Unac security sicurezza

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La UNAC SECURITY, composta da ex Carabinieri e che non ha fini di lucro, propone alta qualità nei servizi di Sicurezza.

16/06/2026

CARCERI ROVENTI: LA CIRCOLARE DEL DAP
NORDIO CONFERMA: VIA I FRIGO DALLE CELLE.
Nordio non torna indietro: i frigoriferi restano fuori dalle celle detentive. Lo ha messo nero su bianco rispondendo ad una interrogazione parlamentare in merito alla recente circolare del Dap intervenuta sull’utilizzo dei refrigeranti nelle camere di pernottamento, che ne ha imposto la rimozione dalle celle e la collocazione in spazi comuni, con accesso regolato da orari prestabiliti.

Secondo i dem “la misura appare non solo distante dalla realtà concreta degli istituti penitenziari, ma anche in evidente contraddizione con quanto dichiarato dallo stesso Ministero della giustizia pochi mesi fa, quando veniva annunciata la distribuzione di frigoriferi come risposta al caldo record e come segnale di attenzione alla dignità delle persone detenute. Ne deriva un profilo di grave incoerenza amministrativa, che rischia di incidere negativamente sulle condizioni igienico-sanitarie e sul benessere quotidiano proprio nel periodo dell’anno in cui tali esigenze diventano essenziali”. Da qui la richiesta di ritirare la circolare. Tuttavia Via Arenula non arretra: “La disposizione richiamata – si legge nella risposta – non introduce alcuna compressione delle condizioni di vita delle persone detenute né determina un arretramento rispetto alle prassi precedentemente in uso, limitandosi a disciplinare la collocazione di specifiche apparecchiature (pozzetti frigo e frigoriferi) che, per loro natura e dimensioni, risultano incompatibili con le caratteristiche strutturali delle camere di pernottamento, soprattutto in contesti già segnati da situazioni di sovraffollamento. L’indicazione di prevederne l’ubicazione in locali dedicati risponde, pertanto, a criteri di razionale gestione degli spazi, nonché a esigenze di sicurezza e di corretta fruizione degli elettrodomestici stessi”. Dunque la circolare resta in vigore.

Ma le criticità non finiscono qui. Infatti, il Coordinamento Nazionale della Dirigenza Penitenziaria (CNDP) FSI-USAE ha recentemente sollevato una formale e urgente segnalazione indirizzata al Dap in merito all’affidabilità dei dati elaborati dall’ “Applicativo informatico 15”, lo strumento software deputato al monitoraggio e al calcolo della capienza e degli spazi detentivi nei penitenziari italiani. “La vicenda emersa in particolar modo presso la Casa Circondariale di Roma Rebibbia – si legge in un’altra interrogazione parlamentare depositata ieri alla Camera – ha confermato una criticità già precedentemente evidenziata da diverse Direzioni d’istituto, e cioè l’esistenza di un preoccupante disallineamento tra la situazione logistica registrata virtualmente dal sistema informatico e le condizioni reali e materiali delle camere di pernottamento”. I criteri per il calcolo dello spazio minimo vitale, pari a 3 mq pro capite al netto dei servizi, sono rigidamente stabiliti dalla giurisprudenza della Corte Edu e applicati dalla magistratura di sorveglianza per l’accoglimento dei ricorsi ex art. 35-ter op.

Una non corretta mappatura digitale rischia di esporre gli istituti a situazioni ancora peggiori di vivibilità e di alimentare un massiccio e prevenibile contenzioso contro lo Stato. “Da una parte il ministro in relazione alla circolare del Dap spiega che i frigoriferi non possono essere messi nelle celle per un problema organizzativo legato al sovraffollamento di cui finalmente si accorge dall’altra il Coordinamento nazionale della Dirigenza penitenziaria chiede di rivedere l’ “Applicativo informatico 15” che stabilisce la dimensione degli spazi detentivi, lamentando che non tiene conto degli spazi effettivi, molto diversi da quelli indicati dall’applicativo stesso. Coordinamento che boccia anche il piano straordinario di detenzione differenziata per i mesi estivi”. Insomma per la parlamentare “nulla di nuovo purtroppo sull’emergenza nazionale legata allo stato degli istituti penitenziari italiani. Sarebbe meglio che il Ministero se ne occupasse in forma organica e verificasse concretamente come stia operando il Dap. Non basta prevedere forme di detenzione domiciliare speciale per ridottissimi posti e poi lasciare che il Dap continui a produrre circolari che hanno il solo scopo di creare tensione negli istituti, togliere potere alle direzioni con riorganizzazioni discutibili e contrarie ai principi di base dell’ordinamento penitenziario”.

15/06/2026

IL CASO PAPALIA
CONTRO LA DITTATURA DEGLI IMBECILLI: LO STATO E' FORTE SE RISPETTA LA COSTITUZIONE E L'UMANITA', IL CASO PAPALIA E IL CUORE NERO DELLA CALABRIA.
CREDO CHE CINQUANTA ANNI DI CARCERE SIANO UNA PENA INFINITA. FORSE PERSINO PEGGIORE DELLA PENA DI MORTE.
IN ITALIA NON ABBIAMO PIU' "STATISTI" DA OLTRE 50 ANNI, MA SOLO DELLE TESTE DI "LEGNO".
I DETENUTI SONO "CITTADINI" AFFIDATI ALLO "STATO" CHE E' DIVENTATO UNA "DISCARICA SOCIALE".
SI DICONO "CRIOSTIANI" MA SI COMPORTANO DA MISCREDENTI, NESSUNO ESCLUSO.
Ho riletto di recente un articolo che è stato pubblicato sul quotidiano L’Unità nel 1966 e che parla del deciso sostegno di Umberto Terracini alla proposta di legge di amnistia e indulto che il Parlamento – successivamente – avrebbe votato quasi a unanimità. Una scelta parlamentare tesa a onorare il ventesimo anniversario della Repubblica.

La Costituzione Italiana porta la firma di Terracini. Noi abbiamo appena festeggiato l’ottantesimo anniversario del 2 giugno, in Parlamento non siedono più i Terracini, Moro, Nenni, Pertini, Saragat e neanche i liberali di allora. Un atto di clemenza sarebbe stato impensabile. Nessuno si illuda che ciò sia frutto di un maggiore rigore morale o di “rispetto” per una pur presunta legalità perché si tratta quasi sempre di paura e di calcolo. Paura di scontrarsi con il conformismo grigio che prevale nella società. Calcolo di perdere consenso e quindi voti. Eppure tutti sanno che le prigioni italiane sono in uno stato di illegalità permanente anche se fa comodo fingere di non sapere come vivono gli “scarti” della società. Ma la vera frattura tra il pensiero “rivoluzionario” e umano rispetto a quello barbarico e reazionario passa attraverso tali scelte sofferte e cruciali. Scelte che, a volte, ci obbligano a prendere posizioni scomode e contro corrente. Eppur bisogna farlo… quantomeno per contrastare quella che Eco definiva la dittatura degli imbecilli.

Lo pensavo qualche sera fa a Plati a una assemblea popolare nella sala del consiglio comunale alla presenza del sindaco e di tanti cittadini. Iniziativa promossa dall’associazione “Nessuno tocchi Caino” per chiedere che l’ergastolano Domenico Papalia, ultraottantenne, ammalato di cancro, venga messo in condizioni di vivere ciò che gli resta della vita in un ambiente più umano del carcere. Abbiamo chiesto clemenza per “Caino” pur schierandoci dalla parte di Abele. È giusto farlo. Anche se è pericoloso farlo in Calabria. Ovviamente non conosco Domenico Papalia ma credo che cinquanta anni di carcere siano una pena infinita. Forse persino peggiore della pena di morte. Conosco invece la ndrangheta e so bene che è il “cuore di tenebra” della Calabria. E nella tenebra bisogna penetrare e portare luce. È quello che abbiamo fatto a Plati. Anche per dimostrare che la Repubblica è rispettosa della Costituzione e così forte da non temere di compiere un gesto di umanità e di coraggio. Un tempo partecipavo a quasi tutte le iniziative politiche e culturali a cui venivo invitato. Ma il tempo è tiranno! Oggi scelgo quelle che mi aiutano a ritrovare me stesso. O meglio quello che ognuno di noi è stato a 16 anni quando si ha il coraggio di schierarsi senza chiedere nulla in cambio e senza calcolare quanto le proprie convinzioni siano popolari.

14/06/2026

FALSI INCIDENTI NELLA PROVINCIA BAT: ARRESTATI DUE CARABINIERI, DUE MEDICI E DUE AVVOCATI.
IN CARCERE I MILITARI COINVOLTI CHE AVREBBERO FORNITO "FALSE ANNOTAZIONI DI SERVIZIO" CON CUI SAREBBERO STATI ATTRIBUITI "ATTENDIBILITA' E CREDIBILITA' AI FALSI INCIDENTI".
STIMATO UN GIRO DI AFFARI DA OLTRE 100 MILA EURO.
IL FENOMENO RISCHIA DI ALLARGARSI IN TUTTA ITALIA.
Avrebbero attestato falsi incidenti stradali ognuno in base al ruolo ricoperto. Perché tra chi avrebbe permesso di truffare le compagnie assicurative, per oltre 100mila euro, ci sono due carabinieri, due medici e due avvocati. È quanto scoperto dalle indagini dei carabinieri di Andria che hanno portato all'arresto di sei persone, di cui 5 in carcere e uno ai domiciliari (si tratta di uno dei camici bianchi coinvolti), e alla denuncia di altre 26 persone che a vario titolo rispondono di falso ideologico in concorso, frode e depistaggio in processo penale, corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e corruzione di persona incaricata di pubblico servizio. Sono 12 i falsi incidenti stradali accertati nell'inchiesta coordinata dalla Procura di Trani mentre altri 20 sono al vaglio degli inquirenti perché dal controllo di denunce e documentazioni presentati emergerebbero delle incongruenze. Gli indagati, per gli investigatori, avrebbero messo in piedi "un sistema di falsificazione di sinistri stradali" utile alla creazione di "pratiche assicurative artificiose e al conseguimento di indebiti indennizzi". Gli accertamenti si sono concentrati nel periodo compreso tra ottobre 2024 e il marzo 2025, durante il quale sarebbero stati predisposti "atti di polizia giudiziaria e documentazione sanitaria" che avrebbero attestato incidenti stradali che, secondo la ricostruzione investigativa, non sarebbero mai avvenuti o sarebbero stati descritti "in modo non corrispondente al vero". In più casi, gli incidenti avrebbero coinvolto persone legate tra loro da vincoli di parentela o da relazioni di coppia e cittadini stranieri, specie di origini rumene, come controparti: nella gran parte dei casi si tratta di conducenti di mezzi immatricolati per lo più in Romania e Bulgaria. Degli indagati, gli avvocati avrebbero curato le pratiche risarcitorie sulla base di "certificazioni sanitarie, prognosi e attestazioni di invalidità non correlate a effettive condizioni cliniche, ma funzionali alla presentazione delle richieste di risarcimento" rilasciate dai medici coinvolti. I carabinieri indagati invece, avrebbero invece fornito "false annotazioni di servizio" con cui sarebbero stati attribuiti "attendibilità e credibilità ai falsi incidenti". Come accaduto in due incidenti in realtà mai accaduti a Canosa di Puglia. Il primo risale al 30 gennaio 2023 quando le due persone coinvolte erano in Romania ma contemporaneamente risultavano nel Pronto soccorso dell'ospedale di Cerignola per poi sottoscrivere il modulo di constatazione amichevole con la controparte. Il secondo, risale al 16 ottobre 2023 con uno dei veicoli coinvolti con targa rumena che era all'estero e non in Puglia. In altri degli episodi contestati dall'accusa, è emerso che dall'analisi dei report di traffico telefonico dei cellulari degli indagati e dei tracciati Gps dei veicoli coinvolti, risultavano essere in luoghi completamente diversi, da quello dove falsamente attestato l'incidente.

13/06/2026

CONTINUA IL MALCOSTUME NEI CONCORSI PUBBLICI. DOPO LE "CORRUZIONI" NEI CONCORSI NELLE FORZE ARMATE E NELL'ARMA DEI CARABINIERI DOVE LA "RACCOMANDAZIONE" E' PREVALENTE, OGGI ANCHE NEL CONCORSO PER "NOTAI" SI VERIFICA LA STESSA COSA.
NON E' IL MERITO CHE VA AVANTI, MA IL "CLIENTELISMO" E LA "RACCOMANDAZIONE" DEI NON MERITEVOLI.
UNA VERGOGNA NAZIONALE A CUI TUTTE LE ISTITUZIONI DELLO STATO SONO COINVOLTE DIRETTAMENTE, A DISCAPITO DI CHI NON HA UN SANTO IN PARADISO E SI VEDE VANIFICARE I PROPRI SACRIFICI.

12/06/2026

MORTE DELLA GIUDICE FRANCESCA ERCOLINI: INDAGATI PER OMICIDIO UN EX POLIZIOTTO E IL MARITO. IL SUICIDIO SAREBBE UNA MESSINSCENA.
Per oltre tre anni è stata considerata la storia di una donna, una magistrata schiacciata da una sofferenza personale culminata in un gesto estremo nel dicembre del 2022. Oggi, però, la morte di Francesca Ercolini potrebbe raccontare una verità completamente diversa. La Procura dell’Aquila, che da tempo ha riaperto il fascicolo sulla morte della giudice molisana trovata senza vita nella sua abitazione di Pesaro il 26 dicembre 2022, sta ora valutando anche l’ipotesi dell’omicidio. Una svolta investigativa maturata dopo il deposito della nuova consulenza medico-legale affidata al professor Vittorio Fineschi e dopo l’incidente probatorio svolto a Roma. L’accusa di aver ucciso la giudice è rivolta – secondo Il Corriere della Sera – al marito e a un ex poliziotto, entrambi iscritti nel registro degli indagati con questa nuova incolpazione dopo quella – iniziale – di depistaggio, che condividono con altre 4 persone. In sostanza, secondo gli inquirenti, c’è la possibilità che il suicidio fu una messinscena.
Secondo quanto emerge dagli accertamenti, i segni rilevati sul collo della magistrata non sarebbero compatibili con la striscia di seta che, secondo la ricostruzione originaria, sarebbe stata utilizzata per impiccarsi alla ringhiera della scala interna dell’abitazione. Un elemento che, insieme ad altre anomalie riscontrate dagli esperti, ha spinto gli inquirenti a riconsiderare integralmente la dinamica della morte. L’ipotesi che prende corpo è quella di uno strangolamento, mentre la scena trovata dai soccorritori potrebbe essere stata costruita successivamente per simulare un suicidio. Restano però da chiarire diversi aspetti tecnici, compresa l’eventuale compatibilità dei cavi di alcune lampade presenti nell’abitazione con le lesioni rilevate sul corpo della donna. Proprio per questo motivo Fineschi avrebbe chiesto ulteriori approfondimenti e misurazioni.

Nei prossimi giorni gli specialisti della polizia scientifica torneranno nella villetta di viale Zara, a Pesaro, per effettuare nuovi rilievi e ricostruzioni. Gli esiti degli accertamenti saranno poi discussi davanti al giudice per le indagini preliminari Marco Billi nell’udienza già fissata per il 22 settembre all’Aquila. La svolta arriva al termine di un lungo percorso investigativo che negli anni ha progressivamente incrinato la prima versione dei fatti. Quando Ercolini, presidente della seconda sezione civile del Tribunale di Ancona, fu trovata morta il giorno dopo Natale del 2022, la sua morte venne subito ricondotta a un suicidio. Secondo la ricostruzione iniziale, la magistrata si sarebbe impiccata utilizzando una striscia di stoffa fissata alla ringhiera della scala interna della propria abitazione. A dare l’allarme furono il marito, l’avvocato pesarese Lorenzo Ruggieri, e il figlio adolescente. La Procura di Pesaro e i consulenti intervenuti sul posto ritennero allora compatibile la tesi del gesto volontario.
Ma già nel corso del 2023 l’inchiesta aveva preso una direzione diversa. Dopo la denuncia presentata dalla madre della magistrata, la Procura dell’Aquila aveva aperto un procedimento per maltrattamenti, iscrivendo nel registro degli indagati il marito della giudice e il figlio minorenne. Al centro degli accertamenti vi erano messaggi, fotografie e video che la donna avrebbe inviato ai familiari e che, secondo gli investigatori, documentavano episodi di violenza domestica e una situazione di forte sofferenza personale. Le indagini hanno poi continuato ad allargarsi. Nel giugno 2025 il gip dell’Aquila ha disposto la riesumazione della salma dal cimitero di Riccia, in provincia di Campobasso, affidando una nuova autopsia al professor Fineschi e incaricando il Ris di Roma di ricostruire scientificamente la scena della morte e del successivo ritrovamento del corpo. In quel momento gli indagati erano già sei, tra loro il marito della magistrata e il medico legale che aveva eseguito il primo esame autoptico. Le contestazioni, a vario titolo, andavano dal depistaggio alla falsità ideologica fino alla violazione del segreto istruttorio.
Ora il quadro investigativo si è ulteriormente modificato. La consulenza depositata nell’incidente probatorio non certifica ancora una responsabilità penale, né ovviamente individua un autore dell’eventuale delitto, ma mette in discussione il presupposto sul quale era stata costruita la ricostruzione originaria: che Francesca Ercolini si sia tolta la vita. È proprio questo il punto decisivo della nuova fase dell’inchiesta. Se i prossimi accertamenti dovessero confermare l’incompatibilità tra le lesioni e la dinamica del suicidio, il caso potrebbe trasformarsi definitivamente da una vicenda archiviata come gesto estremo a un’indagine per omicidio.

Photos from Unac security sicurezza's post 11/06/2026

2 GIUGNO FESTA DELLA REPUBBLICA: I GENERALI FESTEGGIANO VICINI AI “POTENTI” E I CARABINIERI DI BASE PIANGONO I LORO COLLEGHI CHE SI “SUICIDANO” NELLE CASERME.

IL SUICIDIO DI UN GIOVANE CARABINIERE NELLA STAZIONE DI VARAZZE, AVVENUTO IL 2 GIUGNO – DOPO ALTRO SUICIDIO DI CARABIERE IN TOSCANA - NELLA STESSA GIORNATA DELLA FESTA DELLA REPUBBLICA, DOVE I “NOTABILI CON LE GRECHE” ERANO A ROMA A FESTEGGIARE E STRINGERE LA MANO A QUELLI CHE “CONTANO” , IMPONE UNA RIFLESSIONE. OGNI GESTO ESTREMO APPARTIENE AD UNA STORIA PERSONALE COMPLESSA, MA QUANDO AVVIENE IN UN LUOGO DI SERVIZIO ASSUME ANCHE UN SIGNIFICATO ISTITUZIONALE, INTERROGANDO LA CULTURA ORGANIZZATIVA, IL RAPPORTO TRA DISCIPLINA E VULNERABILITA’, L’ACCESSO AL SUPPORTO PSICOLOGICO E LA CAPACITA’ DI RICONOSCERE IL DISAGIO PRIMA CHE DIVENTI IRREPARABILE, LA GIUSTIZIA CHE SEMPRE RIMANE INESISTENTE IN QUESTI CASI DOVE SPESSO SI CELA UN “MOBBING”. LA PREVENZIONE RICHIEDE PRESIDI “ESTERNI” ALL’ISTITUZIONE MILITARE PERMANENTI DI ASCOLTO, PERCORSI RISERVATI E NON “PUNITIVI”, FORMAZIONE DEI COMANDANTI SPESSO FALSI PROFETI, DEBRIEFING DOPO EVENTI CRITICI E UNA CULTURA PROFESSIONALE NELLA QUALE CHIEDERE AIUTO SIA CONSIDERATO ATTO DI RESPONSABILITA’ E NON SEGNO DI DEBOLEZZA, COME TI FANNO CREDERE NELL’ARMA DEI CARABINIERI I SIGNORI UFFICIALI.
PER DECIDERE DI TOGLIERSI LA VITA E RINUNCIARE A MOGLIE E FIGLI, CI VUOLE CORAGGIO E L’ESISTENZA DI MOTIVAZIONI PROFONDE CHE VANNO ACCERTATE E PERSEGUITE DA CHI SI GIRA DALL’ALTRA PARTE E METTE TUTTO A TACERE.
QUANDO UN CARABINIERE SI SUICIDA, HA PERSO SOPRATTUTTO “LO STATO” AL QUALE ERA AFFIDATO E PER IL QUALE PRESTAVA SERVIZIO. I VERI RESPONSABILI E ISTIGATORI MORALI, NON VENGONO MAI PUNITI.

La tragedia nella mattina della Festa della Repubblica
La tragedia si è consumata nella mattinata del 2 giugno 2026, giorno della Festa della Repubblica, intorno alle 8.30, all’interno della stazione dei Carabinieri di Varazze, dove il militare prestava servizio, è deceduto all’interno della struttura, facendo scattare l’intervento immediato dei soccorsi, ma i sanitari del 118 e i volontari della Croce Rossa di Varazze giunti rapidamente sul posto non hanno potuto far altro che constatare il decesso.
La coincidenza con la Festa della Repubblica conferisce al fatto una forza simbolica ulteriore. Il 2 giugno è il giorno in cui lo Stato celebra se stesso, la propria forma democratica, la propria storia costituzionale e il valore delle istituzioni repubblicane; proprio in quel giorno, dentro un presidio territoriale dello Stato, un militare dell’Arma ha trovato la morte. Non si tratta di costruire sovrainterpretazioni emotive, né di piegare una vicenda personale a una lettura retorica, ma di riconoscere che il luogo e il tempo della tragedia interrogano il rapporto tra istituzione e persona, tra funzione pubblica e vulnerabilità umana, tra disciplina del servizio e bisogno di cura.
La sequenza di questi tragici episodi è diventata impressionante non solo per l’impennata che ha subito ultimamente il fenomeno ma anche per la coincidenza di tempo, luogo e modalità del gesto estremo.
Il peso della disciplina e la cultura del silenzio
Il servizio nell’Arma dei Carabinieri comporta una esposizione quotidiana a situazioni di conflitto, emergenza, sofferenza, violenza, marginalità sociale, rischio operativo e responsabilità decisionale e chi interviene nei momenti peggiori della vita degli altri porta con sé, nel tempo, una quota di esperienza emotiva che non sempre trova spazi adeguati di elaborazione.
Il rischio più grave è che la cultura del silenzio venga confusa con forza professionale. La capacità di reggere lo stress è necessaria, ma non può diventare obbligo di tacere la sofferenza. La disciplina resta una componente essenziale delle organizzazioni in divisa, ma non può tradursi nella rimozione dell’ascolto, e spesso nell’abuso persecutorio ( Mobbing ) così come l’efficienza operativa costituisce un valore solo se non viene separata dalla cura delle persone che rendono possibile il servizio. Quando la richiesta di aiuto viene interpretata come cedimento personale o come perdita di affidabilità professionale, il disagio tende a nascondersi e a radicarsi nel silenzio; quando invece viene riconosciuta come atto di responsabilità verso sé stessi, verso i colleghi e verso l’istituzione, essa può diventare il primo passaggio di un percorso di protezione, accompagnamento e prevenzione.
La letteratura sui comportamenti suicidari sottolinea che la prevenzione è più efficace quando interviene prima della crisi acuta, rafforzando i fattori protettivi, riducendo lo stigma, favorendo l’accesso ai servizi e costruendo relazioni di appartenenza capaci di contrastare l’isolamento (O’Connor & Kirtley, 2018; World Health Organization, 2014). Applicare questa prospettiva ai corpi in divisa significa riconoscere che il benessere psicologico non è un tema laterale o assistenziale, ma una condizione della qualità del servizio pubblico.
Appartenenza, ruolo e isolamento nella lettura sociologica
La sociologia del suicidio, a partire da Durkheim, ha mostrato che il gesto suicidario non può essere interpretato soltanto come atto individuale, ma deve essere compreso anche alla luce dei legami sociali, dell’integrazione, della regolazione e della qualità delle appartenenze collettive (Durkheim, 1897/2005). Senza applicare meccanicamente questa prospettiva a un singolo evento, essa resta utile per comprendere che le organizzazioni professionali possono essere, a seconda della loro qualità interna, fattori di protezione o di isolamento, luoghi di appartenenza o spazi nei quali la sofferenza resta non nominata.
Nei corpi in divisa, l’identità professionale è particolarmente forte, perché la persona non esercita soltanto un lavoro, ma incarna un ruolo pubblico, un simbolo, una disciplina e una promessa di protezione verso la comunità. Questa intensità identitaria può generare senso, appartenenza e orgoglio, ma può anche rendere più difficile distinguere tra fallimento personale e difficoltà professionale, tra fragilità temporanea e perdita di valore, tra bisogno di cura e timore di non essere più all’altezza della divisa. Quando l’identità di ruolo diventa troppo rigida, la sofferenza rischia di essere percepita come incompatibile con l’appartenenza al gruppo.
La caserma, da questo punto di vista, è un microcosmo sociale nel quale il legame tra individuo e istituzione si fa particolarmente intenso. Il sostegno dei pari, la qualità della leadership, la possibilità di parlare senza essere giudicati e la percezione che la fragilità possa essere accolta senza conseguenze punitive sono elementi decisivi per trasformare l’appartenenza professionale in fattore protettivo. Al contrario, quando prevalgono silenzio, vergogna, paura del giudizio o sfiducia nella riservatezza dei canali di aiuto, la comunità organizzativa può non riuscire a intercettare il disagio, anche quando esso si sviluppa al suo interno.
La questione delicata degli strumenti ad alta letalità
Uno dei profili più complessi dei suicidi in divisa riguarda la disponibilità di strumenti ad alta letalità e il tema deve essere trattato con equilibrio, evitando semplificazioni ideologiche e senza trasformare l’armamento in un bersaglio polemico, perché in molte funzioni operative esso risponde a esigenze di servizio, sicurezza e tutela della collettività. Tuttavia, quando una persona attraversa una crisi acuta, l’accesso immediato a mezzi letali impone all’organizzazione una responsabilità specifica.
Le strategie internazionali di prevenzione del suicidio attribuiscono particolare rilievo alla riduzione dell’accesso immediato ai mezzi letali nei momenti di crisi, non come misura punitiva, ma come intervento di protezione capace di guadagnare tempo, interrompere l’impulsività e rendere possibile l’accesso all’aiuto (World Health Organization, 2014). Nei corpi in divisa, questo principio richiede procedure estremamente delicate, riservate, proporzionate e non punitive, perché l’operatore deve poter chiedere supporto senza temere che la propria fragilità venga automaticamente trasformata in marchio professionale.
La chiave è la fiducia. Se il militare percepisce la richiesta di aiuto come anticamera di una penalizzazione, di una perdita definitiva di status, di una lesione della reputazione o di una esclusione dal gruppo, tenderà a nascondere il disagio, viceversa se il sistema viene percepito come cura, riservatezza, accompagnamento e protezione temporanea, diventa più probabile che la persona in difficoltà acceda a un percorso prima che la crisi diventi irreversibile. L’obiettivo non deve essere punire chi sta male, ma proteggere la persona, i colleghi, la famiglia e il servizio.
La prevenzione come standard
La prevenzione dei suicidi in divisa non può essere concepita come risposta eccezionale attivata dopo la tragedia, né può restare affidata alla sensibilità individuale dei singoli comandanti, alla solidarietà spontanea dei colleghi o alla generica previsione di servizi di supporto formalmente esistenti ma difficilmente accessibili. Essa deve diventare uno standard organizzativo permanente, integrato nella vita ordinaria delle caserme, nelle procedure interne, nella formazione iniziale e continua, nella leadership, nella gestione delle relazioni professionali e nella cultura quotidiana dei corpi in divisa. Prevenire significa costruire ambienti nei quali il disagio possa essere riconosciuto prima della crisi, la richiesta di aiuto non sia percepita come cedimento, la fragilità non diventi stigma e l’accesso a un sostegno qualificato sia riservato, tempestivo e non punitivo.
Una prevenzione realmente efficace richiede canali di ascolto indipendenti e credibili, formazione dei comandanti e dei responsabili intermedi sul riconoscimento dei segnali di sofferenza, debriefing dopo eventi critici, monitoraggio del clima organizzativo, procedure di accompagnamento nei momenti di difficoltà personale o professionale e strumenti di sostegno anche per i colleghi coinvolti emotivamente da una perdita. La salute psicologica degli operatori non può essere trattata come questione privata separata dalla qualità del servizio, perché incide sulla lucidità decisionale, sulla gestione dei conflitti, sulla coesione del gruppo, sulla fiducia interna e sulla sicurezza della comunità servita.
Solo in questa prospettiva la tragedia può cessare di restare un evento isolato, affidato al cordoglio successivo e alla memoria dolorosa dei colleghi, per diventare domanda pubblica capace di generare protezione, ascolto e responsabilità. La prevenzione, nelle organizzazioni in divisa, deve assumere la stessa dignità della formazione operativa, della disciplina e della sicurezza fisica, poiché nessuna istituzione può chiedere ai propri appartenenti di proteggere la collettività senza predisporre, al proprio interno, strumenti adeguati per proteggere anche la loro vulnerabilità.
Per questi motivi, sin dal 1998 alcuni carabinieri che conoscono il sistema “arma” hanno fondato l’UNAC ( unione nazionale arma carabinieri) quale strumento “esterno” ed efficace per rimediare a queste situazioni, ma in oltre 30 anni i “generali” dei carabinieri sempre “avversi” ad un “vero” sindacato per i carabinieri, hanno fatto di tutto per evitarli, permettendo solo la creazione di “falsi” sindacati gialli ( nuovi Cocer) sempre alla merce’ della classe dirigente dell’Arma. In piu’ dopo gli eventi “suicidari” detti ufficiali dell’Arma, avvicinano le famiglie, promettendo loro una “pensione” ed un aiuto per gli “orfani”, tutte tutele di diritto, fatte passare per “favori”, naturalmente in cambio del “silenzio” da parte dei familiari. Ecco perche’ di queste notizie la stampa – pure controllata dai vertici militari - non si occupa di segnalare, denunciare e approfondire queste situazioni, mentre la Magistratura, vicina ai vertici militari mette da subito una “archiviazione” del caso verificatosi, quasi sempre senza indagare sulle vere cause che hanno portato al suicidio del carabiniere.
A CURA DEL CENTRO STUDI DEL SINDACATO CARABINIERI UNAC NATO NEL 1998 WWW.CARABINIERISINDACATO.IT ( UNIONE NAZIONALE ARMA CARABINIERI) E COMITATO CONTRO LA MALAGIUSTIZIA WWW.MALAGIUSTIZIA.CC
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
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Joiner, T. (2005). Why people die by su***de. Harvard University Press.
Maslach, C., & Leiter, M. P. (2016). Understanding the burnout experience: Recent research and its implications for psychiatry. World Psychiatry, 15(2), 103–111.
O’Connor, R. C., & Kirtley, O. J. (2018). The integrated motivational-volitional model of suicidal behaviour. Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, 373(1754), 20170268.
Schaufeli, W. B. (2017). Applying the job demands-resources model: A “how to” guide to measuring and tackling work engagement and burnout. Organizational Dynamics, 46(2), 120–132.
Stanley, I. H., Hom, M. A., Hagan, C. R., & Joiner, T. E. (2016). A systematic review of suicidal thoughts and behaviors among police officers, firefighters, EMTs, and paramedics. Clinical Psychology Review, 44, 25–44.
Violanti, J. M., Charles, L. E., McCanlies, E., Hartley, T. A., Baughman, P., Andrew, M. E., Fekedulegn, D., Ma, C. C., Mnatsakanova, A., & Burchfiel, C. M. (2017). Police stressors and health: A state-of-the-art review. Policing: An International Journal of Police Strategies & Management, 40(4), 642–656.
World Health Organization. (2014). Preventing su***de: A global imperative. World Health Organization.
World Health Organization. (2023). Preventing su***de: A resource for media professionals. Update 2023. World Health Organization.

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