrimonio librario dell’Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti di Modena. Recentemente un'interessante mostra sulla tortura, realizzata con i documenti del ricco archivio, ha evidenziato i metodi di coercizione fisica o psicologica. Fra i documenti e Gride colpisce la "Grida sopra gli stupri" del 12 gennaio 1740. Lo stupro era considerato vero e proprio crimine, indotto però, allora come adesso, dalle donne....
"(per porre) riparo ai frequenti delitti, che succedono in materia di stupri, ed altri di simil natura, che derivano non solo dalla malizia degli Uomini ma anche dalla troppa facilità delle Giovani nel lasciarsi sedurre (...) impone a' Defloratori delle Zitelle, benchè il delitto succeda senz'alcuna violenza, promissione, fraude, o altra qualità aggravante, la pena di tre tratti di Corda, oltre la pecunaria di Cinquanta scudi d'oro". Era, però, la donna ad essere torturata, per avere sicura conferma che il reato fosse veramente avvenuto, per poi procedere ad imporre la pena al colpevole.
Per saperne di più, un'interessante conferenza a cura dei prof. Giorgio Pighi e Salvatore Puliatti venerdì 7 ottobre alle ore 16.30 all'Accademia delle Scienze in Corso Vittorio Emanuele, 59 a Modena
24/05/2022
Oggi vorrei farvi scoprire un personaggio modenese di nascita dalla vita veramente incredibile, Giacomo Castelvetro.
E' stato un viaggiatore, umanista, accademico e scrittore di viaggi italiano di rilevanza europea.
Nacque a Modena nel 1546 dal banchiere Niccolò Castelvetro e da sua moglie Liberata Tassoni. Non si conosce molto dei suoi primi anni di vita. Fuggì da Modena, con il fratello minore Lelio, quando aveva diciotto anni. Rimase a Ginevra da suo zio, il critico umanista Ludovico Castelvetro (esiliato dall'Italia con l'accusa di aver tradotto testi protestanti). Viaggiò a lungo per diversi anni, vivendo nelle città di Lione e Basilea prima che morisse lo zio. Nel 1587 a Basilea sposò Isotta de Canonici, la vedova di Thomas Erastus. Morì in povertà il 21 marzo 1616 a Londra, dopo una lunga malattia.
Essendo divenuto protestante, temette per la sua vita quando ritornò in Italia nel 1578, dopo la morte di suo padre. Si recò velocemente in Inghilterra nel 1580, dopo aver venduto la sua proprietà. Dal 1598 si stabilì a Venezia. Suo fratello Lelio venne arso sul rogo come eretico a Mantova nel 1609. Nel 1611 egli venne imprigionato dall'inquisizione ma venne salvato dall'ambasciatore inglese Sir Dudley Carleton (segretario di Stato, diplomatico e collezionista di opere d'arte) che minacciò un incidente diplomatico nel caso venisse autorizzata l'esecuzione di un servitore del Re. Tornò in Inghilterra per sfuggire "al morso furioso della crudele e spietata inquisizione romana".
Il capitolo viaggi nella sua vita ebbe una notevole rilevanza. Nel 1574 divenne amico di Sir Roger North di Kirtling nel corso di una visita in Inghilterra e ne accompagnò il figlio John in un giro formativo in Italia. Fu noto per i suoi frequenti viaggi in Europa dopo essersi stabilito in Inghilterra. Frequentò le celebri fiere del libro di Basilea e Francoforte. Nel 1594, dopo la morte della moglie, viaggiò in Danimarca e poi in Svezia. In Svezia fece conoscenza con il Duca Carlo che poi divenne re nel 1599. Fece un giro dell'Europa nel 1598, visitando Francia, Svizzera e Germania. Iniziò un altro giro dell'Europa, in cerca di un patrocinio, nel 1611, dopo essere stato liberato dall'Inquisizione.
Nel 1592 venne nominato insegnante di italiano del Re Giacomo VI di Scozia e di sua moglie Anna di Danimarca. Insegnò italiano all'Università di Cambridge durante il trimestre di Primavera del 1613; tra i suoi allievi vi furono George Stanhope (poi decano di Canterbury, cappellano reale e responsabile dell'edificazione di 50 nuove chiese a Londra). Giacomo Castelvetro è considerato il più importante promotore della lingua e cultura italiana dopo Giovanni Florio, il primo insegnante conosciuto di italiano all'Università di Oxford.
Se riflettiamo oggi sul suo abbandono di Modena in giovanissima età, ci rendiamo conto che ha rappresentato per lui un'incredibile opportunità di scoperta, e per gli altri che lo frequentarono, la possibilità di godere del trasferimento di un patrimonio intellettuale che rischiava di essere soffocato e tradito. Un patrimonio che rivive altrove, trovando ascolto e interesse appassionato negli uomini dei Paesi raggiunti. Grazie a lui opere di cui in Italia erano ormai vietati il possesso e la libera circolazione rividero la luce: Aretino, Machiavelli, Castiglione, Tasso. Una vicenda straordinaria di migrazione culturale e diffusione del pensiero italiano in Europa, a beneficio di intellettuali innamorati dell'Italia, primo fra tutti William Shakespeare.
09/05/2022
NOTTE EUROPEA DEI MUSEI in Accademia Scienze, Lettere, Arti
sabato 14 maggio alle 17
"Tra Musica e Libri antichi", un concerto dell’Ensemble di Archi
in collaborazione con il “Liceo Musicale C. Sigonio”.
Dalle 19 alle 21 visita guidata all'Esposizione di volumi antichi
PRENOTAZIONE obbligatoria per il concerto (fino ad esaurimeno posti e massimo 4 posti prenotabili a nominativo)
[email protected]
059 225566 (dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17)
06/05/2022
Il matematico italiano Paolo Ruffini, nato nel 1765 e morto nel 1822 (sono 200 anni dalla sua morte proprio il 10 maggio), trascorse quasi tutta la sua vita a Modena dove svolse anche la professione di medico. All’inizio dell’Ottocento, con la Restaurazione, fu nominato rettore all’università ducale e qui insegnò clinica medica e matematica applicata fino alla morte, avvenuta nel 1822.
In campo matematico Ruffini è diventato famoso soprattutto per essersi occupato di problemi algebrici. Porta il suo nome la regola di Ruffini, ben nota a tutti gli studenti di scuola media superiore, che permette di dividere un qualsiasi polinomio per un monomio della forma x - a, ma il suo risultato più famoso è relativo alle equazioni algebriche ed è contenuto nel trattato Teoria delle equazioni, pubblicato nel 1799.
Lo studio e la risoluzione delle equazioni algebriche hanno giocato da sempre un ruolo centrale nello sviluppo del pensiero matematico. In questo studio si è in primo luogo seguita la via più diretta, quella cioè di cercare procedimenti che conducessero a una formula risolutiva generale facendo uso delle sole operazioni aritmetiche elementari e delle estrazioni di radice. In questa formula, le soluzioni dell’equazione sono assegnate in modo elementare in funzione dei coefficienti, cioè di quei numeri che compaiono all’interno dell’equazione.
Per esempio, nel caso di una generica equazione di primo grado: ax +b = 0 (con a diverso da 0), si può verificare subito che il numero x = - b/a è una soluzione, in quanto una volta sostituito a x trasforma l’equazione in una identità: si ha, infatti, a (-b/a) + b = (-b) + b = 0. Dunque, x = -b/a è la formula risolutiva dell’equazione in funzione dei coefficienti a e b.
Formule risolutive furono ottenute, almeno in modo implicito, sin dall’antichità, per le equazioni di primo e di secondo grado, e durante il Rinascimento, per le equazioni di terzo e quarto grado, facendo uso di espressioni, naturalmente, sempre più complesse.
Tuttavia, malgrado gli sforzi di varie generazioni di matematici, non fu possibile ottenere procedimenti simili nel caso di equazioni di grado maggiore e la dimostrazione che in effetti questi procedimenti di validità generale non esistono rappresenta uno dei risultati più rilevanti nella storia dell’algebra. Questa dimostrazione, sulla scia delle ricerche condotte dal matematico francese Joseph-Marie Lagrange, fu ottenuta all’inizio dell’Ottocento proprio da Ruffini e, in modo più rigoroso, dal matematico norvegese Niels Henrik Abel, aprendo la strada alla riformulazione della teoria delle equazioni algebriche di Evariste Galois.
Un bel convegno il 10 maggio alle ore 15 all'Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Modena in viale Vittorio Emanuele II, 59.
Per partecipare alla conferenza è necessario prenotarsi scrivendo a [email protected]. Sarà possibile prendere parte al convegno anche online, collegandosi al link meet.google.com/ikw-fzyn-qxc.
Il programma sul sito dell'Accademia www.accademiasla-mo.it
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