Travel Blog
Viaggiare è la mia passione, il mezzo è una moto, non importa quale.
27/08/2026
Lancio Facebook
ANTICHE RELIGIONI | 2 – Dove ancora si parla la lingua di Cristo
Prima Antiochia.
Poi gli antichi monasteri intorno a Mardin.
Infine Alqosh, un villaggio cristiano quasi deserto nella Piana di Ninive.
Li avevo attraversati come luoghi diversi, senza capire che un filo li stava unendo.
È stato ad Alqosh che improvvisamente quei frammenti hanno cominciato a comporsi.
Quelle chiese non erano resti.
Quei monasteri non erano reperti.
Quelle lingue non erano morte.
Duemila anni sono passati anche per le parole, ma qui sopravvive ancora l'eco dell'antico mondo aramaico, quello al quale apparteneva la lingua parlata da Cristo.
Non l'ho trovata incisa sopra una pietra.
Ne ho ritrovato l'eco nella voce delle persone.
Continua il mio viaggio tra le antiche religioni ancora vive.
Stay Wild, Stay Shanti.
ANTICHE RELIGIONI | 2 - Dove ancora si parla la lingua di Cristo - SienaPost Da Antiochia ad Alqosh, passando per gli antichi monasteri del Tur Abdin: un viaggio tra comunità cristiane dove sopravvive ancora l’eco della lingua di Cristo.
18/08/2026
Gli adoratori degli angeli: viaggio nella religione yazida
Questa settimana su Siena Post vi propongo un percorso all'interno di una antica religione.
Gli adoratori degli angeli - SienaPost A Lalish, nel Kurdistan iracheno, un viaggio dentro la religione yazida tra Melek Taus, antichi simboli, acqua, pane, luce e mistero.
11/08/2026
Mi chiedono spesso che abbigliamento uso quando parto per uno dei miei lunghi viaggi in moto. E, soprattutto, di che marca.
La risposta potrebbe essere molto lunga. Oppure molto breve: dipende.
Nel 2018 arrivai a Ulan Bator e scoprii che la mia attrezzatura era rimasta a Roma.
Il giorno dopo ero nella steppa con una cerata gialla da pescatore, scarponi predisposti per i ramponi e un improbabile casco cinese. La fotografia, purtroppo per la mia dignità, esiste ancora. 😄
Da allora di chilometri ne ho fatti parecchi, dal caldo feroce dell'Iraq alle temperature sotto zero dell'Alaska, passando per la pioggia dell'Islanda e il vento della Patagonia.
E sono arrivato a una conclusione: l'abbigliamento perfetto non esiste.
Esiste invece un sistema che deve adattarsi al viaggio, lasciarti libero di guidare e, soprattutto, farsi dimenticare.
Ne parlo questa settimana su Andata e ritorno – SienaPost.
Perché l'attrezzatura deve aiutare il viaggio. Non diventare il viaggio.
Stay Wild, Stay Shanti.
L'abbigliamento perfetto non esiste - SienaPost Come scegliere l'abbigliamento da moto per lunghi viaggi? Dopo anni sulla strada ho scelto un sistema a strati capace di adattarsi a caldo, freddo e pioggia.
03/08/2026
Un viaggio è finito. Una passione continua.
Per due mesi abbiamo attraversato Anatolia, Caucaso e Balcani. Ora, tornati a casa, Pier Felice Finocchi riprende il filo di un'altra passione che lo accompagna da una vita.
Da sabato 8 agosto, a Gerfalco, inaugura la seconda edizione della sua mostra di strumenti musicali orientali.
Non è una semplice collezione: ogni strumento racconta un popolo, una tradizione, un modo diverso di guardare il mondo.
Se vi trovate dalle parti di Montieri, concedetevi una deviazione. Vale sempre la pena incontrare chi, invece di collezionare oggetti, colleziona storie.
Centro Visite della Riserva Cornate e Fosini – Gerfalco (Montieri)
8–16 agosto 2026
Nell'articolo trovate il programma completo.
Un viaggio finisce, una passione continua - SienaPost La Mostra di strumenti musicali orientali di Pier Felice Finocchi torna a Gerfalco: un viaggio tra musica, cultura e strumenti provenienti dall'Oriente.
27/07/2026
È online su SienaPost l'ultimo capitolo di Ostinatamente a est.
Otto settimane.
Quasi due mesi di viaggio.
Quindicimila chilometri attraversando Grecia, Turchia, Iraq e Caucaso.
L'ultimo racconto inizia tra le case ottomane di Safranbolu, passa per Istanbul, attraversa il Bosforo e termina sul ponte del traghetto che mi riporta verso casa.
Ma il vero ritorno non è geografico.
È quello che avviene dentro di noi quando, finalmente, il viaggio trova il tempo di raccontarsi.
Ripensando a queste settimane mi sono accorto che i ricordi più vivi non sono i grandi monumenti, le montagne o le frontiere.
Sono i gesti.
Un tè offerto da uno sconosciuto.
Una mano portata sul cuore.
Una famiglia che apre la porta di casa.
Una bambina, Derinsu, "acqua profonda", che con la naturalezza dei suoi anni decide di accorciare la distanza tra due stranieri e il suo mondo.
Forse è questa la vera ricchezza del viaggio lento.
Non attraversare i Paesi.
Lasciarsi attraversare dalle persone.
Con questo racconto si conclude Ostinatamente a est.
Grazie a tutti coloro che mi hanno accompagnato, settimana dopo settimana, lungo questa strada.
Spero che, almeno per qualche pagina, abbiate avuto la sensazione di essere in sella accanto a noi.
Buona lettura.
Ostinatamente a est: Il tempo del ritorno - SienaPost L'ultimo capitolo di Ostinatamente a est: da Safranbolu a Istanbul, fino al traghetto per l'Italia. Il racconto di un ritorno in cui il ricordo più prezioso non sono i luoghi, ma l'ospitalità incontrata lungo la strada.
25/07/2026
Ostinatamente ad est – G52
Il tempo dell'ospitalità
Sono sul traghetto che mi condurrà in Italia.
Non c'è la folla dei tempi migliori. Tutto cambia, forse troppo rapidamente, disorientando chi vorrebbe ancora viaggiare. Le guerre, oppure la nave non è più di moda. Non si vogliono perdere quattro giorni di ferie galleggiando in mare. Non so quale sia il vero motivo.
Per più di trent'anni ho fatto questa tratta. Per me la Grecia era casa. Prima l'intrigante Syros, poi Paros.
Anno dopo anno ritrovavo la tribù di amici che si rifugiava quaggiù in un'indolente estate scandita dal rumore delle cicale.
Sono passati quattro anni dall'ultima transumanza.
Ho spesso pensato che la mia isola d'elezione sarebbe stata anche il luogo del mio buon ritiro.
Mi sono visto vecchio, seduto su uno sgabello a pelare melanzane, come nell'ultima scena di Mediterraneo, al suono del sirtaki.
Poi tutto cambia.
Il turismo cambia le cose. La gente. I contorni divengono sbiaditi e quella naturale accoglienza si fa meno marcata. Sfuma in una capacità di governare il turista, di farlo sentire a casa.
Allora il cibo cambia sapore, la musica cambia tono e tu pensi di poterti adattare a un modo omologato di percepire l'ospitalità.
Forse è proprio quest'aria da cui cerco di sfuggire.
Quanta sorpresa quando il meccanico e il fabbro si sono messi a riparare la moto del Piero immediatamente, senza farci attendere, tra sorrisi, curiosità e parole per noi incomprensibili.
E poi, quando hai messo mano al portafoglio, loro se la sono portata sul cuore.
Quanti çay non ho potuto pagare, offerti da uno sconosciuto incontrato pochi minuti prima.
Il bimbo che coltivava origano ai piedi della piccola chiesa dei Cavalieri ci ha trascinato fino alla sua povera casa.
Era impossibile non seguirlo, per assaporare il tè e lasciare che il tempo scorresse senza fretta, in una dimensione che sembra non appartenerci più.
Cosa dire della bimba dall'inconsueto nome?
Derinsu. Acqua profonda.
Ci ha avvicinato con naturalezza, senza timore dello sconosciuto, con la volontà di accorciare quelle distanze che il sospetto dell'altro, del diverso, troppo spesso costruisce.
Noi eravamo i diversi, quelli di un altro Paese. Eravamo così evidenti che la nostra presenza emergeva tra mille persone. Eppure non venivamo respinti, ma assorbiti dalla gente ogni volta che un incontro o un bisogno ci avvicinava a loro.
Spesso ho detto al Piero che, nonostante i mille viaggi, i tanti incontri, le facce e le lingue ascoltate, l'ospitalità ricevuta in ogni luogo remoto del mondo continua ancora a sorprendermi.
Nel nostro lungo peregrinare ho trovato pochissimi motociclisti. A volte, in interi Paesi, nessuno con cui alzare la mano in segno di saluto.
Al porto, ieri, ho ritrovato un piccolo grumo di vecchi motociclisti.
Anche noi ci stiamo estinguendo.
Nessun giovane. Nessuno che veda più la moto come il mezzo per conquistare la libertà, per aumentare il raggio entro cui una volta si poteva interagire con il mondo.
Salire su un aereo è molto più facile. Ci si sposta in maniera puntiforme e si pungono i luoghi come noiose zanzare, consumandoli e trasformandoli secondo le nostre prepotenti esigenze.
È questo che chiediamo.
Non c'è più tempo da consumare.
Tutto intorno si muove troppo velocemente e io non riesco più ad adeguare la mia vita a questo mondo che, sempre più spesso, stento a capire.
Scusate la pochezza di queste riflessioni, forse un po' malinconiche, da fine di uno splendido viaggio.
Una sola cosa rimane da fare.
Ringraziare il Piero.
Anzi, Pier Felice.
Per la splendida compagnia e per avermi sopportato, ingrugnito e felice.
E come sempre, se tutto è andato bene, allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.
24/07/2026
Ostinatamente ad est – G51
Il tempo che si consuma
Oggi è stata una tappa di rientro. Abbiamo un po' cambiato i nostri piani: domani dovrebbe piovere e abbiamo preferito fare più chilometri possibile sotto il sole.
Pertanto niente visita alla zona archeologica di Pella, dove nacque Alessandro Magno. È la prima volta in quasi due mesi di viaggio che rinunciamo a vedere un luogo.
Ecco che, alla fine, nella vita ritorna sempre il tempo. Il maledetto tempo che si insinua nelle cose e tra i nostri desideri.
Il grande José Mujica diceva:
"Quando compri qualcosa, non la paghi con i soldi. La paghi con il tempo della tua vita che hai dovuto spendere per guadagnare quei soldi. E c'è una differenza: l'unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si consuma."
E ancora:
"Per vivere bisogna avere libertà, e per avere libertà bisogna avere tempo."
È ovvio che oggi c'è un po' di tristezza, ma il viaggio non è ancora del tutto finito e laggiù, in fondo, c'è ancora una curva da esplorare, e poi un'altra, finché ci sarà un alito di vita.
Ieri a Tekirdağ abbiamo mangiato sul molo, in un ristorante sul mare. Era una sorta di friggitoria, con i tavoli così unti che ci potevi condire l'insalata.
All'altezza del mio orecchio avevo il banco del pesce, con sopra una montagna di alici che scintillavano tanto erano fresche, e proprio davanti al naso mi guardava un branzino.
A me piace l'odore del pesce crudo, non mi dà fastidio.
Dico sempre che, quando avrò l'Alzheimer e mi perderò tra i banchi del supermercato, mi piacerebbe sentire un altoparlante che gracchia:
"Attenzione, il bambino Luca si è perso ed è in attesa della sua mamma davanti al banco del pesce."
Rimango sempre colpito dai colori e dai profumi. Ieri è andata un po' così: dovevo scegliere se bere una birra in un ristorante occidentale oppure respirare un po' di vita in uno turco, dove gli alcolici non si vendono.
Ovviamente ho scelto la vita, ma la voglia era forte e ho provato a chiedere:
— Ma mica, per un fortuito caso, avete una bira?
Si pronuncia proprio così, con quella r un po' romana.
Il cameriere ha accennato un sorriso, è sparito lesto e, dopo poco, mi sono visto recapitare sul tavolo una birra vestita da Coca-Cola.
Una sorta di cappuccio di plastica nascondeva la lattina. L'unico sacrificio è stato berla con la cannuccia.
Il locale era un po' così e lo stesso cameriere, nell'appoggiare il vassoio con la montagna di alici fritte, si è accorto che il mio piatto aveva una piccola macchia nera sul bordo. Con naturalezza lo ha preso, l'ha grattata via con l'unghia e, soddisfatto, mi ha riproposto la stessa stoviglia sotto il naso.
Non ho distolto l'attenzione dalle alici, profumate e fumanti. Queste sono quisquilie di scarso rilievo rispetto al contesto.
Sempre ieri, nel tentativo di densificare il tempo, volevamo concederci anche un bagno turco, l'ultimo di questo viaggio.
Avevamo visto che ce n'era uno e non ci siamo lasciati scoraggiare dal quartiere: una strada deserta tra fatiscenti case popolari, vecchie poltrone di stoffa sdrucite lasciate sul marciapiede e i rovi che smangiucchiavano il bordo della strada.
L'hammam era del XVII secolo, bellissimo e da poco ristrutturato. L'inserviente mangiava una çorba in un angolo del bancone. Grassoccio, con un occhio velato dalla cataratta, ti guardava con un'aria poco rassicurante.
Avete presente il brutale Hamidou, capo delle guardie del carcere turco nel film Fuga di mezzanotte? Ecco, entrando mi è tornata in mente proprio quella scena.
Poi, gentilissimo, interrompendo il suo desinare, ci ha chiesto quale trattamento volessimo.
— Massaggio e scrub, ho risposto. Nulla di meno.
Dopo un po', mentre ero sdraiato sul göbek taşı cercando di rilassare il corpo, me lo sono visto riapparire con il peştemal per chiedermi se fossi pronto.
Pronto a cosa? mi sono domandato in silenzio.
Facciamola breve: aveva mani di velluto. Ha rimesso a nuovo la mia povera schiena e, alla fine dello scrub, mi ha cosparso anche di un delicato olio emolliente.
Direi che, nonostante le apparenze, è stato un trattamento fantastico.
Bene, ancora un'ultima cosa da appuntare per la memoria.
Stasera, ormai al calare della luce, mentre cercavo un ristorante nell'abitato di Veria, tra palazzi moderni e quasi nascosta in un avvallamento del terreno, è emersa una piccola chiesa bizantina.
Fu costruita quando la Macedonia era sotto il dominio ottomano e i cristiani dovevano edificare luoghi di culto poco appariscenti.
Ma non è stato l'edificio a impressionarmi, bensì gli affreschi che decoravano il porticato. Il fatto di poterci arrivare a un palmo di distanza.
Nessun vetro, nessuna barriera, nessun custode.
Dopo sette secoli quei santi sono ancora lì, affidati più al rispetto dei visitatori che a sofisticati sistemi di sicurezza.
Naós Anastáseos tou Christoú. La Chiesa della Resurrezione di Cristo.
Se penso a tutte le altre cose che questi luoghi potrebbero ancora donarmi, mi prende quasi lo sconforto. Perché so già che non avrò il tempo di vederle tutte.
Pertanto, seduto al fresco della sera, mi co***lo ritrovando i sapori e le parole che hanno accompagnato la mia vita in Grecia.
Un ouzáki, me fystíkia, un saganaki e un po' di choriátiki.
E come sempre, se tutto è andato bene, allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.
23/07/2026
Ostinatamente ad est – G50
La città dei ritorni
A svegliarmi stamani è stato un messaggio del Piero.
«Non resisto, vado al Bazar. Ci troviamo lì verso le nove.»
Faccio colazione con calma e mi incammino in una città che, rispetto a ieri, appare meno caotica.
Il nostro hotel è vicino al Gülhane Park. Passo davanti a Santa Sofia e attraverso la Prima Collina dell'antica Costantinopoli.
Qui la storia è così densa da far girare la testa.
Il Piero mi aspetta alla porta di Nuruosmaniye. È venuto a cercare vecchi amici. Per lui il Gran Bazar è un salto indietro nel tempo: lo frequentava per lavoro e lo vedo sinceramente emozionato.
Passeggiamo sotto le belle volte di questo immenso labirinto di botteghe, cortili e piccole fontane. Ho visitato molti bazar nel mondo, ma questo è diverso. È pulito, quasi lustro. I negozianti strofinano le antiche pietre con acqua e sapone, come se volessero consumarle a forza di lucidarle.
Anche i rumori sono diversi. Non c'è il chiasso dei mercati orientali, né le urla dei venditori. Le volte assorbono ogni suono e solo un brusio sommesso accompagna i nostri passi.
Entriamo nella parte forse più antica, quella dove un tempo si commerciavano oggetti preziosi e d'antiquariato. Piero mi racconta che le vecchie botteghe dei mercanti afghani sono scomparse. Lo vedo smarrito, come se un pezzo del suo mondo stesse lentamente dissolvendosi nella memoria.
Ci dividiamo. Lui aspetta un vecchio amico. Io voglio raggiungere il Bazar Egiziano.
Se il Gran Bazar era il cuore del commercio di tessuti, gioielli e manufatti, qui arrivavano le merci più preziose provenienti da Oriente: pepe nero dall'India, cannella, chiodi di garofano, zafferano, zenzero, incenso, tè, caffè, erbe medicinali.
Per secoli queste spezie valevano quasi quanto l'oro.
Tutto è disposto con estrema cura. Ritrovo colori, profumi e aromi delle terre attraversate in questo e in altri viaggi. È come se decine di migliaia di chilometri si concentrassero in poche decine di metri.
Una sintesi olfattiva del mio peregrinare.
Ritorno sui miei passi.
È il momento di visitare Santa Sofia.
Mi metto diligentemente in coda e mi sottopongo ai controlli prima dell'ingresso.
Da quando è tornata moschea, ai visitatori è consentito accedere soltanto al gineceo, la galleria che in epoca bizantina era riservata alle donne e alla corte imperiale. Da lì si domina l'enorme navata centrale, ma non ci si può avvicinare alla balaustra: un cordone tiene i visitatori a distanza.
Tracce di splendidi mosaici rimangono solo negli estradossi degli archi.
Lo spazio sotto l'enorme cupola resta comunque grandioso.
L'unico mosaico che oggi si può osservare da vicino è quello della Vergine con il Bambino, sopra uno degli antichi ingressi.
Non interpretate queste parole come una delusione.
Piuttosto come l'impressione di un luogo che sta ancora cercando un nuovo equilibrio. I lavori sono numerosi e spero davvero di poter tornare qui tra qualche anno.
In questo viaggio ho visitato decine di moschee. Mi sono sempre tolto le scarpe, ho evitato gli orari della preghiera, ho rispettato gli spazi dei fedeli.
Non mi ero mai sentito escluso.
Qui, forse per la conformazione dell'edificio, forse per la sua storia antica e recente, la sensazione è stata diversa.
Eppure Santa Sofia continua a raccontare tutte le sue vite: basilica cristiana, cattedrale ortodossa, moschea ottomana, museo e di nuovo moschea. Ogni epoca ha lasciato un segno senza cancellare del tutto la precedente. Serve tempo perché tutto ritrovi un equilibrio.
Mentre mi allontano, le grandi lastre della pavimentazione esterna riflettono il sole e restituiscono un calore quasi accecante.
Quale posto migliore per rifugiarsi se non all'ombra della Cisterna Basilica.
Voluta da Giustiniano, sembra una foresta di colonne. Si cammina sospesi su passerelle mentre, sotto, l'acqua trasparente lascia intravedere il pavimento antico.
Le 336 colonne sono quasi tutte di recupero, provenienti da edifici romani ormai scomparsi.
Poi, in un angolo, compaiono le due celebri teste di Medusa. Una è capovolta, l'altra è appoggiata su un fianco.
Nessuno sa davvero perché.
Forse erano semplicemente i blocchi della misura giusta.
Oppure servivano a pietrificare chi, come me, non si aspettava un incontro così.
Quando riemergo in superficie mi accorgo di aver attraversato un altro pezzo di città.
Ma tutto ha un filo.
A poche centinaia di metri c'è un piccolo pellegrinaggio laico che desideravo fare da molti anni.
Il Pudding Shop.
Negli anni Sessanta e Settanta era uno dei luoghi simbolo della Hippie Trail, la lunga strada verso l'Afghanistan, il Nepal e l'India. Qui si cercavano compagni di viaggio, si vendevano vecchi Volkswagen, si organizzavano passaggi per Teheran o Kabul.
Forse soltanto un vecchio come me continua a cercare luoghi come questo.
Oggi si chiama ancora Lale Restaurant.
La vita ancora scorre tra un gyros che gira, colando grasso, e tavolini consunti, portano addosso il peso degli anni.
Ma in un angolo sopravvive ancora un pezzo della vecchia bacheca.
Alle pareti, fotografie sbiadite di ragazzi sorridenti partiti alla scoperta di un mondo che non esiste più.
Il pellegrinaggio è compiuto.
Non so se ho le gambe molli per i chilometri percorsi o per le emozioni.
È quasi mezzogiorno.
Il sole picchia forte.
Mi aspettano pochi chilometri lungo il mare, una cena a base di pesce e l'ultimo, splendido hammam di questo viaggio.
E come sempre, se tutto è andato bene, allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.
22/07/2026
Ostinatamente ad est – G49
Alla buona fortuna
Ieri ci siamo persi nella città ottomana, oggi facciamo un passo indietro. Ripercorriamo un tratto di strada per visitare Hadrianopolis.
Il sito è ancora in allestimento, come molti altri che abbiamo incontrato in Turchia. Attorno ai siti archeologici c'è un grande fermento: importanti investimenti per rendere le opere più fruibili e meglio protette. Qui le strutture di accoglienza sono praticamente terminate, ma non ancora funzionanti.
Gruppi di archeologi lavorano agli scavi. Con infinita pazienza, sotto il sole, alcuni consolidano i mosaici, altri riportano lentamente alla luce edifici di cui ancora ignoro la funzione. Sotto queste dolci colline giace una città romana ancora in gran parte da scoprire.
Lasciare Safranbolu e ritrovarsi nel mezzo della campagna, in un paesaggio non troppo diverso da quello che doveva essere qui duemila anni fa, mi ha fatto fare un incredibile salto nel tempo.
I mosaici della Chiesa dei Quattro Fiumi del Paradiso sono ancora magnificamente conservati. Piccole ed eleganti tessere compongono figure che, per qualità, possono essere paragonate a quelle di Zeugma, che ho visitato all'inizio di questo viaggio.
Nelle terme è ancora chiarissimo il percorso del bagno romano: dal caldarium, la sala più calda, al tepidarium, dove il corpo si preparava al passaggio, fino al frigidarium, con l'acqua fredda.
Per me, che ho imparato ad adorare l'hammam, è affascinante osservare come, pur cambiando religione, lingua e impero, l'idea del bagno come luogo di benessere e socialità attraversi quasi duemila anni di storia anatolica e sia ancora oggi così viva in ogni città turca.
Il percorso di visita è disseminato di blocchi incisi. Molti sono le basi di statue ormai scomparse. Chissà dove sono finite.
Ma non è la pietra a colpire.
Sono le parole.
Celebrano imperatori romani, ma parlano in greco. È il promemoria più semplice per capire dove mi trovo: nell'Anatolia romana, dove il potere arrivava da Roma ma la lingua della gente era quella di Omero.
E l'incipit di quasi ogni iscrizione è meraviglioso.
Agathē Tychē.
Alla buona fortuna.
Non fa parte della dedica al personaggio celebrato, ma è una formula augurale. Prima ancora di onorare un imperatore si invoca la buona sorte.
Quel "buona fortuna" mi risveglia un ricordo di ieri.
Ad accoglierci alla Casa dei Professori, oltre al "preside-concierge", c'era una giovane ragazza. Capelli scuri, lunghi riccioli, occhi neri penetranti e un sorriso incredibile. Piccola di statura, indossava abiti di qualche misura più grandi della sua minuta figura.
Non parlava inglese, ma forse ne capiva qualche parola. Aveva una risata contagiosa che esplodeva per un nonnulla: la comprensione di una frase, un nostro gesto impacciato.
Sprizzava gioia e mistero.
Per un attimo mi è tornato in mente lo sguardo della Ragazza di Zeugma.
Stamani l'ho rivista mentre rassettava le camere. È scoppiata di nuovo in quella risata che solo la giovane età riesce ad avere.
Le ho augurato buona fortuna.
Chissà cosa le riserverà la vita.
Spero soltanto che non le porti via quel sorriso. Che la lasci essere Menade, Gea o semplicemente sé stessa.
Mentre passeggiamo tra le rovine, al Piero viene voglia di un rientro in Europa in grande stile. Si gira verso di me e lancia l'esca.
«Ma perché invece di fermarci a Düzce non ci spariamo i trecento chilometri che ci separano da Istanbul e attraversiamo uno dei magnifici ponti sul Bosforo?»
Io non solo abbocco.
In**io anche la canna con tutta la lenza.
La giornata è fresca. Mi sistemo sulla moto come una chioccia sulle uova, cercando la posizione più comoda possibile, e partiamo.
Istanbul è sorprendente.
Lo skyline è incredibile.
Il traffico della periferia, già intenso, diventa quasi impossibile avvicinandosi al ponte.
Quasi come nel finale di un film epico avanzo lentamente tra gli stralli, che sembrano dividere una vecchia pellicola proiettata al rallentatore.
Aveva ragione il Piero.
Il nostro rientro in Europa non poteva che essere così.
Attraversando lentamente il Bosforo.
L'idea, però, ci è costata parecchio tempo. Io ci metto anche del mio: decido che voglio dormire vicino a Santa Sofia, nel cuore della città vecchia.
Sono quasi le sette quando parcheggiamo le moto in precario equilibrio in un vicolo.
Ho pantaloni e giacca madidi di sudore.
Ma non mi arrendo.
Doccia e subito di nuovo in strada a respirare l'aria salmastra, ad alzare gli occhi verso minareti e chiese che qui, da secoli, condividono lo stesso cielo.
Per concludere la giornata ci concediamo una cena sotto il ponte di Galata, sull'acqua che il tramonto ha reso scura, tra il rumore dei battelli che sembrano navigare senza una meta apparente.
Bene...
E come sempre, se tutto è andato bene, allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.
21/07/2026
Ostinatamente ad est – G48
Il colore dell'acqua profonda
Anche oggi una tappa consistente, ma che deve lasciarci il tempo per visitare Safranbolu. Amasya è stato un piacevole incontro, pieno di piccole e grandi sorprese. Restiamo più a nord possibile, quasi a voler rimandare l'inevitabile incontro con questa torrida estate.
Navighiamo ancora sull'altopiano. Per sostare scegliamo sempre una piccola casa da tè, con il samovar a legna fumante messo in bella vista sulla strada. Presto non ci saranno più. Un po' come le lokanta, stanno pian piano scomparendo, sostituite da sterili autogrill.
Il tè bevuto nel bicchiere a forma di tulipano contro il pratico bicchierino di cartone ecologico che a me fa ve**re i brividi ogni volta che lo avvicino alla bocca.
Vi ricordate le lavagne di scuola? La polverosa cimosa per cancellare? Beh... a me il cartoncino sa proprio di quello.
Un tè alla cimosa.
Ci avviciniamo alla meta, la strada degrada e l'alito del Mar Nero comincia a farsi sentire. Siamo immersi nei boschi.
Come al solito non abbiamo dubbi: il primo hotel che cerchiamo è la Casa dei Professori. Come si diceva da bambini giocando a nascondino, beffando chi ci doveva cercare: «Tana!».
Hanno posto.
Ci accoglie un gentilissimo signore che ha più l'aria di un preside che di un concierge. Dobbiamo attendere solo un po' perché arrivi l'addetto alla reception, ma non è un problema. Ci offre un tè in veranda mentre sistemiamo le moto.
Il piccolo centro storico, patrimonio UNESCO, è a un paio di chilometri. Ci arriviamo in taxi. La moto ci ha portato fin qui, ma da ora, come sempre, ci muoviamo a piedi o in taxi.
Piccole pietre arrotondate, disposte verticalmente e incastrate solidamente le une alle altre, lastricano le strade. Ti muovi ondeggiando e i piedi non sembrano mai trovare un appiglio davvero sicuro.
Safran significa zafferano e il nome stesso della città conserva il legame con questa coltivazione. Una piccola statua dedicata al prezioso fiore ci accoglie sulla piazza, proprio accanto a una moschea.
La città sembra costruita senza una logica urbanistica. Segue semplicemente l'andamento della terra che la accoglie: le strade piegano, si contorcono, si stringono e poi si riassestano.
Safranbolu non conserva soltanto vecchie case: conserva il modo in cui una città ottomana abitava, commerciava e si organizzava.
Le case della parte alta, storicamente più residenziale, hanno quasi tutte la cumba, il corpo superiore della casa che aggetta sulla strada, sostenuto da mensole di legno. Non è soltanto una licenza estetica, ma una soluzione funzionale: aumentava la superficie delle stanze e regalava ombra alla strada, rendendo più fresco e piacevole il passaggio.
Scendo traballando sulle pietre verso la parte bassa. Il grande caravanserraglio è chiuso per restauro, ma è talmente imponente da far comprendere subito la quantità di merci, animali e persone che questa città doveva essere in grado di accogliere.
La moschea è sempre un luogo di pace, ma non è un luogo asettico, non celebra se stessa. In un angolo, sui soffici tappeti, giocano dei bambini. Non c'è niente di dissacrante. È vita restituita a un antico monumento.
Non so se esista un meccanismo per abbassare il grande lampadario in ferro battuto, dall'enorme circonferenza, ma sta di fatto che qui è sospeso ad appena un paio di metri dal pavimento e lascia intravedere sopra di sé il magnifico soffitto.
La città dei commerci non si smentisce. Non c'è quasi un centimetro di facciata che non sia negozio, vetrina o esposizione di qualsiasi cosa tu possa desiderare.
Siccome i piedi cominciano a farmi male, trovo perfettamente consono fermarmi su una piccola panchina ricoperta da un soffice tappeto, accanto a un gatto che, disteso per tutta la sua lunghezza, non ha alcuna intenzione di cedere neppure un centimetro del proprio giaciglio.
Il tè allo zafferano è obbligatorio.
Giallo acceso, con i pistilli rossi che galleggiano nel bicchiere. L'esercente si raccomanda di non mettere zucchero e di aspettare cinque minuti prima di berlo.
Ci si avvicina una bambina turca. Otto, forse nove anni. Parla un inglese perfetto. È qui con i genitori che, poco distanti da noi, stanno bevendo qualcosa.
È incuriosita da questi due vecchi stranieri un po' trasandati, appoggiati come due sacchi sgonfi sui morbidi cuscini.
Ci chiede di tutto.
Un piccolo terzo grado, poi torna dalla sua famiglia.
Quando stiamo per andarcene corre di nuovo verso il nostro tavolo per dirci che il babbo ha pagato le nostre bevande.
Con un piccolo inchino e la mano sul cuore ringrazio.
Derinsu, dimenticavo. Era il suo nome.
Significa acqua profonda.
E mi sembra una piccola magia: il giallo intenso dello zafferano e il blu profondo dell'acqua racchiusi nell'incontro casuale con una giovane vita ancora tutta da esplorare.
Bene, si è fatta una certa... come direbbe qualcuno.
E siccome qui gli hammam sono come i peccati, ce n'è sempre uno a portata di mano, ne trovo uno antico e bellissimo. Mi lascio scaldare dalle pietre del göbek taşı, una sauna scioglie ogni fatica e poi si va a cena, coccolati dalla brezza profumata di spezie del bazar.
E come sempre, se tutto è andato bene, allora nulla è andato bene.
Stay Wild, Stay Shanti.
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