Davide Rufino - Zoologo
La zoologia, quella vera: amore autentico per tutti gli animali, per la natura e per la scienza
17/05/2026
APHIS NERII
L’afide dell’oleandro (Aphis nerii) è un insetto tanto minuscolo quanto noto e diffuso. Appartiene all’ordine Rhynchota (o Hemiptera), per la precisione al sottordine Homoptera: lo stesso delle celebri cicale.
Gli afidi, detti comunemente “pidocchi delle piante” (ma che coi pidocchi propriamente detti non hanno nulla a che fare, costituendo questi ultimi tutt’altro ordine – Anoplura), fanno parte del gruppo Sternorrhyncha, superfamiglia Aphidoidea. La famiglia, nel caso di questa specie, è la più emblematica: Aphididae.
Questo minuscolo insetto, tuttavia visibile a occhio n**o, è probabilmente originario del bacino del Mediterraneo ed è presente gran parte d’Europa sud-occidentale, centro-meridionale e sud-orientale. In Italia è presente ovunque nei pressi delle coste e dei litorali, laddove è ben presente la sua principale pianta ospite: come dice il suo nome, trattasi dell’oleandro (Nerium oleander), tipica pianta mediterranea. Ben diffuso in pianura e in collina, non è tuttavia presente con l’aumentare dell’altitudine (assente in zone di montagna). La sua diffusione è comunque praticamente cosmopolita, poiché presente nella fasce tropicali, subtropicali e temperate di buona parte del mondo: Africa, Medio Oriente, Asia, Stati Uniti, Australia.
Inconfondibile, presenta una lunghezza assai modesta (in genere 1.5-2.5 mm, poco più che visibile a occhio n**o) e una fisionomia tozza e piriforme: il capo è piccolo e stretto, gli occhi composti molto piccoli, le antenne sottili e non molto lunghe rispetto ad altre specie di afidi. Il torace è poco sviluppato, mentre l’addome è voluminoso e globoso. Dorso-lateralmente, dall’addome si dipartono due protuberanze sottili dette sifoni, mentre l’ultimo segmento dell’addome si prolunga anch’esso in una sottile protuberanza detta codicola. Il colore di Aphis nerii è un bel giallo brillante lucido e uniforme, con antenne, zampe, sifoni e codicola di colore nero.
Questi insetti formano gruppi anche piuttosto numerosi, ben visibili e ben riconoscibili a causa del loro colore, e infestano alcune piante tra cui principalmente l’oleandro (Nerium) ma anche altre specie della stessa famiglia Apocynaceae (Asclepias, Calotropis, Hoya, Gomphocarpus, Vinca). Le infestazioni, comprendenti anche diverse migliaia di afidi, compaiono in primavera e durano tutta la bella stagione: gli afidi formano aggregazioni e si ammassano su fusti, steli, foglie - in particolare sulla nervatura mediana della parte inferiore - e ancor più preferibilmente su parti tenere come gemme, germogli, boccioli e infiorescenze.
L’afide vive e si nutre prelevando la linfa dal floema delle piante, “pungendole” grazie al suo apparato boccale strutturato come un sottile stilo. Dalla codicola, produce e secerne di continuo - come “prodotto di scarto” - una sostanza viscosa e zuccherina detta melata, particolarmente gradita ad altri insetti, in particolare alcuni imenotteri eusociali ben noti: diverse specie di formiche (Hymenoptera/Formicidae) vivono in associazione con gli afidi, suggendo la melata – di cui sono ghiotte, e che fornisce loro una preziosa fonte di zuccheri – e in cambio sorvegliandoli e proteggendoli da altri insetti predatori.
Al contempo, gli afidi sono in grado di estrarre cardenolidi (cardiotossine) dalle piante ospiti: la quantità prodotta di queste sostanze tossiche è direttamente proporzionale alla concentrazione delle suddette nella pianta ospite. Associate alla colorazione aposematica (giallo-nera), fungono da deterrente contro svariati predatori. Gli afidi, infatti, vengono presi di mira da altri insetti e altri invertebrati: la pressione predatoria sulle aggregazioni, tuttavia, sembrerebbe essere legata anche alla quantità di cardenolidi presenti nelle piante infestate. Tra i loro predatori principali, le ben note coccinelle.
I danni alle piante sono in genere contenuti, perlopiù estetici, anche se aggregazioni numerose possono inficiare la crescita e lo sviluppo di foglie e fiori. La melata, inoltre, è una base su cui spesso proliferano alcuni funghi (fumaggine). La pianta ospite in genere continua a vivere, anche se infestazioni ripetute negli anni – soprattutto su piante giovani, possono comprometterne in genere la crescita. Gli afidi hanno sviluppato strategie riproduttive molto efficaci per dare velocemente vita ad aggregazioni massicce e per colonizzare rapidamente le piante vicine: si riproducono per partenogenesi (ergo senza bisogno di fecondazione), sono tutte femmine vivipare che – una volta raggiunta la maturità – iniziano a dare direttamente origine a forme giovanili simili all’imago (neanidi, dunque sviluppo eterometabolo) che nel giro di alcune mute e pochissime settimane raggiungono l’età adulta.
Aphis nerii presenta anche polimorfismo, con la forma attera (senza ali, poco mobile) predominante, ma in caso di affollamento e/o deperimento della pianta ospite iniziano a originarsi forme alate in grado di lasciare la pianta e compiere brevi voli alla ricerca di nuove piante ospiti. In questo modo, la specie può contare su una diffusione e una proliferazione estremamente rapide.
16/05/2026
Qualcuno, forse, se n’era dimenticato.
Le indiscrezioni “sgamate” più o meno un anno fa, comprendenti l’elenco di tutte le porcate con cui lorsignori – sempre loro – intendevano sgretolare la legge sulla tutela della fauna selvatica (157/92) e pubblicamente rinnegate da quel personaggio indefinibile di Lollobrigida, pescato letteralmente con le mani nella marmellata, non hanno certo scoraggiato i suddetti figuri.
Le losche manovre di questi ceffi sono andate avanti, nell’ombra, per poi rifiorire adesso come il maggiociondolo. Che però, non a caso, è velenoso. Il “Ddl Malan” ha ricevuto l'approvazione nelle commissioni riunite Ambiente e Agricoltura del Senato. La partita non è ancora chiusa, ma la situazione si va incanalando proprio come questi ceffi avevano pianificato fin dall’inizio, lavorando (nemmeno troppo) sottotraccia con un solo obiettivo: immolare ulteriormente natura e fauna selvatica sull’altare dei voti e delle lobbies.
Per loro, che biodiversità non sanno nemmeno come si scrive ma che si autoincensano come suoi paladini, non si tratta di vite. Si tratta di merce, di “roba” di cui disporre e da regalare al miglior offerente. E i migliori offerenti sono coloro che li votano, consentendo loro di mettere radici sulle loro poltrone e di ingrassare i loro conti in banca. Il tutto sulla pelle dei poveri animali selvatici, che secondo qualcuno esistono solo per essere “gestiti e venduti”.
La natura, per questi maledetti, non è un patrimonio comune da tutelare. È una proprietà privata, un possedimento materiale su cui lucrare.
Non mi dilungherò sulle porcate inserite in questo Ddl, su cui avevo già scritto l’anno scorso, le trovate al link nel primo commento. E sicuramente ne avevo dimenticata qualcuna.
Il fatto più grave, secondo me, è il voler declassare ISPRA - fondamentale organo scientifico super partes a cui spetta giustamente l’ultima parola e il cui parere è ora come ora assolutamente vincolante – al ruolo di semplice comparsa in questo carrozzone, incatenandola e relegandola a pareri facoltativi e non vincolanti. In altre parole, la scienza verrebbe messa da parte, e la “gestione” (come la chiamano loro) diverrebbe una faccenda esclusivamente politica, mossa soltanto da interessi economici, lobbistici e ricreativi. Insomma, sugli animali selvatici vorrebbero cantarsela e suonarsela da soli. Nei loro piani, ISPRA potrebbe essere “sentita” per dei semplici pareri, per nulla vincolanti, e nulla più. In altre parole, “ogni tanto, quando ci gira, ci ricordiamo di interpellarli giusto per facciata. Ma poi, a prescindere da ciò che diranno, faremo quello che vorremo”.
Chi mi segue lo sa, io non sono sempre e aprioristicamente contro la caccia - che presenta davvero un’infinità di sfumature e di contesti e che non può e non deve essere generalizzata – purché sia portata avanti con criteri scientifici oggettivi. Ma questa non è più caccia: quel che si sta cercando di portare avanti è un vero e proprio attacco alla natura e alla fauna selvatica, che ci riporterebbe indietro di quasi un secolo e vanificherebbe decenni di faticose conquiste in fatto di tutela ambientale.
Il Ddl comprende anche il tanto discusso declassamento del lupo, fatto davvero grave perché non tiene conto di diversi fattori tutti – ohibò – di stampo scientifico e accontenta la politica, ben lieta di prendere per il c**o tutti coloro che ancora credono che questo declassamento risolverà tutti i loro problemi. I fatti di cronaca parlano chiaro, in risposta a tutti i minus habentes che ancora credono alla favoletta che il declassamento del lupo – e il conseguente snellimento delle procedure di eventuali abbattimenti – potrà essere un deterrente per il bracconaggio. La realtà dice ben altro, il declassamento del lupo restituisce la percezione popolare (e populistica) che la specie – in quanto “meno protetta” – possa essere uccisa con minori rischi di incorrere in controlli e sanzioni. In questo paese, un declassamento del lupo non potrà che essere inteso come un “via libera” da alcune frange di trogloditi, perché “se è meno protetto allora vuol dire che anche per lo stato è più “giusto” ammazzarli”.
Che è proprio quel che sta accadendo. Tutti coloro che già lo facevano, adesso si sentono ancor più legittimati a farlo da uno "stato" che anziché serrare il cerchio lancia un messaggio molto chiaro: non è più così necessario tutelare il lupo.
Pura follia antiscientifica, dettata dalla politica e dal clientelismo più biechi.
Ma ciò che adesso fa più discutere sono gli ultimi regali elettorali del Ddl, l’inserimento di nuove specie cacciabili nella legge. Trattasi dello stambecco (Capra ibex), della preziosa oca selvatica (Anser anser) e del piccione “cittadino” (Columba livia, variante domestica). L’inserimento dello stambecco, in particolare, sarebbe una pernacchia a piene mani in faccia a decenni di sforzi conservazionistici che hanno letteralmente salvato questa specie dall’estinzione.
Lo stambecco delle Alpi è andato davvero vicino all’estinzione definitiva, verso la metà del XIX, quando – da una distribuzione originaria che contava tutti i rilievi dell’Europa centrale – ne restavano poche decine di esemplari concentrati tra le Alpi italiane (Val d’Aosta) e quelle francesi a causa della caccia spietata. Fu allora, nel 1856, che i Savoia (nella fattispecie re Vittorio Emanuele II) li salvarono letteralmente dall’oblio istituendo una riserva di caccia privata: quella che oggi è diventata il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Da allora, lo stambecco è tornato a ricolonizzare, seppur in modo discontinuo e frammentario, tutto l’arco alpino. Grazie a una lentissima espansione spontanea – la specie mostra grossi limiti nell'ampliamento dell’areale – e a catture e reintroduzioni. Un grande successo di conservazione, che tuttavia non ha tratto definitivamente in salvo la specie, che resta nell’Allegato III della Convenzione di Berna e nell'Allegato V della Direttiva Habitat (92/43/CEE).
Non si deve mai dimenticare, infatti, che gli stambecchi attualmente esistenti sulle Alpi – alcune decine di migliaia – discendono tutti da quel piccolissimo nucleo residuo di metà XIX secolo. La specie è dunque soggetta ad altissima consanguineità e a scarsissima variabilità genetica, il che la rende oltremodo fragile. Una fragilità che va ben oltre i semplici numeri di popolazione, e che si traduce in esemplari dalla genetica fragile oltre che da scarsa adattabilità e da altissima suscettibilità/vulnerabilità della specie a malattie e cambiamenti ambientali. Il tutto va ad aggiungersi alle serie difficoltà che la specie sta riscontrando a causa della crisi climatica, con gli stambecchi costretti a spostarsi e a vivere sempre più in alto alla ricerca del clima ottimale per la specie.
Inoltre, le nascite dei capretti sono concentrate generalmente a fine primavera (giugno), sincronizzate con la germogliatura dei pascoli di quota. L’erba nuova, più tenera e nutriente, consente alle madri di produrre più latte e ai giovanissimi di poter usufruire (direttamente e indirettamente) di un alimento più ricco, che gli consenta di affrontare l’inverno con maggiori possibilità di sopravvivenza. Tuttavia, con temperature sempre crescenti, la vegetazione anticipa la sua crescita e questa sincronia germogliatura/nascite viene perduta: i piccoli nascono quando l’erba è già matura, più fibrosa e meno nutriente. A questo corrisponde una mortalità più alta. Come se tutto ciò non bastasse, lo stambecco è specie notoriamente confidente: in presenza dell’uomo non si dà alla fuga precipitosa, come farebbe un capriolo, ma procede a brevi arrampicate su pareti scoscese e in genere irraggiungibili dai suoi predatori naturali.
Bella soddisfazione sparare a un animale che non prova nemmeno a fuggire.
"Sfida venatoria" sticazzi.
Per queste ragioni, trovo che l’inserimento dello stambecco tra le specie cacciabili sia un regalo elettorale, una marchetta alle solite lobbies. E che sia anche poco lungimirante a lungo termine, trattandosi di specie che sta già affrontando sfide cruciali legate alla sua stessa ecologia.
E che non arrivino i soliti noti a commentare, quelli che sull’immagine del profilo hanno cani da caccia, moto e fucili, quelli del “machismo non risolto”, a sproloquiare che altrove gli stambecchi sono già “prelevabili”. Sì, altrove gli stambecchi sono già sottoposti a “caccia di selezione” (Svizzera, Austria, Slovenia, Bulgaria), ma altrove ancora non sono cacciabili (Italia, Francia, Germania). Dunque, se altrove fanno scelte sbagliate è un pretesto sufficiente per farle a nostra volta? Se il vicino di casa mangia la m***a, la mangiamo anche noi? Perché invece non poter essere meglio di altri?
E a coronamento, c’è un’altra cosa che i media asserviti non vi dicono: a dicembre, la commissione UE ha inviato al nostro illuminato governo una lettera per manifestare forti preoccupazioni riguardo a questo Ddl che – è chiaro anche a Bruxelles – è un grave attacco alla biodiversità poiché viola diversi punti delle direttive comunitarie/Direttiva Habitat e Direttiva Uccelli. In altre parole, “fermatevi, perché state calpestando le leggi europee a tutela della natura”.
Ma a noi che c***o ce ne frega? La lettera è stata tenuta nascosta dal governo, che ha continuato dritto per la sua strada. Tutti troppo ammanigliati tra loro, tutti a tenersi e a strizzarsi per le p***e a vicenda.
E quando arriveranno le sanzioni dall’Europa per questo abominio perpetrato nei confronti della fauna selvatica? Chi pagherà? I politici asserviti alle lobbies e drogati di voti, dalle loro stanze dei bottoni? Ovviamente no. Pagheremo noi contribuenti. Sì, proprio noi. Quelli che li hanno votati.
11/05/2026
BANDITE COCCOLE E MANIPOLAZIONI!
Un errore frequente quanto comprensibile, quando ci si approccia ad animali selvatici, è quello di lasciarsi andare a manifestazioni di affetto e trasporto che sfociano in un contatto fisico diretto e prolungato. Questo perché moltissimi animali, in particolare i più giovani, suscitano inevitabilmente empatia: se questo porta moltissime persone a prelevarli impropriamente dal loro habitat naturale -problema già affrontato in un altro articolo- induce a commettere altri errori di gestione anche dopo il prelievo. A parziale discolpa di costoro, va detto che ci vogliono davvero tanta esperienza, fermezza e conoscenza del selvatico in questione per gestirlo correttamente e al meglio, evitandogli così stress inutili: in certi casi, per un profano che cerca semplicemente di fare del suo meglio e in buona fede, può essere davvero molto difficile resistere alla “tentazione” di incappare in svarioni grossolani che possono comportare in alcuni casi conseguenze anche molto gravi per l’animale in questione.
Ferma restando la questione imprinting con relativa e malsana confidenza nei confronti dell’umano, argomento da trattare a parte, bisogna tenere bene a mente un concetto chiaro ma -a quanto sembra- difficile da comprendere per alcuni: non stiamo avendo a che fare con animali domestici. Cani e gatti sono animali selezionati per vivere con noi, abituati al contatto prolungato col compagno umano e dunque abituati a carezze, coccole ed effusioni. Gli animali domestici, pur con le dovute limitazioni (anche in questi casi ci sono limiti da non superare), arrivano talvolta a cercare l’interazione e sono confortati dalla presenza del padrone. Ebbene, quando si ha a che fare coi selvatici, è tutto un altro campionato. Dal loro punto di vista, l’uomo è un nemico da evitare: in molti casi viene visto come un predatore, in altri semplicemente come un elemento di disturbo o una presenza sgradita da cui prendere le distanze. Ecco perché, se le carezze sono elargite sicuramente in buona fede e col chiaro intento di trasmettere benessere e rassicurazioni, dal punto di vista dell’animale in questione le carezze e le coccole possono significare terrore puro. Di conseguenza, spesso si assiste a persone amorevoli che accarezzano un selvatico in difficoltà, che trema immobile e impaurito palesando stress ai massimi livelli. Accade soprattutto con i mammiferi, specie se giovanissimi: in quest’ultimo caso è alto il rischio di renderli confidenti con l’uomo, conseguenza da evitare a ogni costo, ma nel caso di animali adulti questo comportamento errato nei loro confronti provoca tachicardia, iperventilazione e malessere. Questi animali possono arrivare a sentirsi predati e perduti, in casi limite possono avere anche ripercussioni emotive talmente pesanti da portarli a una morte precoce.
Le “prede pure” sono i più soggetti a queste situazioni, in primis i caprioli: quando un esemplare è in difficoltà, chi lo soccorre finisce spesso per accarezzarlo con le migliori intenzioni. L’animale, dal canto suo, palesa sguardo sgranato e finisce per avere vere e proprie crisi di panico che possono sfociare anche in uno stato di immobilità: quest’ultimo spesso viene interpretato come tranquillità (“Visto? Ho tranquillizzato Bambi!”) ma in realtà è un meccanismo di difesa attivato dallo stress eccessivo e che può compromettere seriamente la salute a lungo termine dell’animale. Altri animali, se manipolati a scopo di rassicurazione, possono comunque avere reazioni pericolose nei confronti dell'aspirante soccorritore: ghiri e scoiattoli, se tenuti in mano, possono assestare morsi dannosi, potenti e precisi. Carnivori come faine, martore e puzzole possono reagire alla paura derivante dal contatto e dalle carezze aggredendo il soccorritore. Volpi e tassi, se impauriti e impossibilitati a muoversi, possono reagire attaccando chi si avvicina e infliggere gravissime ferite con un singolo morso. Altri animali, come piccoli uccelli e pipistrelli, sono talmente delicati che possono essere inavvertitamente danneggiati essi stessi da chi cerca di maneggiarli. E quando si parla di uccelli, anche i rapaci possono infliggere beccate e artigliate dolorose se afferrati impropriamente da un profano.
La regola generale dev’essere quella di non manipolare mai più del dovuto un selvatico: sarebbe preferibile che se ne occupasse personale esperto, a meno che non si tratti di soggetti semplici da maneggiare e far perve**re a un CRAS come piccoli uccelli o ricci. Ma soprattutto, siano sempre bandite coccole e manipolazioni: se un selvatico dev’essere necessariamente trattenuto alcune ore prima del conferimento a un centro autorizzato, deve tassativamente essere lasciato tranquillo e manipolato il meno possibile. Movimenti lenti e tranquilli per spaventarlo il meno possibile. Per lo stallo temporaneo sarebbe preferibile una scatola di cartone arieggiata ma chiusa, o un trasportino coperto da un lenzuolo in modo che l’animale possa restare al buio, in silenzio e tranquillo in attesa di soccorso. Il contatto fisico deve esserci solo se e quando strettamente necessario.
Ricordate: quelle che dal nostro punto di vista sono carezze di benevolenza, empatia e rassicurazione, dal loro punto di vista sono stress e terrore. E se le carezze nei confronti di una meraviglia della natura possono restituire a noi un senso di piacere e di benessere, per loro possono significare solo un pessimo quarto d’ora a temere per la propria vita in un coccoloso preludio di predazione.
10/05/2026
Se n’è parlato tanto, alcuni giorni fa. Ho lasciato che altre pagine – gestite da bravissimi “colleghi” – sottolineassero a dovere la faccenda, e ho deliberatamente aspettato qualche giorno per riproporre, rincarare e assicurarmi così che la notizia non sfuggisse a nessuno.
Il Jova Beach Party di Barletta (2022) ha portato a un’indagine, nel mirino tre persone “con l’ipotesi di reato, a vario titolo, di inquinamento ambientale colposo e abuso edilizio in area protetta”. L’ipotesi accusatoria “riguarda in particolare il rilascio del permesso edilizio e l’assenza di prescrizioni ambientali più stringenti”.
Soddisfatti? Nì, perché lo scempio tanto è stato già bello che perpetrato e indietro non si torna.
Sorpresi? Nemmeno un po’.
E pensare che noi poveri scemi, che tanto teniamo alla natura, ci siamo dovuti anche sentir dare degli “econazisti” dal cantautore. Come fossimo una setta di disagiati, pazzi ed estremisti. Poi, a scavare un po’ sotto la superficie – oltre che sulle dune –, guarda un po’, gli altarini si scoprono.
Non vado oltre, in realtà non c’è molto da scrivere che non fosse già stato detto anni fa, quando era scoppiata la moda di organizzare concerti sulle spiagge.
“Lasceremo più pulito di com’era prima che arrivassimo”, dicevano.
Peccato che per profitto, denaro e business, siano stati spianati habitat preziosissimi, di cui il ben noto fratino era solo il simbolo e la punta dell’iceberg.
Avete pulito eccome: avete distrutto vegetazione endemica, polverizzato e scacciato specie preziose, alterato fragili equilibri. Adesso è davvero pulitissimo, c'è rimasta solo la sabbia. Nemmeno più una formica. Complimentoni.
Davvero deluso che figure e associazioni importanti del mondo scientifico si fossero prestate come “sponsor”. Il punto è sempre lo stesso: sfruttamento selvaggio del territorio, totale menefreghismo per la natura. Habitat ed ecosistemi preziosi, con tutta la loro biodiversità, contano evidentemente zero dinanzi al denaro.
Ed evidentemente, noi “econazisti” un po’ di ragione ce l’abbiamo quando ci incazziamo.
No, caro Lorenzo: non è per te ogni cosa che c’è.
10/05/2026
Non mi occupo di animali domestici, il mio cuore e la mia mente appartengono ai selvatici.
Ma quanto sta accadendo coi cani è lo specchio di un paese incivile, senza cultura, senza empatia, senza regole e senza rispetto per il mondo naturale e per il prossimo. È anarchia.
Beninteso, questo è solo uno dei tantissimi problemi di questo paese e una delle tantissime mancanze di rispetto nei confronti della natura. Tuttavia, la considero una vera e propria stortura (quasi) collettiva, ennesima espressione italiana di prepotenza, menefottismo e prevaricazione.
Ieri, vista la bella giornata e qualche ora libera, decido di fare ciò che faccio ogni volta che posso: una bella passeggiata nel bosco a godermi in silenzio religioso fioriture, farfalle, canti degli uccelli, fresco degli alberi. Mi inoltro sul sentiero, giulivo e discreto. Lungo il mio (breve) giro, ho contato 12 cani. Di questi 12 cani, 12 erano liberi. E solo tre di questi (letteralmente un quarto del totale) erano nelle vicinanze dei padroni. Uno, solo uno, camminava diligentemente a fianco del proprietario. Ma era comunque senza guinzaglio. Gli altri erano a decine di metri dai proprietari. Li ho visti vagare tra gli alberi, alcuni correvano latrando, mi sono chiesto dove fossero i suddetti padroni. Poi, solo dopo un po’, i presunti padroni apparivano. Belli tranquilli, ridevano e scherzavano tra di loro totalmente incuranti di ciò che poteva fare il loro cane a 50 metri di distanza.
Esasperato, sono uscito dal sentiero per inoltrarmi in una radura, e dopo un po’ mi sono trovato un grosso cane che mi fissava a pochi metri. Restava immobile e non se ne andava. Per fortuna, da una decina di metri è spuntata quella deficiente della padrona che ha iniziato a chiamarlo. Ma lui non si spostava. Alla quinta volta che lo ha chiamato, gridando come un’ossessa, il “migliore amico dell’uomo” (un c***o, aggiungo io) si è degnato di andarsene.
Mi sono girate le p***e, ma non posso trasformare ogni passeggiata in un bosco in una continua litigata coi proprietari di cani allo sbaraglio. Che peraltro rispondono, si incazzano pure, come se avessero ragione. Il tutto per dirti che alla fine fanno come vogliono loro.
E così, come quasi ogni volta che vado in un bosco, la passeggiata nella natura è diventata un doversi guardare dai cani liberi e un dover stare attento a come mi muovo. A dover sperare che un cane non decida di venirmi ad annusare la sacca scrotale, perché non saprei come gestire la situazione, magari mi agiterei, o cercando di scacciarlo rischierei pure un morso. Perché a me i cani non piacciono, e ne ho pure paura.
Sì, ne ho paura. E allora? Non si può più avere diritto di avere paura di qualcosa? Conosco bene gli animali selvatici, con loro sono a mio agio. Ma i cani sono confidenti, si avvicinano, percepiscono il mio disagio, chissà come potrebbero reagire. Ma guai, ogni volta che ho detto al padroncino di turno di riprendersi il suo cane - magari anche bello grosso - che mi fissava a due metri di distanza mi sono sempre e regolarmente sentito rispondere che “tranquillo, è buono”. E sticazzi, tutti i cani sono “buoni” prima della prima volta che decidono di non esserlo. Evidentemente, tutti i cani protagonisti di attacchi e aggressioni (circa 70.000 casi ogni anno solo in Italia) erano “buoni”. Chissà cosa gli è preso, poi. Magari hanno scoperto di essere cani e non bambini, come tendono a considerarli i loro padroni dalle ristrette facoltà cognitive.
Come me tante altre persone. Persone con cani al guinzaglio che hanno subito attacchi da parte di cani liberi.
Persone che hanno diritto di aver paura di un cane libero, o di sentirsi a disagio in presenza di un cane senza controllo.
Ma questo, per certe persone, conta?
C’è gente che quando vede un cane deve letteralmente tuffarcisi sopra gridando in falsetto anche se non lo ha mai visto prima, mancando così di rispetto alla distanza del cane stesso e rischiando pure una reazione da parte sua, ma oggi la gente è così: stupida. Manca anche l’educazione al rispetto e all’approccio al cane stesso, che ormai è considerato alla stregua di un ibrido peluche-bambino-giocattolo grazie alla propaganda innescata dal business. Cani sempre amici, cani sempre eroi, cani sempre buoni, onnipresenti, protagonisti di film, libri, cartoni animati. “Gli manca la parola”, “sono meglio delle persone”. Poi i cani ti mandano all’ospedale perché il proprietario è un co****ne, talvolta il co****ne sei tu che scopri con sorpresa che il cane è un animale. Ma quello è un altro discorso, e non è ciò di cui mi occupo.
Di un guinzaglio nemmeno l’ombra.
Oggetto sconosciuto, perché se senti lorsignori padroncini il guinzaglio è uno strumento di tortura con cui i poveri “canniolini” vengono insalamati e privati della sacrosanta libertà, spingendoli a stress, frustrazione, depressione. Ma no, facciamoli imperversare liberi, questi poveri canniolini. Dopotutto Serra, orfano del suo cane - che ha “dimenticato” di tutelare per poi dare la colpa al solito lupo cattivo -, noto naturalista e scienziato da social media, lo ha detto: i cani sono “corridori da prato e da foresta”. Vorrai mica tenerli sotto controllo? Sono spiriti liberi, loro. Poi, il resto del mondo non esiste mica. Fauna selvatica, persone, altri cani.
Intendiamoci: non dico certo che un cane debba restare sempre chiuso in casa. Anche loro hanno bisogno di muoversi, ci mancherebbe. Ma devono farlo sotto controllo di un padrone responsabile. Che prati e boschi, dalla pianura alla montagna, debbano ve**re presi d’assalto da una legione di cani liberi, lo trovo aberrante e inconcepibile. Eppure è ciò che succede, ogni giorno.
Il cane non è un animale selvatico. È un animale domestico, frutto di selezione dell’uomo. Ad oggi è considerabile un vero e proprio prodotto dell’uomo. In natura il cane non esiste(va). In natura c’era solo il tanto vituperato lupo. Ma non sono qui a disquisire di come dal lupo siamo arrivati al cane.
Un cane libero “corridore di prati e boschi” (grazie Serra per continuare a illuminarci) comporta:
- Enormi rischi per la fauna e per l’ecosistema in generale, con gli animali selvatici che possono ve**re predati dal cane stesso (sì, molti cani ne sono tranquillamente in grado) o in ogni caso inseguiti, stressati, molestati, distolti da importanti attività come foraggiamento, riproduzione, allevamento della prole. In primavera il problema è ancora più grave, ci sono le nascite e il bosco si riempie di pulli e cuccioli. Un giovane mammifero in pronazione (cervidi, lepri) può ve**re aggredito, ucciso, prelevato, compromesso per sempre. Questo ai padroncini dei cani va bene?
- Enormi rischi per il cane stesso, perché se il cane va a spaccare i marroni a una vipera – che viveva la sua vita e si faceva i fatti suoi – poi può pagarla cara. Se il cane vaga libero per un territorio occupato da lupi, è molto probabile una reazione di difesa territoriale da parte di questi ultimi. E quasi sempre il cane finisce a brandelli. Ma a reagire aggressivamente alla presenza del cane possono essere anche delle specie-preda, come i cinghiali. poi, chiaramente, per qualcuno è sempre colpa del selvatico eh. Mica dei padroncini minus habentes. Ah, dimenticavo: i cani possono anche perdersi, magari finendo per morire di fame, di sete, di caldo, di freddo. Poi è inutile impestare la rete di annunci con foto.
- Enormi rischi per altri cani. Perché se due cani si incontrano non è mica detto che si stringano la mano. Se un proprietario responsabile (ebbene sembra che alcuni esistano ancora) porta a spasso il cane con guinzaglio, come è giusto fare, per vedersi arrivare di corsa il molossoide da 40 kg che gli spezza in due il suo? Quello è giusto? Cosa può fare per fermare la furia del “canniolino libero” e proteggere il suo? A pagare dunque sono anche i cani altrui. Questo va bene?
- Enormi rischi per le persone, e qui le statistiche parlano non chiaro, ma chiarissimo. Solo in Italia, ogni anno, decine di migliaia di aggressioni. Gente mandata all’ospedale, deturpata, sfregiata, traumatizzata, resa invalida, che porta poi per tutta la vita i segni (esteriori e interiori) dell’aggressione. Gente che finisce all’obitorio. Questo va bene? Ah, dimenticavo, il problema è il lupo…quello che si fa i cazzi suoi ma si prende le colpe dei cani. O meglio, le colpe dei proprietari dei cani.
In questo paese ognuno continua a fare quello che gli pare. Non c’è rispetto per niente e per nessuno. Il cane non è un “colpevole”, il cane è semplicemente uno degli strumenti con cui molte persone esprimono il proprio menefottismo nei confronti del mondo. E spesso sono vittime anch’essi di gente totalmente inconsapevole e di proprietari che non sono capaci/non hanno voglia di gestirli responsabilmente. Questo accade quando un essere vivente diventa una moda, una mania, un’ossessione morbosa, infine un business planetario.
Vado spessissimo nel bosco. Ci sono andato anche di notte, da solo, per vedere le lucciole, sentire i richiami dei rapaci notturni, ammirare le stelle, percepire intorno a me la vita che si muove nel buio. Ho incontrato di tutto, mi sono anche trovato in mezzo a gruppi di cinghiali. Ma non ho mai e poi mai avuto paura. E non avrei paura nemmeno dei lupi, se li vedessi.
Dei cani liberi, dei cani che hanno un co****ne per padrone, di quelli eccome se ho paura.
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