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Viaggiare è la mia passione, il mezzo è una moto, non importa quale.

Photos from Travel Blog's post 18/06/2026

Ostinatamente ad est – G15
Quarantasette gradi
Ci siamo svegliati presto stamani.
Intorno alle sette eravamo già in moto.
Speravo di mitigare un po’ il caldo ma è stata una pia illusione:
c’erano già trentasei gradi.
La cittadina di Aqrah era deserta, come se la gente — tirato tardi nella chiassosa notte di chiacchiere — ora, rintanata in casa, cercasse di riprendersi dai bagordi.
Stamani ho trovato dei piccoli adesivi sulla mia borsa:
Pokémon o qualcosa del genere.
Come se un bambino ci avesse giocato sopra usandola come una lavagna.
Scendiamo dalla collina, superiamo un paio di posti di blocco.
Il soldato ci ferma ma oggi la parola magica:
“Italian tourist”
sembra funzionare.
Ci mandano subito via senza neppure guardare i passaporti.
Il tragitto è breve:
poco più di cento chilometri per arrivare a Erbil.
Traffico denso e semafori snervanti che spesso ti lasciano cuocere per oltre duecento secondi sulla riga dello stop.
E quando dico cuocere lo dico con cognizione di causa:
oggi il termometro, in mezzo al traffico, ha segnato quarantasette gradi.
Dobbiamo tornare dal meccanico.
La pinza del freno anteriore della moto di Pierfelice continua a non lavorare come si deve.
Attraversiamo la città quando, a meno di un chilometro dall’officina, il mio telefono si surriscalda al punto da smettere completamente di funzionare.
Poco male.
Chiediamo a un tassista di guidarci fino alla meta.
“Eagle Nest”, il Nido dell’Aquila:
un’officina specializzata nella preparazione moto.
Il posto è uno specchio.
Ordine maniacale e pulizia da camera operatoria.
Tra le splendide moto in lavorazione una Ducati Panigale V4 fa bella mostra di sé.
Ma ora è venuto il momento di parlare di Erbil.
Per me forse è più facile partire dalla storia recente.
Oggi è una città sospesa tra:
l’antichissima Mesopotamia,
la geopolitica,
e l’identità curda.
Nel 2014 l’avanzata dell’ISIS arrivò pericolosamente vicina a Erbil.
Per un momento sembrò possibile che il Kurdistan iracheno potesse crollare:
migliaia di profughi,
yazidi massacrati nel Sinjar,
cristiani in fuga.
Oggi la città, nonostante le tensioni con Baghdad, è in pieno sviluppo.
I grattacieli si moltiplicano e le infrastrutture faticano a stargli dietro.
La corrente va e viene lasciando tutti sospesi per qualche istante.
È come quando in cucina apri la porta del forno:
il condizionatore smette di proteggerti e il calore ti investe in pieno volto.
Come vi ho raccontato non abbiamo un piano preciso, pertanto le poche ore rimaste le spendiamo a girovagare per l’enorme bazar.
Quello che impressiona è la quantità incontabile di negozi che vendono oro.
Accanto a ferramenta,
tè,
ricambi,
negozi poverissimi,
esplodono vere e proprie pareti di oro abbagliante.
Qui, più che altrove, l’oro non è soltanto lusso o ostentazione.
È patrimonio familiare,
dote,
sicurezza,
un bene facilmente trasportabile in tempi instabili.
Entriamo in un piccolo bar attratti dalla scritta:
“Caffè italiano”.
Il proprietario parla la nostra lingua.
Ci serve un ottimo espresso e ci racconta di aver lavorato per dieci anni a Bologna prima di aprire qui.
Passiamo una buona mezz’ora a parlare della vita.
Poi, al momento di pagare, non vuole nulla.
“Offro io”, dice, “per il piacere delle chiacchiere.”
Usciamo all’aperto su una piazza frutto di una recente riqualificazione urbana.
Una torre dell’orologio vagamente somigliante a quella di Londra domina lo spazio pubblico.
Ma ciò che colpisce davvero è la contaminazione tra modernità e tradizione.
Locali con grandi narghilè ad acqua dove la gente resta seduta per ore mentre il fumo profumato riempie lentamente l’aria.
Sul viale bancarelle improvvisate, spesso semplici coperte stese a terra, con venditori in abiti tradizionali curdi.
Non folklore:
forse la cosa più autentica che puoi osservare senza arrampicarti sulle montagne.
Tessuti consumati dall’uso,
scarpe impolverate,
mani segnate dal lavoro.
Accanto, il colle artificiale della cittadella domina il centro.
Uno dei luoghi abitati continuativamente più antichi del mondo.
Ma di questo spero di parlarvene domani.
Ora si è fatta l’ora di cena.
E qui la cena è sempre uno spettacolo.
Dal locale più ricco a quello più povero funziona allo stesso modo:
ti siedi, ordini, e il tavolo si riempie immediatamente di cose che non hai chiesto.
Meze, verdure, yogurt, salse, sottaceti, erbe, pane, hummus...
Non devi mai guardare un tavolo vuoto.
È una forma diversa di ospitalità.
Lo spazio si riempie subito e il tempo rallenta.
Stasera abbiamo scelto un ristorante yemenita, più raffinato del solito.
Sapori, spezie, sfumature per me completamente nuove.
E fantastiche.
Bene, si è fatta l’ora di riporre la penna e andare a dormire.
E, come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

Photos from Travel Blog's post 17/06/2026

Ostinatamente ad est – G14
Azad
Mi sono svegliato in un Iraq indaffarato.
Il traffico intorno all’albergo è già infernale, esattamente come la temperatura.
Devo trovare un’agenzia per assicurare la moto.
Ieri, passato il confine, eravamo troppo stanchi per cercare.
Stamani su internet trovo due agenzie, una esattamente dove ci siamo fermati ieri a mangiare un boccone.
Salgo le scale e un tizio sta dormendo profondamente sopra un divano.
Busso, chiedo permesso, cerco di farmi sentire pestando i piedi.
Quando l’uomo riprende lentamente coscienza inizia la lotta per farsi capire.
Non parla una parola d’inglese.
Ci chiede il numero di telaio, il numero del motore che però non compare sul libretto.
Bene, per farla breve, dopo quasi un’ora di sforzi per riempire un modulo online, con fare dubbioso alza il telefono, parla lungamente con qualcuno e sentenzia che l’assicurazione per la moto non è necessaria.
Riparto con mille dubbi ma non me la sento di passare un’altra ora da un diverso agente per avere conferma.
Riparto alla volta di Duhok.
Avevo letto che in alto sulla collina che sovrasta la città esistessero bassorilievi assiri, incisioni rupestri e resti molto antichi scolpiti direttamente nella roccia.
Arrivati sul posto trovo soltanto una alta recinzione con filo spinato e un cartello in arabo con stampigliata in un angolo la dicitura:
“Italian Agency for Development Cooperation”
e la nostra bandiera tricolore.
Non so quali siano gli sviluppi o il progetto di cooperazione.
Il fatto certo è che devo ripartire un po’ deluso senza avere visto Halamata Cave.
Bene, ributtiamoci nel traffico.
La strada fa le onde e ti porta dove vuole lei.
L’asfalto, con il peso dei camion e il calore, sembra quasi sciolto.
A tratti pare di viaggiare sopra un toboga.
Prossima tappa:
Alqosh.
Siamo ai margini delle Piane di Ninive, tra colline aride e montagne basse.
Qui hanno vissuto momenti drammatici durante l’occupazione dell’ISIS.
Molta gente è fuggita.
Il villaggio sembra quasi deserto.
Un uomo seduto accanto a un grosso gruppo elettrogeno ci indica dove sia il centro.
Ingenui disegni di scene bibliche ricoprono le case.
Qui la gente parla ancora un ramo linguistico antichissimo dell’aramaico.
Non è la lingua di Gesù ma certamente le assomiglia molto.
Più volte veniamo fermati ai posti di blocco, sempre in maniera cortese.
La routine è sempre la stessa:
fotografano il nostro passaporto e si mettono in attesa che qualcuno dia l’ok.
In uno, dove l’attesa si prolunga, ci offrono acqua fresca e piccole pesche sode e dolcissime.
Finalmente raggiungiamo Lalish.
È uno dei luoghi spirituali più particolari e intensi di tutto il Medio Oriente.
Il centro sacro dello yazidismo.
Per gli yazidi questo luogo è ciò che la Mecca è per i musulmani o Gerusalemme per ebrei e cristiani.
Ogni yazida dovrebbe compiere almeno una volta nella vita un pellegrinaggio qui.
Sulla soglia dell’area sacra devi toglierti le scarpe e a piedi nudi inizi a camminare sulle antiche pietre che il sole rende roventi.
Appena entri capisci subito che non stai visitando semplicemente una moschea o una chiesa.
C’è qualcosa di molto più antico e stratificato.
Gli yazidi appartengono a una religione antichissima che mescola:
elementi preislamici mesopotamici, zoroastrismo, sufismo,
cristianesimo orientale, tradizioni persiane e curde.
Il simbolo più noto è l’Angelo Pavone:
Melek Taus.
Ed è proprio attorno a questa figura che per secoli nacquero enormi incomprensioni.
Molti musulmani della regione interpretarono erroneamente Melek Taus come una sorta di “angelo caduto”, accusando gli yazidi di adorare il demonio.
Da qui persecuzioni che arrivano fino ai giorni nostri.
Qui non ci sono f***e oceaniche ma poche persone che custodiscono i luoghi.
Molti spazi restano celati alla vista, nascosti da drappeggi:
non simboli svelati ma gelosamente protetti.
Il luogo è straordinario.
Le torri coniche bianche, le pietre annerite dall’olio delle lampade,
le stoffe annodate agli alberi, le sorgenti sacre, i cortili silenziosi.
Qui il tempo sembra davvero muoversi diversamente.
All’ombra dei gelsi centenari, nel rumore lieve dell’acqua che sgorga, ti rendi perfettamente conto di essere nel cuore sopravvissuto di una cultura che ha rischiato di essere cancellata.
Ripartiamo stremati per un’ultima tappa.
Mentre entro in un piccolo paese un addetto al traffico mi ferma.
“E ora cosa vuole anche questo?” penso.
“Avrò commesso qualche infrazione.”
Invece sorride impettito, saluta militarmente e mi porge la mano scandendo il suo nome:
“Azad.”
“Qual è il tuo nome?”
“Luca”, rispondo.
E lui, facendosi da parte, mi dice:
“Benvenuto.”
Scegliamo una strada secondaria in mezzo a campi dorati.
Il segno dell’asfalto che copia le colline è scenografico, quasi alieno.
Quel nastro nero marca il territorio come una linea tracciata con una gigantesca biro.
Da lontano sembra un disegno visibile per chilometri.
A lato della strada, in ogni piazzale disponibile, enormi cumuli di grano lasciati al sole.
La nostra ultima tappa per oggi è la cittadina di Aqrah.
Non si distende nella pianura:
si arrampica letteralmente sulla montagna.
Case, scale, vicoli, tutto appoggiato lungo il pendio sotto una corona di rocce.
Non cercavamo emergenze monumentali ma l’atmosfera dei luoghi.
E l’abbiamo trovata.
La gente sembra vivere in strada:
commercia,
discute,
si muove chiassosa in un traffico anarchico che blocca le vie e di cui nessuno sembra preoccuparsi.
Non ci sono alberghi.
Riusciamo ad affittare una casa prima di immergerci nella notte calda tra piccoli assaggi di cibo, minestre e ayran che qui chiamano in un altro modo e servono con il ghiaccio.
Mentre un filo di luna fa capolino accanto al minareto, cercando di ritrovare la strada di casa, ci ferma un ragazzo con un inglese più che discreto.
Ha voglia di chiacchierare, di raccontarci di una giovane vita ancora tutta da vivere.
Buona fortuna giovane amico.
Inshallah,
che la vita ti sorrida.
E, come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

16/06/2026

Ostinatamente ad est – G13
Sotto lo stesso cielo
La sala del tè ieri ci è piaciuta, pertanto stamani, prima di partire, ci siamo nuovamente recati lì.
Quattro uomini a un tavolo condividono pita — quel pane basso che vagamente somiglia alle nostre schiacciate — e formaggio.
Cortesemente si girano verso di noi chiedendoci se vogliamo favorire.
Un altro avventore è seduto sull’uscio.
Ha gli occhi velati dalla cataratta. Non so se riesca davvero a vedere ma guarda fisso la strada.
Sembra ricostruire la vita del mattino che si accende attraverso i ricordi degli anni passati.
Raccogliamo le nostre cose e siamo nuovamente pronti per partire.
Per un lungo tratto costeggiamo il confine con la Siria:
una recinzione di filo spinato con piccoli cartelli rossi triangolari avverte che oltre siamo nella terra di nessuno controllata da garitte armate che, una dopo l’altra, marcano il confine.
Che br**ta invenzione i confini.
Qualche anno fa, mentre attraversavo l’Alaska, una donna indiana mi disse che proprio non li capiva.
“Siamo sotto lo stesso cielo.”
Per chi — uomini e animali — ha calpestato per secoli queste terre, quella linea non aveva senso.
Canada, Alaska… erano semplicemente la terra che donava loro la vita.
Bene, avvolto in questi pensieri, arrivo al confine tra Turchia e Iraq.
Vi risparmio il calvario:
impieghiamo circa tre ore per superare le burocrazie dei due stati, compreso pagare una piccola multa — meno di un dollaro — per un eccesso di velocità commesso chissà dove.
La cosa più strana è che abbiamo dovuto compilare “la lista” su un foglio rimediato al momento con:
nome e cognome,
targa,
numero di passaporto.
La dogana irachena è apparsa molto più leggibile:
non più veloce ma assolutamente più organizzata.
Come Dio vuole entriamo, mentre il termometro sfiora i quaranta gradi.
Decidiamo di fermarci subito a Zakho.
Ci rifugiamo in albergo. Dobbiamo riposare qualche ora dopo esserci sciolti nel piazzale torrido del confine.
A sera la temperatura è perfetta per goderci lo splendido centro, la fortezza e l’antico ponte che dominano il fiume.
Si legge chiaramente lo scopo originario della città:
un nucleo sviluppato in posizione quasi insulare sul Khabur River e il ponte che controllava traffici e attraversamenti.
Tutto è restaurato, perfetto.
La gente passeggia lungo il fiume e, in una sala della fortezza, troviamo due ragazzi che stanno smontando un piccolo palco coperto di tappeti.
Sentendoci parlare in italiano ci invitano ad avvicinarci.
Imbracciata la chitarra e un saz iniziano a cantare “Bella ciao”.
Noi italiani,
loro curdi,
una canzone che parla di libertà,
in una città di confine della Mesopotamia.
A migliaia di chilometri da casa qualcuno ti restituisce un pezzo della tua cultura trasformato dalla propria storia.
Bene, che l’avventura in questo splendido paese abbia inizio.
E, come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

Ostinatamente a est: sul limite di un mondo - SienaPost 15/06/2026

Eccoci al recap della seconda settimana di “Ostinatamente a Est”.
La strada ci ha portato sempre più lontano dall’Europa, dentro una Turchia di frontiera fatta di città antichissime, monasteri siriaci, bazar, hammam e pianure che guardano verso Siria e Iraq.
Da Antiochia ferita dal terremoto fino a Mardin, sospesa sopra la Mesopotamia, ho avuto sempre più la sensazione di attraversare non uno Stato ma strati sovrapposti di civiltà.
Luoghi dove la storia non è chiusa nei musei ma continua a respirare nella vita quotidiana.
Göbekli Tepe, Balıklıgöl, la Chiesa di San Pietro, i monasteri nascosti nel silenzio, il tè nelle çayhane e il rumore delle trebbiatrici nella pianura.
E mentre scrivo queste righe… oggi sono entrato in Iraq.
Ma questa è la storia della prossima settimana.
“Ostinatamente a est – Sul limite di un mondo”
https://sienapost.it/rubriche/ostinatamente-a-est-turchia-orientale-mesopotamia/

Ostinatamente a est: sul limite di un mondo - SienaPost ostinatamente-a-est-turchia-orientale-mesopotamia

Photos from Travel Blog's post 15/06/2026

Ostinatamente ad est – G12
Abitati dal silenzio

Le mosche volano a mezz’aria.
Il piccolo locale da tè è pieno di gente che guarda la partita. Credo sia Australia–Turchia. I turchi stanno perdendo due a zero e gli avventori sembrano un po’ scorati.
Il ventilatore sul soffitto appena smuove un’aria già calda.
Vi potrete chiedere come sono finito in una çayhane, così si chiamano questi luoghi.
Primo motivo: il nostro misero hotel “oggi” non fornisce la colazione. Così ci ha detto il portiere che stava dormendo sulla sedia.
Secondo motivo: è vicina all’albergo e a un panificio che fa ottimi biscotti.
Nelle case da tè non ti danno da mangiare.
Sono i locali più semplici e popolari della Turchia:
tavolini bassi, bicchieri di tè a tulipano, uomini seduti per ore, carte, tavla, fumo e discussioni infinite.
Oltre al tè non c’è altro.
Kıraathane qualcuno le chiama anche così.
È un termine più antico e affascinante, derivato da parole persiane e arabe che significano “casa della lettura”.
Originariamente erano luoghi dove:
si leggeva,
si ascoltavano racconti,
si discuteva di politica, poesia e religione.
Col tempo sono diventati i classici caffè maschili anatolici.
Non sono mai molto invitanti ma rappresentano uno spaccato di vita estremamente autentico.
Ci siamo vestiti leggeri. Oggi faremo un largo giro intorno a Mardin.
Prima tappa:
Deyrulzafarân Manastırı,
il Monastero dello Zafferano.
Fanno entrare a piccoli gruppi attraverso una lunga scala che taglia un’oliveta.
Il luogo ospita una delle più antiche comunità cristiane del mondo.
Le rondini sembrano avervi preso dimora e volano dentro la corte tra le colonne, perfettamente a loro agio, entrando e uscendo dalle sale.
La pietra delle mura è massiccia, i soffitti bassi e la luce minima.
Le cripte non hanno il classico arco di pietra romano.
Il soffitto sembra quasi piano.
Solo osservando meglio ti accorgi che enormi pietre sono state lavorate ad angolo per incastrarsi una nell’altra scaricando il peso lateralmente.
Una architettura antichissima, massiccia, quasi scavata più che costruita.
Nella corte interna crescono piante di specie diverse.
Ognuna emana un profumo distinto ma l’insieme forma uno straordinario blend naturale.
Non riesci più a distinguere il gelsomino dalle erbe aromatiche, gli incensi dall’odore della terra scaldata dal sole.
Il monastero sembra essere sempre stato lì, come se il tempo non avesse significato mentre fuori cambiavano gli imperi.
Ripartiamo verso un’altra piccola chiesa:
Mor Hadbşabo Kilisesi.
Fermo la moto in uno spiazzo tra muri sormontati da filo spinato.
La chiesa è semplice, bellissima.
Ho attraversato un villaggio di case contadine abbandonate, antiche ma di assoluta pregevole fattura.
Mentre giro intorno alle mura un uomo esce dalla porta, attraversa lentamente la strada e sembra controllare chi abbia rotto il silenzio del luogo.
Non c’è nessuno.
L’aria sembra di cristallo tanto è ferma.
Poi improvvisamente rientra ed entra in una porta laterale del complesso lasciandola socchiusa.
Lo seguo.
Ci porta a visitare la chiesa e poi, attraverso un antico cimitero perfettamente tenuto, dentro la sagrestia.
Il prete, un giovane dalle spalle larghe e dalla barba scura, è seduto vicino a un gruppo di immagini trasmesse dalle telecamere di sorveglianza.
Sicuramente ci hanno osservato da lì.
Forse è normale ma, confesso, questa cosa mi dà una leggera sensazione d’assedio.
Il custode torna con acqua fresca e biscotti.
Cerchiamo di scambiare qualche parola in un difficile inglese.
Poi chiedo al prete di benedire il viaggio.
Seduto non avevo notato quanto fosse alto.
In una lingua per me incomprensibile — probabilmente siriaco — ci benedice.
Intorno vivono ancora circa duemila cristiani:
una comunità antichissima.
Nulla rispetto alle dimensioni dei monasteri e forse è proprio questo che colpisce ancora di più quando ti trovi in un luogo come questo, abitato dal silenzio.
Continuo il mio peregrinare fino al Mor Gabriel Monastery per poi ritrovarmi a Dara.
Fu una grande città-fortezza romana d’Oriente.
Tutto qui sembra partorito dalla roccia:
resti di fortificazioni,
magazzini,
la necropoli intagliata direttamente nella pietra
e infine le enormi cisterne terminali di un sofisticato sistema idraulico.
Immerso in questa storia millenaria arriva il tramonto.
Devo rientrare. A forza di girare mi sono spinto a più di cento chilometri da Mardin.
Moderne trebbiatrici mietono il grano.
Non una soltanto, ma decine, tanto sconfinata sembra la pianura.
Lasciano dietro di sé scie di polvere e montagne di p**a, il residuo delle spighe dopo l’estrazione della granaglia.
Enormi camion fanno continuamente la spola tra i campi.
Poco oltre hanno già iniziato ad arare la terra per la stagione successiva.
Il contrasto è fortissimo:
da una parte gli antichi sassi ipogei di Dara,
dall’altra questo immenso dispiegamento di mezzi agricoli.
E attorno, dalle case, appaiono uomini e donne vestiti ancora con abiti tradizionali.
Il sole è ormai basso sull’orizzonte quando riesco finalmente a ritrovare la via “dell’Otel”.
Non è un errore:
lo scrivono proprio così.
E, come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

Photos from Travel Blog's post 14/06/2026

Ostinatamente ad est – G11
Sul limite di un mondo
Il termometro ormai è pericolosamente vicino ai quaranta gradi.
Il solito stradone non offre molto in quanto a curve, solo lunghi rettilinei circondati da campi arsi dal sole.
Ormai sono giorni che, per quanto mi guardi intorno, non vedo altri motoviaggiatori.
Non capisco il motivo. Forse sono in una zona percepita come “di frontiera”, vicina a Siria e Iraq e fuori dalle grandi rotte motociclistiche classiche.
Un incomprensibile mistero.
Due giorni fa ho attraversato l’Eufrate e mi ha fatto un certo effetto. Sono affiorate tutte le reminiscenze di storia e geografia studiate sui libri di scuola.
Davanti a me ora ho Mardin:
pietra color miele sospesa sopra la pianura mesopotamica.
Oggi, per la prima volta, arriva chiara la sensazione di essere uscito dall’Europa e perfino dall’Anatolia.
Gli splendidi minareti e la fortezza dominano la pianura come un ultimo baluardo in attesa dell’invasione.
Dai bastioni la Mesopotamia si apre sconfinata sotto di te e, per un istante, ho avuto la sensazione di trovarmi sul limite di un mondo.
Una di quelle immagini che farebbero impazzire i cultori di Tolkien.
Non entreremo in Iraq domani. Ci fermeremo qui un paio di giorni.
Dobbiamo sistemare la moto di Piero:
cambio olio, filtri, regolare il freno che era un po’ lungo.
Qui abbiamo un meccanico di fiducia già usato in altri viaggi.
Piero, furbescamente, ha conservato la foto del precedente intervento.
Queste persone, già cordiali di natura, ti mettono davvero la casa in capo quando si ricordano di te.
Comunque la gentilezza è sempre al primo posto:
un bicchiere fresco d’acqua quando entri è il minimo.
Visto che è ormai l’una ci invita a non aspettare.
“Andate a mangiare”, dice, “vi faccio accompagnare dal mio aiutante in un buon locale.”
Klinic Motor il nome, se passate di qui e avrete bisogno, saprà aiutarvi.
Visto che abbiamo restaurato la moto ora tocca ai piloti.
Un hammam del 1205, l’“Emir Hamamı”, è poco distante dal nostro hotel.
E come ha detto il mio amico Piero:
“È qui dai tempi di Marco Polo… speriamo almeno abbiano dato una pulita.”
Questa me la potevo risparmiare ma mi ha fatto davvero ridere.
Finito il nostro restauro — strofinati, raschiati e massaggiati — due passi per il magnifico centro storico.
Ho comprato un sacchetto di more di gelso. Era una vita che non ne mangiavo.
Ho visto alberi ovunque.
Dopo poco avevo le mani di un bel blu violaceo, resistente anche all’abbondante sapone con cui ho provato a pulirle.
A proposito di sapone:
lungo la strada del centro vendono sapone d’Aleppo in tutte le sfumature di profumo e colore.
Passi dall’odore del pane a quello buono del sapone.
Una ragazza sull’uscio ti vuole far provare un’acqua di colonia che cosparge abbondantemente sulle tue mani.
Poco più avanti, su un banchetto improvvisato, un altro ti offre una bevanda.
Non ho indagato e ho tirato dritto tra la gente che si muove come un fiume.
Bene, anche questa giornata sulla strada è finita e, come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

Photos from Travel Blog's post 13/06/2026

Ostinatamente ad est – G10
Ascoltando l'acqua
Oggi day off a Şanlıurfa. Un giorno per riordinare le idee, per riprendere fiato.
Vi voglio parlare di una, per me, piacevole scoperta. Per molti forse non lo sarà ma, con temperature vicine ai quaranta gradi, per proteggerci dal caldo e reintegrare sali stiamo andando avanti a ayran.
Credo di essermi assuefatto al sapore e, come una droga, ne bevo diversi bicchieri ogni giorno. A volte prodotto industrialmente, a volte artigianale, servito in sofisticate brocche e montato come una panna.
Quando viaggi, all’inizio parti per attraversare luoghi, raggiungere mete. Poi lentamente il viaggio smette di essere una sequenza di tappe e diventa una successione di rituali.
L’ayran, l’hammam, le lokanta, il tè, la manutenzione serale della moto, persino il controllo della catena o il cercare le foresterie degli insegnanti… sono tutti gesti che stanno costruendo una nuova quotidianità.
Ieri non ho trovato le parole, il taglio giusto, per raccontarvi del vecchio bagno turco con i soffitti a volta dalla vernice scrostata.
Mentre ero lì mi sono messo ad ascoltare il rumore dell’acqua. Non è mai uguale.
Diverso se lo ascolti a occhi aperti, magari fissando le tessere di vetro azzurro delle colonne che colano gocce di vapore, oppure a occhi semichiusi, lasciando che un po’ di luce filtri dalle palpebre, con il marmo caldo che accarezza la schiena e sembra il più soffice dei materassi.
Piero mi ha raccontato una storia che ho verificato, non per sfiducia ma per estrema curiosità.
Nel mondo persiano e ottomano esistevano ospedali dove i malati mentali venivano curati anche attraverso il suono dell’acqua, particolari modi musicali e profumi.
Forse oggi questo ambiente pieno di ritualità, che pensa solo al benessere del corpo, è proprio quello che ti fa ritrovare.
Lasci fuori il telefonino, l’orologio e per un po’ sei n**o, solo con te stesso, ad ascoltarti l’anima.
Scusate il divagare. Forse vorrete sapere oggi cosa sono andato a scovare?
Spero di non deludervi perché ho visto qualcosa di più antico delle piramidi o di Stonehenge, qualcosa che ha riscritto la storia dell’uomo: Göbekli Tepe.
Il sito è formato da grandi recinti circolari con enormi pilastri a forma di “T”, alcuni alti più di cinque metri e pesanti decine di tonnellate.
Fu realizzato circa dodicimila anni fa da gruppi umani che teoricamente vivevano ancora di caccia e raccolta, quando tutta l’archeologia riteneva impossibile, per quel modello di vita, coordinare una simile opera.
Sui pilastri compaiono:
serpenti, volpi, scorpioni, avvoltoi, felini, cinghiali.
Animali scolpiti con una forza impressionante.
Ma la cosa più misteriosa è che il sito venne deliberatamente sepolto dagli stessi costruttori migliaia di anni fa. Non abbandonato, ma interrato volontariamente.
Come se qualcuno avesse deciso di chiudere quel mondo.
Sono rimasto un bel po’ appoggiato alla ringhiera che cinge il cratere di scavo.
Dovevo riorganizzare le idee.
Stavo osservando l’opera di uomini che non avevano scrittura, non avevano metalli, non avevano ruote.
Il sole picchia come un martello.
Mi rifugio per gli stretti vicoli di Şanlıurfa e, all’arrivo, sono circondato da un nugolo di bambini. Vogliono sentire il rombo della moto, girare la manopola del gas.
Qualcuno è così piccolo che non ha la forza sufficiente.
Torniamo in albergo a lasciare le moto. Oggi è venerdì e noi, cristianocentrici, non abbiamo considerato che è il giorno di festa per i musulmani.
In città non si circola. Impiego più di un’ora per raggiungere l’hotel.
Con le ultime energie raggiungo il Museo Archeologico. Confesso: non so se per approfondire o per sopravvivere al calore.
Şanlıurfa non ha deluso. Non può: è troppo viva e accogliente.
Dimenticavo il bazar.
Non un museo costruito per i turisti, ma un mercato vivo, rumoroso, disordinato, caldo, pieno di odori, di uomini che trasportano casse e tavoli da tè bevuti lentamente aspirando lunghi tiri di fumo.
Il day off è finito. Forse, se facevo mille chilometri, duravo meno fatica…
E come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

Photos from Travel Blog's post 12/06/2026

Ostinatamente ad est – G09
La vita mi ha riportato qui
Stamani sono sceso presto a fare colazione. Devo assolutamente andare a vedere i mosaici del “The Museum Hotel”, quello che ieri ho trovato chiuso.
Ritarderemo la partenza. Nulla ci aspetta. Voglio vivere il presente lasciando che il tempo non entri come variabile nella dimensione del mio viaggio.
Nonostante i pochi avventori la colazione è ben organizzata.
Accanto al mio tavolo c’è un cameriere tutto impettito che, appena sente le nostre parole in italiano, vede illuminarsi il viso. Immediatamente ci domanda, nel nostro idioma, da dove veniamo.
Iniziamo a parlare.
Ha vissuto dieci anni in Italia, prima raccogliendo pomodori e ortaggi fintanto che non ha ottenuto il permesso di soggiorno.
Vedo che muove male una gamba.
Fa un lungo elenco delle città dove ha vissuto, decantandone le lodi, poi racconta di essere tornato qui, nel suo paese, e da allora è iniziato il calvario: prima la guerra e i profughi siriani, poi il terremoto che ha distrutto tutto colpendo i flussi turistici e ora il meteo, con inverni molto piovosi.
Eppure qui attorno c’è l’oro, dice, parafrasando le tante emergenze archeologiche ancora presenti e rammaricandosi per la completa assenza di turisti.
Gli domando perché non sia rimasto da noi e lui, abbassando lo sguardo e con voce flebile, aggiunge:
“La vita mi ha riportato qui.”
È evidente che sia successo qualcosa e quel qualcosa probabilmente è legato alla sua situazione fisica attuale.
Siamo stati un bel po’ a chiacchierare. Aveva voglia di parlare e l’ho lasciato fare.
Ora è venuto il momento del The Museum Hotel.
Carico la moto, attraverso la città e riesco a parcheggiare praticamente all’ingresso, su una chiassosa e intasata arteria dove tutto si muove a passo d’uomo. Il terremoto ha distrutto anche la viabilità.
The Museum Hotel Antakya non è semplicemente un hotel costruito sopra un sito archeologico.
È quasi il tentativo di fermare il tempo mentre la città continua a stratificarsi sopra sé stessa.
Dal punto di vista architettonico l’opera è veramente notevole: le camere sono sospese a decine di metri di altezza.
Gran parte di Antakya è crollata o stata gravemente danneggiata, mentre il Museum Hotel — progettato con una struttura moderna sospesa e antisismica — ha resistito relativamente bene.
E questa cosa dà quasi i brividi:
un edificio modernissimo che protegge mosaici di duemila anni mentre attorno la città contemporanea cede.
Come se Antiochia continuasse ostinatamente a sopravvivere sotto ogni distruzione.
E sotto?
Sotto una incredibile stratificazione:
età ellenistica, romana, bizantina, crociata, ottomana, una sopra l’altra.
L’enorme mosaico è impressionante ma ancora di più lo è l’insieme, la città che appare sotto ai tuoi piedi.
Cosa pagherei se per tre minuti potessi tornare indietro nel tempo e passeggiare tra mura, colonne, strade, terme, resti di case e soprattutto sull’immenso mosaico romano.
Dove sono passati legionari romani, pellegrini bizantini, mercanti arabi, crociati, ottomani e oggi viaggiatori come me.
Ripartiamo con la consapevolezza che esistono luoghi inimmaginabili dove gli occhi si posano direttamente sulla storia.
Torniamo indietro verso Gaziantep. La nostra nuova meta è Şanlıurfa.
Strada facendo, durante un rifornimento, ci accorgiamo che il cavalletto della moto di Piero ha ceduto. La moto non sta più in piedi da sola.
Dobbiamo rimediare.
A dieci chilometri c’è un piccolo paese. Troviamo una officina sulla strada. Il meccanico ci accompagna dietro l’isolato, dove c’è l’officina di un fabbro.
Lui, con un giovane aiutante, smonta il sensore e la pedana.
Poi il fabbro salda e rinforza.
Finito il lavoro, reinterviene il meccanico vernciando a spruzzo la parte saldata e rimontando il tutto.
Tre persone che si occupano di noi mentre attorno si raduna una piccola folla di curiosi.
Alla fine Piero mette mano al portafoglio ma il meccanico, che non si era mai mosso da lì, scappa quasi di corsa dicendo di non volere nulla.
“Pagate il fabbro.”
Questo si mette la mano sul cuore, poi appoggia le sue mani sulle spalle di Piero e dice:
“Voi qui siete ospiti.”
Poi si incammina nel suo antro abbrustolito da anni di lavoro.
Sorpresi, felici, direi quasi commossi, riprendiamo il cammino.
Riprogrammiamo la giornata. Dovevamo andare a Göbekli Tepe ma è tardi e gli scavi chiudono alle diciassette. Pertanto rimarremo due notti a Şanlıurfa.
Solite terme un po’ sgarrupate per raddrizzare le ossa e poi in giro per la città.
Con un taxi ci facciamo portare a Balıklıgöl.
Uno di quei luoghi dove mito, religione e vita quotidiana si mescolano in modo quasi indistinguibile.
Il nome significa “Lago dei pesci”.
Secondo la tradizione islamica qui il re Ni**od avrebbe fatto gettare nel fuoco Abramo per punirlo della sua fede.
Dio però trasformò il fuoco in acqua e le braci in pesci.
Per questo i pesci del lago sono considerati sacri.
Il luogo non è uno spazio museale: è pieno di pellegrini, famiglie, bambini e anziani che pregano.
Intorno a te:
moschee, madrase, cortili, giardini e porticati.
Il luogo sacro è molto più antico e probabilmente venerato già in epoche precedenti all’islam.
Accanto al lago c’è anche la grotta che la tradizione indica come luogo di nascita di Abramo.
È stata una scoperta. Non lo sapevo.
Entrando dal piccolissimo pertugio e inginocchiandomi nel passaggio mi rendo conto solo in quell’istante di essere stato anche sulla tomba di Abramo a Hebron, in Palestina, quando lavoravo per l’UNESCO.
Ma lì non c’era la serenità che qui si respira.
C’erano mitra spianati e soldati israeliani che controllavano forzosamente l’area.
Entrando in quel complesso la tomba era divisa in due:
da una parte moschea, dall’altra sinagoga.
Segno di una condivisione e convivenza secolare.
Balıklıgöl non impressiona per monumentalità.
Ti rimane addosso per l’atmosfera: quell’idea orientale e antichissima che un luogo possa continuare a essere sacro semplicemente perché la gente continua a viverlo come tale.
Bene, è ora di riporre la penna e, come sempre,
se tutto è andato bene,
allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.

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