Franco Rol
Sono il principale biografo di Gustavo Adolfo Rol (1903-1994), suo testimone e lontano cugino. Ho vissuto in Africa negli anni '90 e primi anni 2000. Rol.
Dal 2000 spiego pubblicamente, in maniera sistematica e cumulativa, il suo "mistero", con approccio razionale e scientifico, ma con inquadramento spirituale. Sono il principale biografo di Gustavo Adolfo Rol (1903-1994), suo testimone e lontano cugino (per parte materna, e ho legalmente il cognome materno). Vivo in Brasile stabilmente dal 2009, dal 2019 ho la doppia cittadinanza italiana e brasili
10/06/2026
Una delle migliori performance automobilistiche di mio nonno. Qui di seguito la trascrizione dei 2 articoli sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport.
« – Franco Rol vince con l'Alfa 2500 la bellissima corsa sul Circuito di Pescara –
(di Giovanni Canestrini, "Gazzetta dello Sport", 15-16/08/1949, pp. 1-2)
«Malgrado il diluvio che si rovesciò stamane su Pescara e sui dintorni, una folla enorme si stipò alle tribune e lungo il percorso affrontando impavidamente la pioggia.
Dei corridori tutti erano preoccupati meno uno: Franco Rol, il quale, chiestogli come si trovasse sotto l’acqua, rispose semplicemente: benissimo. E lo dimostrò poco dopo. Infatti, passato davanti alle tribune al terzo posto dopo Biondetti e Vallone, entrambi su Ferrari, e prima di Rosier al volante della sua grossa Talbot, Rol al secondo giro aveva già parecchie centinaia di metri di vantaggio sull’immediato inseguitore vallone, vantaggio che andò aumentando mano a mano che la pioggia infittiva.
Pilotaggio sicuro
Il poter disporre di una vettura chiusa a vantaggio in un certo senso Rolle, ma raramente abbiamo visto pilotare su strade bagnate malsicure con la sicurezza del biondo torinese che piantò in asso quanti lo inseguivano, aumentando di giro in giro il suo vantaggio fino ad avere ben 7’ sul Vallone, il solo che tenacemente lottava più che contro il suo avversario, contro l’instabilità della sua troppo agile macchina.
I temuti Rosier e Louveau, che pure erano scesi a Pescara favoriti, non poterono neppure tentare di opporsi alla decisa azione dei due giovani piloti italiani rimasti a difendere i nostri colori essendosi biondette fino dal secondo giro dovuto fermare ai «boxes» per noi e di accensione determinate dallo stato atmosferico umidissimo. Praticamente la corsa non fu che una trionfale marcia di due piloti: Rol e Luigi Fagioli che era partito il volante di una delle quattro Osca in corsa.
Ma, mentre Rol al secondo giro aumentò fino al rifornimento avvenuto al 15º giro, il suo vantaggio, Fagioli iniziò prudentemente e lasciò che Sighinolfi prima e Bormioli poi, filassero via in testa alle 1100 e risalì successivamente la corrente con un finale da grande campione quale gli è stato ed è tuttora. E Rol e Fagioli meritarono pienamente questa loro vittoria: il primo nella fase ascendente della sua carriera di sportivo, il secondo già celebre, specialmente su questo circuito del quale tuttora detiene il record assoluto con la Mercedes.
Il giovane e l’anziano
E dobbiamo essere lieti di questa constatazione che ci permette di riporre fondate speranze su un atleta come il torinese che alle sue doti di stilista e di combattente unisce un senso della cavalleria sportiva veramente raro. Lo potremo presto vedere, ora, al volante di una litro e mezzo con compressore e cioè di una macchina da corsa di grande potenza e siamo certi che saprà affermarsi con la sicurezza e lo stile con cui si è fermato guidando la sua cronometrica Alfa Romeo sperimentale che lo ha sempre condotto in gara a risultati brillantissimi.
Quanto a Fagioli se c’è stato chi lo aveva messo nel museo dei campioni dovrà ricredersene. Forse egli è più lento di un tempo ad entrare in azione, ma è sempre, come una volta, poderoso. Basta confrontare i tempi sul giro con la 1100 Osca che ha girato 10’’ soli in più di Rol che detiene il record della corsa.
Di Vallone ci sono piaciuti l’equilibrio e la condotta di gara oculata: la sua Ferrari 12 cilindri non è una macchina tanto facile su strade com’erano oggi quelle del circuito, e Vallone fece bene a non strafare. Del resto nel finale egli riuscì a recuperare parte del tempo perduto anche se favorito da un rifornimento di Rol durato ben quattro minuti per il difficile cambio di una ruota.
Superbo collaudo
Bormioli, che si è dovuto ritirare per la rottura della trasmissione, aveva iniziato a grande andatura, ma Nissotti non fu da meno e dimostrò di essere in progresso di forma e di stile. Con l’arrivo delle quattro Osca alla fine, Pescara costituisce un collaudo superbo per la macchina costruita nelle piccole officine dei fratelli Maserati e in particolare interessa il collaudo della 1350 che Serafini ha condotto sicuramente al traguardo.
L’organizzazione soffrì del cattivo tempo, ma Castagneto, che diresse la corsa, riuscì a vincere le difficoltà impreviste di un clima avverso. Vorremmo però che su di un circuito come questo si pensasse più attentamente alla stampa, ai cronometristi e agli ufficiali di gara. I cronometristi, a nostro avviso, erano in numero eccessivo, ma hanno compiuto ottimamente il loro servizio».
* * *
« – I venti giri sotto la sferza della pioggia –
(di Erardo Matuella, "Gazzetta dello Sport", 15-16/08/1949, pp. 1-2)
Giovanni Canestrini e Renzo Castagneto che di 18 edizioni del circuito di Pescara ne hanno viste 18, hanno dichiarato che mai nessun circuito fu disputato in condizioni meteorologiche simili a quelle di quest’anno. La pioggia infatti, in un primo tempo molto intensa, ha continuato a cadere per quasi tutta la durata della corsa, salvo brevi intervalli verso la fine. Corridori e pubblico ne hanno fatto le spese: i primi per noie meccaniche, ed il secondo perché, riparato alla bell’e meglio, ha sfidato per più di quattro ore le ire del cielo.
Partenza emozionante
Primo fra tutti gli spettatori l’on. Marazza, sottosegretario agli Interni che, dopo aver dato il «via» ha assistito alla gara. In tribuna sono stati notati anche l’on. Spataro con la consorte, il sen. Ricci, gli on. Della Chiesa e Serati, i prefetti di Pescara, Chieti e Teramo e numerosissime altre personalità. Il via della corsa, già sotto la violentissima pioggia, è stato dato, malgrado le 32 vetture alle ore 9 fossero già perfettamente allineate, alle ore 9.25. In prima fila Sandri su Veritas, Rosier su Talbot, e Minozzi su Maserati. Partenza emozionante delle 32 vetture che pattinavano sull’asfalto bagnato.
Nel primo passaggio da Cappelle è in testa Biondetti seguito da Vallone e Rosier. Biondetti (Ferrari 2000) passa in testa il primo traguardo. Vallone, pure su Ferrari 2000, è secondo mentre Rol (Alfa Romeo 2500) e al terzo posto. Sighinolfi, primo nella 1100, è al quinto posto assoluto.
Al secondo giro passa primo Rol che inizia così la sua trionfale corsa. Vallone è sempre secondo, mentre Biondetti incomincia la sua serie di fermate ai «boxes». Nelle sue varie soste Biondetti passerà dalle candele Marelli 340 alle Marelli 300. Parecchi altri concorrenti avendo montato candele troppo fredde saranno costretti a sostituirle con altre di grado termico diverso. Nessuna noia all’accensione ha avuto invece Rol che montava le 260 Marelli.
I primi ritiri
Mentre nei primi giri le posizioni non mutano e la media di Rol si mantiene leggermente inferiore ai 120 km. orari, si hanno i primi ritiri: Adanti (Stanguellini) per rottura di una valvola, Cornacchia (Ferrari 2000) per difettoso funzionamento del freno anteriore destro rovinatosi probabilmente nelle prove di ieri, quando allo stesso, lanciato sul rettilineo, si è staccato completamente il battistrada della ruota anteriore destra. Al 4º giro scompare anche Sighinolfi il quale era stato sempre in testa alle 1100, per rottura della guarnizione della testata. Altri concorrenti si ritireranno in seguito per noie meccaniche.
Rol intanto, con una marcia sicurissima – la stabilità della sua Alfa Romeo era perfetta – aumenta il suo vantaggio sul tenace Vallone: al quinto giro 2’27’’ separano i due contendenti. Bormioli con la sua Fiat Ermini, è intanto passato in testa nelle 1100, mentre Rosier e Louveau occupano sempre il terzo e quarto posto assoluto. Anche Fagioli (Osca 1100) e Serafini (Osca 1350) si vanno facendo luce: la Veritas di Sandri denuncia una imperfetta tenuta di strada: Sandri poi si ritirerà all’11º giro essendo avariata la scatola dello sterzo.
Rol in testa a metà gara
A metà corsa Rol è sempre in testa; Carini con una progressiva gara di avvicinamento era intanto passato al quarto posto assoluto mentre Rosier era costretto al ritiro avendo rotto la guarnizione della testata. Anche Bormioli, per rottura del differenziale, doveva abbandonare la corsa.
Mentre cominciano i rifornimenti, Rol è primo con 3’35’’ di vantaggio su Vallone. Seguono Louveau, Carini, Fagioli (primo della 1100) e gli altri. La media è salita intanto a oltre i 122 km. orari. Al decimo giro si nota il ritiro di Bassi (Fiat Sanguellini) causa la rottura di un pistone. Altri concorrenti spariscono dalla lotta. Fagioli intanto aumenta la andatura e migliora più volte il primato sul giro per le 1100: alla fine il suo giro più veloce sarà compiuto in 11’31’’ 3/3, alla media di km. 131,650.
Per evitare un concorrente…
Rol detiene sempre il giro più veloce assoluto, mentre la sua media è leggermente superiore ai 120 orari. All’11º giro Rol, in curva, per evitare una 1100 giratasi su se stessa, sterza bruscamente: la sua Alfa Romeo slitta, si rigira più volte e urta con la ruota anteriore destra un marciapiede e con la parte posteriore contro un muretto. Rol però può proseguire immediatamente. Il lieve incidente avrà le sue conseguenze al rifornimento quando per il cambio della ruota verranno persi circa 4 minuti. La gara però è ugualmente di Rol il quale segna verso la fine il suo record sul giro compiendo i 25 km in 11’ 21”, alla media di chilometri 134,801. Carini intanto al 17º giro è costretto al ritiro avendo forato un pistone.
Nella 1100 Fagioli, sempre primo di classe, lotta con Nissotti che era riuscito a ridurre il suo distacco a soli 22 secondi. Gli altri concorrenti continuano regolarmente la loro corsa mentre le posizioni di testa non mutano. Bella la gara di Taraschi con la sua Urania, giunto alla fine superando alcune 1100.
Mentre Rol si avvia verso la vittoria, il sole finalmente fa capolino di tra le nubi: in breve l’asfalto si asciuga e alcuni concorrenti aumentano così l’andatura: Serafini passa quarto assoluto superando Fagioli. All’arrivo però una leggera pioggia ricomincia a cadere, ma questo non smorza l’entusiasmo dello sportivissimo pubblico pescarese che accoglie con applausi i quindici piloti che terminano la loro faticosa gara.
Buona l’organizzazione, anche se poco curato il servizio stampa».
(pdf della prima pagina integrale in alta risoluzione qui:https://gustavorol.org/images/biografia/Gazzetta_dello_Sport_1949-Franco_Rol.pdf )
Elementi di riflessione pertinenti col pensiero di Gustavo Adolfo Rol su progresso scientifico e Stati Uniti del Mondo: l'importante discorso del Nobel per la fisica Giorgio Parisi (dal "Corriere della Sera" di oggi 06/06/2026).
« – Giorgio Parisi: "I pericoli dell'atomica al tempo delle armi autonome e dell'AI: cosa possono fare gli scienziati per la pace"–
Il discorso di accettazione del professor Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica, che a Roma ha ricevuto il premio della Fondazione Ducci per la Pace 2026
Signore e signori, autorità, care amiche e cari amici,
vi ringrazio per questo riconoscimento, che ricevo con sincera gratitudine e, lo confesso, con un certo imbarazzo. Sul piano personale non mi sento all’altezza di un premio per la pace. Non ho dedicato la mia vita a costruire la pace: ho fatto il fisico, ho studiato i sistemi disordinati, le transizioni di fase, i vetri di spin. Se accetto questo premio, lo faccio perché lo interpreto non come un omaggio alla mia persona, ma come un riconoscimento al ruolo che la scienza, e gli scienziati, possono e devono avere nella ricerca della pace.
Lo dico perché sono convinto che lo scienziato non debba sostituirsi al politico, e tanto meno pretendere di avere ricette per i grandi problemi del mondo. Ma ha un dovere preciso: mettere a disposizione di tutti la propria competenza, spiegare con onestà ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo, e dire la verità anche quando è scomoda. La storia che vorrei raccontarvi questa sera è la storia di scienziati che, di fronte alla possibilità della fine, hanno deciso di non tacere.
E proprio per questo desidero, fin da subito, dedicare questo premio a una persona che quel ruolo lo ha incarnato per tutta la vita: Francesco Calogero. È stato un bravissimo fisico matematico, ma soprattutto un uomo che ha messo la propria competenza al servizio del disarmo, con costanza e con coraggio, per oltre mezzo secolo. Tra poco capirete perché il suo nome attraversa tutto quello che vorrei dirvi.
Il Manifesto Russell-Einstein
Vorrei partire dal documento che considero il vero punto di partenza di questa storia. La bomba atomica e la bomba all’idrogeno sono cose che conosciamo tutti. L’enormità del loro potere distruttivo fece sì che, già negli anni Quaranta, alcuni scienziati cominciassero a sentire e a prendersi le loro responsabilità. Ma la vera svolta arriva il 9 luglio 1955, a Londra, con il Manifesto Russell-Einstein. Lo firmano undici scienziati, dieci dei quali premi Nobel: in fisica, in chimica, in medicina, e in letteratura, perché tra loro c’era anche Bertrand Russell. L’unico a non avere il Nobel era Leopold Infeld; mentre Joseph Rotblat lo avrebbe ricevuto più tardi, nel 1995, per la pace, proprio in riconoscimento del movimento nato da quel manifesto. Albert Einstein lo firmò pochi giorni prima di morire: fu uno degli ultimi atti pubblici della sua vita.
Quel testo si apriva con parole che, a rileggerle oggi, conservano intatta la loro forza:
«Parliamo in questa occasione non come membri di questa o quella nazione, continente o credo, ma come esseri umani, membri della specie Uomo, la cui esistenza è in dubbio.»
Era il cuore del messaggio: di fronte alla possibilità dell’estinzione, le appartenenze che dividono contano meno della nostra comune umanità.
Pugwash
Da quel manifesto nacque, nel 1957, nella piccola località canadese di Pugwash, il movimento che ne avrebbe portato il nome. L’idea era semplice e, allo stesso tempo, rivoluzionaria: creare un luogo dove gli scienziati delle due metà del mondo potessero parlarsi, anche quando i loro governi non si parlavano. In piena Guerra Fredda, questo canale informale tra studiosi sovietici e occidentali si rivelò prezioso. Molto del lavoro preparatorio che condusse ai grandi trattati sul controllo degli armamenti passò anche di lì. Non è un caso che nel 1995 il Premio Nobel per la Pace sia stato assegnato proprio al movimento Pugwash, insieme a Joseph Rotblat.
Vorrei sottolineare un punto che mi sta a cuore: questa è una delle cose che la scienza può offrire alla pace. Non solo conoscenze tecniche, ma un metodo e un linguaggio comuni, che non hanno passaporto, e una comunità abituata a discutere guardando ai fatti più che alle bandiere. Quando i diplomatici non riescono a parlarsi, a volte due fisici che hanno studiato sugli stessi libri trovano ancora un terreno comune. E da quel terreno comune può ripartire la fiducia.
Francesco Calogero
E qui ritorno a Francesco Calogero. Figlio del filosofo Guido Calogero, fin dagli anni della crisi di Cuba del 1962, quando il mondo arrivò a un passo dalla catastrofe, si è occupato di questi problemi senza mai smettere. Dal 1989 al 1997 è stato segretario generale del movimento Pugwash. E nel 1995 fu lui ad andare a Oslo a ritirare il Premio Nobel per la Pace a nome del movimento.
Ricordo la sua serenità nel ragionare, la sua capacità di tenere insieme il rigore del matematico e l’attenzione ai problemi più generali della società. È stato, per molti di noi, una figura ispiratrice. Dedicargli questo premio è il mio modo di dire che ciò che oggi si riconosce a me appartiene in realtà a una storia collettiva, di cui lui è stato uno dei protagonisti.
Un ricordo personale: 1981
Con Calogero ho condiviso, nei primi anni Ottanta, un episodio che ricordo bene. La NATO aveva deciso di installare a Comiso, in Sicilia, i nuovi missili Cruise, che sarebbero poi arrivati nel 1983. Iniziò una grande mobilitazione, e questa volta il mondo della fisica italiana era largamente d’accordo. Promuovemmo un appello, sottoscritto da centinaia di fisici di tutte le università e i centri di ricerca italiani.
Chiedemmo al presidente Sandro Pertini di essere ricevuti, e ci ricevette al Quirinale. Una delegazione, di cui facevano parte Edoardo Amaldi, Francesco Calogero e io stesso, insieme ad altri colleghi, gli consegnò l’appello. Pertini ci stette ad ascoltare, si spinse a dirci che era d’accordo con noi, anche se ci spiegò che non poteva intervenire. I missili a Comiso furono installati lo stesso: non ci eravamo fatti illusioni. Ma ritenevamo importante sensibilizzare l’opinione pubblica, e credo che oggi quel lavoro abbia ancora un senso.
A dirla tutta, in quegli anni non ero affatto tranquillo che non scoppiasse una guerra atomica. Uno degli obiettivi sensibili in Italia era Monte Cavo, nei Castelli romani. Ogni tanto lo guardavo, avevo imparato a riconoscerlo, e dicevo tra me e me: va bene, non hanno ancora lanciato niente. È un ricordo quasi domestico, eppure dice meglio di tante parole che cosa significa vivere all’ombra di quelle armi.
I pericoli di oggi
Vengo ai nostri giorni. Per molto tempo abbiamo creduto che il pericolo nucleare appartenesse al passato. Non è così. Quasi ogni giorno sentiamo riaffiorare le minacce di un possibile uso delle armi atomiche. Il numero complessivo delle testate è enormemente diminuito, dalle circa sessantamila degli anni Ottanta alle attuali diecimila; ma queste armi restano in grado di devastare completamente l’emisfero settentrionale. Siamo ancora, in sostanza, nella stessa logica di distruzione reciproca assicurata di allora.
La grande stagione dei trattati, cominciata nel 1963 subito dopo la crisi di Cuba, si è esaurita. Alcuni accordi sono scaduti, altri sono stati denunciati, altri firmati ma non ratificati. E non si riesce ad arrivare a un impegno chiaro sul non utilizzo per primi delle armi nucleari, il cosiddetto no first use, che pure sarebbe una garanzia elementare. A tutto questo si aggiungono le guerre che abbiamo sotto gli occhi, in Ucraina e in Medio Oriente, con il loro tragico carico di vittime civili e di milioni di profughi.
Credo che il compito di noi scienziati, oggi come allora, sia duplice: spiegare con onestà all’opinione pubblica i rischi reali, senza allarmismi e senza minimizzazioni, e chiedere ai governi di riaprire negoziati seri sul disarmo, che coinvolgano tutte le potenze nucleari. È proprio quando sembra meno realistico che bisogna preparare la pace.
Perché siamo vivi
Di fronte al ritorno di un pericolo che credevamo dimenticato, mi viene spontanea una domanda: perché siamo ancora vivi? Perché non siamo morti nella terza guerra mondiale che più volte avrebbe potuto scatenarsi? La risposta, in buona parte, sta nella consapevolezza che bisognava evitare a ogni costo un’escalation incontrollata, e che gli eserciti contrapposti non dovevano mai arrivare a uno scontro diretto.
Ma sta anche, qualche volta, nella semplice fortuna e nel coraggio di singole persone. Durante la crisi di Cuba, nell’ottobre del 1962, un ufficiale sovietico a bordo di un sottomarino fu sul punto di autorizzare l’uso di un’arma atomica; solo il mancato accordo tra gli ufficiali a bordo evitò il peggio. Eravamo davvero a un passo dall’abisso. E quella crisi era così pericolosa proprio perché, se la discussione si fosse limitata al solo futuro di Cuba, non sarebbe stato possibile trovare una soluzione senza che qualcuno perdesse la faccia. Fortunatamente ci fu invece una trattativa più ampia, che portò anche al ritiro di missili installati altrove, in Turchia e in Italia.
Essersi fermati appena in tempo sull’orlo del baratro fu la molla che fece scattare il cambiamento. Non è un caso che la grande stagione dei trattati cominci proprio nel 1963, subito dopo. È una lezione che vale anche oggi: forse è difficile trovare un accordo guardando soltanto a una singola crisi, ma diventa possibile allargando lo sguardo, aprendo un negoziato più ampio che affronti insieme i molti punti di contrasto, compresa la riduzione delle armi nucleari. Spero sinceramente che chi ha oggi grandi responsabilità sappia ritrovare un poco della saggezza che, sessant’anni fa, ebbero Kennedy e Krusciov.
Una frontiera nuova: armi autonome e intelligenza artificiale
Fin qui ho parlato delle armi nucleari, che sono state la grande sfida della mia generazione. Ma vorrei dedicare gli ultimi minuti a una sfida nuova, che riguarda soprattutto le generazioni che verranno. Il Manifesto Russell-Einstein fu la risposta degli scienziati a un’arma che la scienza stessa aveva reso possibile. Oggi una tecnologia nuova ci pone domande sorprendentemente simili.
Sappiamo tutti che la scienza è un’arma a doppio taglio. La scienza aumenta il potere dell’uomo, ma è l’uomo a scegliere in quale direzione usarlo. Ogni volta che si compie un grande progresso è necessaria una profonda riflessione su ciò che è lecito fare e ciò che non si deve fare. L’intelligenza artificiale non sfugge a questa regola. Ha già portato benefici straordinari e può essere fonte di grande prosperità; ma solleva anche questioni serie, sul lavoro, sulla riservatezza dei dati, sui valori etici, sulla fiducia che possiamo riporre nei suoi risultati.
Il fronte che mi preoccupa di più è quello militare. L’intelligenza artificiale apre la strada alle armi autonome: sistemi capaci di selezionare e colpire un bersaglio senza un intervento umano diretto, i cosiddetti sistemi d’arma autonomi letali. Sarebbe un salto di qualità che potrebbe cambiare i connotati stessi della guerra. Armi di questo tipo rischiano di innescare una nuova corsa agli armamenti, di abbassare la soglia con cui si decide di entrare in guerra, e di finire nelle mani di regimi oppressivi o di gruppi terroristici.
Ma c’è una ragione ancora più profonda per fermarsi a riflettere. Non possiamo permettere che sia un algoritmo a risolvere problemi etici delicatissimi. Uccidere o non uccidere una persona che sembra un combattente nemico, ma forse non lo è? Quanti morti civili sono un «danno collaterale» accettabile, espressione che usiamo soprattutto quando i morti non sono i nostri? Come evitare di colpire dei bambini? Sono decisioni che non possono essere delegate a una macchina: la responsabilità deve restare sempre legata a esseri umani identificabili, che ne rispondano davanti alla legge e davanti alla propria coscienza.
Anche su questo gli scienziati non sono rimasti in silenzio. Nel 2019, a Parigi, le accademie scientifiche dei paesi del G7 firmarono all’unanimità una dichiarazione intitolata «Intelligenza artificiale e società». Ne conservo un ricordo particolare, perché in quei giorni guidavo la delegazione italiana come presidente dell’Accademia dei Lincei. Quel documento chiedeva trasparenza e discussione pubblica, e ricordava la proposta di mettere al bando le armi autonome con una convenzione analoga a quelle che già vietano le armi chimiche e biologiche.
Le difficoltà che incontriamo oggi sui trattati nucleari non devono farci credere che un accordo internazionale contro le armi autonome letali sia impossibile. È difficile, ma è possibile, a patto di affrontare con chiarezza tutti gli aspetti del problema. Quello che serve, prima di tutto, è non rassegnarsi. Troppo spesso l’opinione pubblica assiste all’introduzione di queste armi come a un destino ineluttabile. Non lo è. Gli scienziati hanno il dovere di spiegare questi rischi in modo comprensibile, e i mezzi di informazione quello di esercitare una pressione perché chi governa compia passi concreti per proteggere l’umanità dalle forme più crudeli della guerra.
Costruire la pace
Ma vorrei dire una cosa che mi sta particolarmente a cuore, e che va oltre le armi. La pace non si costruisce soltanto con i trattati sugli armamenti. Si costruisce riducendo le diseguaglianze, che sono una delle radici profonde dei conflitti. Si costruisce eliminando le guerre, comprese quelle commerciali ed economiche, che impoveriscono e contrappongono i popoli. Si costruisce coltivando la solidarietà, dentro e fuori i nostri confini.
La lotta contro le diseguaglianze, del resto, non può essere separata dalla lotta contro il cambiamento climatico: sono due facce dello stesso problema, quello di un mondo che deve imparare a considerarsi una sola comunità. Un mondo più giusto è anche un mondo più sicuro. È una verità antica, che la scienza, con i suoi strumenti, ci aiuta oggi a vedere con maggiore chiarezza.
Conclusione
Lasciatemi concludere con le parole finali del Manifesto Russell-Einstein. Forse a qualcuno suoneranno retoriche; a me sembrano invece la testimonianza di una saggezza concreta, più necessaria che mai, o, se preferite, di un elementare istinto di conservazione che può ancora accomunarci:
«Davanti a noi, se lo scegliamo, c’è un continuo progresso nella felicità, nella conoscenza e nella saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte, perché non riusciamo a dimenticare i nostri litigi? Ci appelliamo, come esseri umani, agli esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto.»
Grazie.»
(fonte: https://www.corriere.it/cronache/26_giugno_06/giorgio-parisi-i-pericoli-dell-atomica-al-tempo-delle-armi-autonome-e-dell-ai-cosa-possono-fare-gli-scienziati-per-la-pace-9c0f9c43-865c-4822-ba4b-3be5260b2xlk.shtml)
05/06/2026
Ricorre oggi l’anniversario della nascita (5 giugno 1908) di mio nonno materno Franco Rol, industriale del settore chimico, pilota d’automobilismo, aviatore, sportivo poliedrico e gentleman a tutto tondo, il «cugino carissimo» al quale Gustavo Adolfo Rol era molto affezionato e un'altra figura eccezionale che ho avuto la fortuna di avere nella mia famiglia.
Negli ultimi mesi ho ampliato la documentazione che lo riguarda sulla pagina a lui dedicata, qui lo ricordo con due immagini e un breve articolo dalla “Gazzetta del Popolo” del 23/06/1950, p. 2, fotografia di un frammento della sua vita e del suo “stile”:
« – Rol a Modena in aereo per provare la nuova vettura –
Modena, 22 giugno [1950] – Proveniente da Torino pilotando il proprio apparecchio, sul quale aveva preso posto anche il campione mondiale di sci Zeno Colò, ha atterrato oggi sulla pista dell’aerautodromo il corridore automobilista Franco Rol, che ha trovata pronta sulla pista la «Maserati 3000» a doppio compressore che era stata preparata per Indianapolis.
Il pilota torinese ha compiuto alcuni giri della pista a 120 all’ora, dichiarandosi soddisfatto della macchina che userà nelle prossime corse. Quindi si accomiatava dai dirigenti e dai tecnici della «Maserati», risaliva sul suo aereo e ripartiva alla volta di Torino».
(la foto in auto – la Maserati 4CLT di cui all’articolo – è stata scattata al Gran Premio di Ginevra del 30 luglio 1950, poco più di un mese dopo; quella sul suo aereo, un bimotore Let Kunovice Aero Ae-45 fabbricato nel 1948, è più o meno dello stesso periodo)
24/05/2026
Nel mio studio (2026)
ALLENAMENTO COGNITIVO
« – Stiamo lanciando data center nello spazio per l'Ia (ma il nostro cervello consuma meno energia di una lampadina) –
(di Federico Marchetti, Corriere della Sera, 23/05/2026)
Mentre la Silicon Valley corre verso la superintelligenza artificiale, continuiamo a capire appena l’intelligenza umana che l’ha creata.
Questa settimana Elon Musk ha depositato il prospetto per l’offerta pubblica di acquisto di SpaceX, rivelando i piani per lanciare data center per l’intelligenza artificiale in orbita. È un’ambizione mozzafiato. E un ossimoro stridente: il cervello umano, che ha concepito questa idea, funziona con 20 watt ed è ancora in gran parte un mistero.
Il sistema di intelligenza più sofisticato mai conosciuto è quello già dentro il nostro cranio: non soltanto per la coscienza o la creatività, ma anche perché, da un punto di vista strettamente scientifico, il cervello umano rimane straordinariamente superiore alle macchine di oggi. Comprendere la distinzione tra l’Intelligenza artificiale (IA) come strumento potente e l’IA come sostituto dell’intelligenza umana è forse la vera domanda della nostra era.
Ho iniziato a lavorare con l’IA nel 2016, come CEO del neonato YOOX Net-A-Porter Group, dove il mio dipartimento di R&S ha sviluppato strumenti di IA per buyer e stilisti con un obiettivo audace: insegnare lo stile alle macchine.
Poteva un computer imparare il gusto? La risposta, sorprendentemente, era sì. Ma gli strumenti aiutavano i team a svolgere il loro lavoro con maggiore efficienza, senza sostituire le persone che lo svolgevano.
Quella distinzione tra strumento di Intelligenza Aumentata, ma non di sostituzione delle persone, sembra ancora il modello giusto da applicare in futuro.
Papa Leone XIV firmerà la sua prima enciclica, «Magnifica Humanitas» (La Magnifica Umanità) – un documento dedicato alla protezione della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale – il 25 maggio, nel 135° anniversario della «Rerum Novarum», la storica enciclica del 1891 di Papa Leone XIII che ha plasmato la dottrina sociale cattolica in risposta alla Rivoluzione Industriale. Il parallelo non è casuale: l’IA sta ridisegnando la nostra generazione con la stessa profondità con cui l’industrializzazione ha ridisegnato il XIX secolo. Il fatto che la prima grande risposta della Chiesa arrivi ora è un segnale da prendere sul serio.
Il computer più efficiente dal punto di vista energetico mai costruito
Consideriamo i numeri e i fatti. Il cervello umano esegue l’equivalente di un exaflop (un miliardo di miliardi di operazioni matematiche al secondo) consumando approssimativamente l’energia di una lampadina. Uno dei supercomputer più potenti al mondo necessita di un milione di volte più energia per raggiungere la stessa soglia. Il cervello contiene inoltre circa 86 miliardi di neuroni connessi attraverso fino a 500 trilioni di connessioni sinaptiche. A differenza dei sistemi di IA, che vengono addestrati una volta e poi distribuiti, è una rete vivente, che si riconfigura continuamente, apprende da dati minimi e improvvisa in tempo reale.
Eppure: non comprendiamo ancora pienamente come il cervello produca intelligenza. La coscienza stessa, l’esperienza soggettiva dell nostro essere, rimane uno dei più grandi misteri irrisolti della scienza. L’umanità sta costruendo un’intelligenza artificiale sempre più sofisticata prima di aver davvero compreso l’intelligenza naturale.
Il paradosso dell’IA
Man mano che l’IA diventa più potente, molti utenti percepiscono che stia diventando meno affidabile. La nuova generazione di sistemi di IA può risolvere problemi matematici più avanzati e generare output più sofisticati; eppure appare anche più propensa alle allucinazioni, all’instabilità e ai comportamenti imprevedibili. Persino le aziende che costruiscono questi sistemi riconoscono apertamente che i modelli più recenti a volte generano più errori, non meno.
Gli incentivi economici e il business stanno plasmando questi sistemi quanto l’ambizione scientifica. Questa settimana al Google I/O 2026, il CEO Sundar Pichai ha presentato Gemini 3.5 Flash: un modello più leggero ed economico, immediatamente distribuito come predefinito per tutti gli utenti Gemini a livello globale. Il suo ragionamento era candido: le aziende stanno già «esaurendo i loro budget annuali di token, ed è solo maggio».
L’efficienza economica, non l’intelligenza, è sempre più il principio guida.
Il risultato è una percezione crescente tra molti utenti che gli output dell’IA stiano diventando più generici, più ripetitivi e più omologati. Le impronte stilistiche sono spesso inconfondibili: ritmi fraseologici identici e vocabolario prevedibile. Non è un fallimento tecnologico. È una conseguenza dell’economia di scala applicata alla cognizione.
Esternalizzare la nostra mente
Per secoli, l’umanità ha usato la tecnologia come strumento principalmente per ridurre il lavoro fisico. Stiamo ora entrando in una fase in cui potremmo iniziare a esternalizzare lo sforzo cognitivo stesso. Le conseguenze potrebbero essere profonde.
La Svezia offre un segnale di allarme precoce. Un tempo il più ambizioso pioniere europeo dell’istruzione digitale, il Paese sta ora spendendo oltre 120 milioni di dollari per invertire la rotta e tornare ai libri di testo cartacei e alla scrittura a mano. Quasi uno su quattro quindicenni non riesce a raggiungere la comprensione di base della lettura, ottenendo risultati inferiori a quelli di Regno Unito, Stati Uniti e Finlandia. Insegnanti, genitori e funzionari dell’istruzione hanno segnalato calo dell’attenzione, indebolimento delle abitudini di scrittura e riduzioni misurabili nella lettura.
La lezione è semplice ma potente: il corpo stesso è una forma distribuita di intelligenza. Leggere su carta, scrivere a mano, memorizzare, dibattere, confrontarsi con la complessità:, queste non sono inefficienze obsolete. Sono allenamento cognitivo. Più il corpo partecipa, più il cervello impara.
Per questo alcune università stanno tornando agli esami orali in alcuni corsi. E per questo Padre Paolo Benanti, una delle più importanti voci etiche europee sull’IA, mi ha raccontato di star sviluppando un nuovo corso sull’allenamento cognitivo per l’era post-IA: essenzialmente una palestra, per la mente umana. Nel preciso momento in cui stiamo costruendo macchine sempre più intelligenti, potremmo simultaneamente dover reimparare come preservare e rafforzare la nostra mente.
L’importanza di essere umani
In un mondo saturo di contenuti generati algoritmicamente, l’autenticità umana potrebbe diventare la cosa più rara e preziosa di tutte. Ne vediamo già i segnali ovunque. I biglietti scritti a mano portano un peso emotivo proprio perché richiedono tempo e presenza. Gli oggetti fatti a mano conservano un’aura che la perfezione industriale non riesce a replicare. Le conversazioni faccia a faccia sembrano sempre più preziose in un mondo mediato da schermi e risposte automatizzate.
Come scrissi qualche anno fa nel mio libro «Le Avventure di un Innovatore»:
«Ma quando tutto sarà robotizzato, quando i vestiti saranno progettati da algoritmi, stampati in 3D e consegnati da droni, quando guardandoli ci renderemo conto che sono anonimi e identici, si andrà a cercare una piccola artigiana o artigiano che usa il proprio talento inventivo e creativo per produrre un piccolo capolavoro unico, e tutto ciò che porterà la scritta ‘made by humans’ avrà un valore enorme. Quando tutto ciò con cui parleremo saranno dischi registrati e modulati dall’intelligenza artificiale, si andrà a cercare un amico con cui chiacchierare di persona. L’autenticità diventerà la merce più preziosa».
Mi viene in mente anche l’osservazione del filosofo italiano Luciano Floridi: «Il computer gioca a scacchi meglio di noi, ma non è saper giocare a scacchi che ci rende eccezionali, è forse il desiderio di giocarci, il fatto che ci piacerebbe vincere, o che non gioco altrettanto bene quando gioco con mia nipote perché voglio che vinca lei».
Abbiamo costruito macchine capaci di imitare frammenti di intelligenza. Non comprendiamo ancora pienamente il miracolo che ci ha permesso di costruirle. Questo dovrebbe renderci umili. E dovrebbe ricordarci che la tecnologia più straordinaria dell’universo conosciuto è con noi da sempre, contenuta in un chilo e mezzo di tessuto, e ancora, dopo tutto questo tempo, in gran parte un mistero.»
(fonte: https://www.corriere.it/opinioni/26_maggio_23/paradosso-ai-40642a30-41ce-410d-bbcf-754fca973xlk.shtml)
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