Ivan Scudieri
Giornalista, autore, conduttore radiofonico e founder del portale www.podcastbook.it 🎙🎧📻
Christian,
oggi compi due anni.
E già scriverlo mi fa uno strano effetto, perché mi sembra ieri che sei arrivato e allo stesso tempo faccio fatica a ricordare com'era la nostra vita prima di te.
Sei arrivato quando io pensavo di sapere già cosa volesse dire essere padre. Avevo già vissuto tante cose, ero certamente più grande, forse anche più consapevole.
Poi sei arrivato tu e hai rimesso tutto in discussione.
In questi due anni sei diventato una presenza enorme nelle nostre giornate. Con le tue risate, i tuoi capricci, le parole che cominciano ad arrivare, le corse per casa, quel modo tutto tuo di cercarci e di farti cercare.
E io ti guardo crescere.
A volte divertito, altre stanco morto, qualche volta preoccupato. Ma soprattutto con quella sensazione strana che hanno i genitori quando si accorgono che il tempo sta andando molto più veloce di quanto vorrebbero.
Perché due anni sono niente.
Eppure in due anni sei cambiato mille volte.
Oggi probabilmente non capirai nulla di questa lettera. Ed è giusto così. A due anni hai cose decisamente più interessanti da fare che leggere quello che scrive tuo padre.
Magari però un giorno la ritroverai.
E allora vorrei che sapessi semplicemente com'eri nei miei occhi oggi.
Eri il mio bambino di due anni.
Quello che mi fa ridere quando magari non ne avrei voglia. Quello che riesce a farmi perdere la pazienza e un minuto dopo a farmi dimenticare perché l'avevo persa. Quello che ogni giorno scopre qualcosa che per noi adulti è normale e che, guardata attraverso i tuoi occhi, normale non sembra più.
Non so che ragazzo sarai e non so che uomo diventerai.
E va bene così.
Avremo tutto il tempo per scoprirlo insieme.
Oggi non ho grandi insegnamenti da lasciarti e nemmeno consigli da darti.
Oggi voglio soltanto guardarti spegnere due candeline.
E provare a ricordarmi tutto.
La tua faccia.
La tua voce.
Le tue mani ancora piccole.
Il modo in cui mi cerchi.
Il modo in cui dici papà.
Perché so già che arriverà un giorno in cui darei qualsiasi cosa per poter tornare, anche soltanto per cinque minuti, a questo Christian qui.
Quello di due anni.
Buon compleanno, amore mio.
Papà
Ogni tanto apro Facebook, leggo un post e mi viene un dubbio.
Ma questa persona pensa davvero quello che ha scritto oppure ha semplicemente capito che, scrivendo una cosa del genere, farà un sacco di visualizzazioni?
Perché ormai il meccanismo lo conosciamo.
Scrivi qualcosa di assurdo, provocatorio, magari persino indifendibile e aspetti.
Qualcuno applaude, qualcuno si indigna, qualcuno insulta. Poi arriva quello che insulta chi ha insultato, si formano le fazioni e nel giro di qualche ora quel post è arrivato ovunque.
E magari era proprio quello l'obiettivo.
Non so se sia peggio chi certe cose le pensa davvero o chi non le pensa affatto ma le scrive perché sa che funzionano.
So però che mi inquieta il prezzo che siamo disposti a pagare pur di essere visti.
Perché alla fine diamo sempre la colpa agli algoritmi, ma gli algoritmi fanno il loro mestiere. Siamo noi che abbiamo imparato fin troppo bene come alimentarli.
Poi, a voler trovare un lato positivo, uno c'è.
Certi post mi permettono di leggere nomi e cognomi di persone che, nella vita reale, preferirei non incontrare mai.
Stamattina sono andato fuori di testa.
E avevo anche le mie ragioni.
Da mesi, vicino casa mia, c'è un cantiere.
Io parcheggio abitualmente la macchina sulla strada pubblica e, quando devono far arrivare un camion, succede una cosa abbastanza singolare: vengono a bussarmi a casa alle otto del mattino per chiedermi di spostarla.
Nessun avviso il giorno prima.
Nessuna segnaletica.
Semplicemente bussano.
La prima volta l'ho spostata.
La seconda pure.
La terza anche.
Poi ho cominciato a far presente che forse non poteva funzionare così.
Stamattina è successo di nuovo.
E mi sono incazzato.
Ho detto che mi avevano rotto le scatole e che la macchina non l'avrei spostata.
Poi sono rientrato in casa.
E dopo qualche minuto ho pensato agli operai.
Loro dovevano lavorare.
Lasciare la macchina lì avrebbe significato impedire a loro di fare il proprio lavoro per un problema che, probabilmente, non dipendeva nemmeno da loro.
Così sono sceso e l'ho spostata.
Avrebbe potuto finire lì.
Invece il responsabile del cantiere ha cominciato a inveire contro di me.
Urla.
Offese.
Si è avvicinato con un atteggiamento che ho percepito come intimidatorio.
A quel punto ho chiamato le forze dell'ordine.
La tensione è salita ancora.
Poi è successa una cosa.
L'ho guardato.
Era ancora arrabbiato, ma mi è sembrato anche preoccupato.
E mi sono chiesto:
come voglio che finisca questa storia?
Potevo continuare.
Potevo continuare a discutere su chi avesse ragione, sulle regole, sul cantiere, sulla strada.
Oppure potevo provare a chiuderla.
Mi sono avvicinato e gli ho detto:
«Vogliamo risolverla pacificamente? A me basta una scusa. È l'unica parola che non ho sentito.»
Il tono è cambiato.
Mi ha spiegato che anche lui era esasperato perché gli operai, dopo quello che era successo, volevano andare via.
Ci siamo parlati.
E la questione si è chiusa.
Non racconto questa storia perché penso di averla gestita perfettamente.
Anzi.
All'inizio ho perso la pazienza.
Avrei potuto usare parole diverse e probabilmente avrei fatto meglio.
Ma mi porto dietro una riflessione.
La maturità non è non in******si mai.
Siamo esseri umani.
La maturità è riuscire, anche quando sei convinto di avere ragione, a recuperare abbastanza lucidità da chiederti cosa vuoi ottenere.
Perché nei conflitti arriva un momento in cui continuare ad avere ragione costa più che trovare una soluzione.
Vale su un marciapiede.
Vale in famiglia.
Vale nelle relazioni.
E vale tremendamente nel lavoro.
Stamattina non avevo bisogno di vincere.
Avevo bisogno che venisse riconosciuto un limite.
Mi bastava una parola.
Scusa.
A volte è una delle parole più difficili da pronunciare.
E una delle più semplici per chiudere un cerchio.
Sto scrivendo un libro.
E più vado avanti, più mi accorgo che quando racconti la tua vita, inevitabilmente racconti anche piccoli pezzi della vita degli altri.
Persone che sono passate, che sono rimaste, che mi hanno dato molto e persone alle quali, probabilmente, ho dato qualcosa anch'io.
Ma anche persone che mi hanno ferito, deluso, fatto arrabbiare.
E persone che, magari senza nemmeno saperlo, hanno cambiato la direzione di qualche pezzo della mia strada.
Non voglio scrivere un libro per regolare conti.
Non mi interessa.
Ma non voglio neppure raccontare una vita ripulita, accomodante, dove con il senno di poi diventiamo tutti più bravi, più buoni e più coerenti di quanto siamo stati davvero.
Vorrei raccontarla per quella che è stata.
Con le cose belle, gli errori, le contraddizioni, le cadute, le ripartenze.
E inevitabilmente con le persone.
Per questo, prima che quelle pagine diventino definitive, scriverò privatamente ad alcune di loro.
Non per chiedere un'autorizzazione a raccontare la mia storia.
Ma per una forma di rispetto.
Perché credo sia giusto che una persona sappia da me, e non scopra un giorno sfogliando un libro, che in quelle pagine c'è anche un pezzo di strada percorso insieme.
A qualcuno scriverò semplicemente grazie.
Con qualcun altro probabilmente chiuderò un cerchio rimasto aperto per anni.
E qualcuno scoprirà forse di aver avuto nella mia vita un'importanza maggiore di quella che immaginava.
Non so ancora cosa produrranno quelle lettere.
Forse risposte, silenzi o forse nuovi confronti.
Ma non è questo il punto.
A quasi cinquant'anni sto imparando che raccontare la propria storia significa anche assumersi la responsabilità delle parole con cui decidiamo di raccontare gli altri.
E se quelle parole sono abbastanza importanti da finire in un libro, credo debbano essere abbastanza importanti da avere il coraggio di pronunciarle prima guardando, almeno metaforicamente, quelle persone negli occhi.
Non tutto ciò che è sbagliato pesa allo stesso modo.
In questi giorni ho visto circolare sui social il video di una coppia che, dopo aver cenato in un ristorante, si sarebbe allontanata senza pagare.
Prima lei, poi lui, con una discrezione che, almeno dalle immagini, sembrava tutt'altro che casuale.
Il ristoratore, evidentemente esasperato, ha pubblicato le immagini della videosorveglianza mostrando anche i volti.
E lì si è aperto un altro processo.
Quello dei social.
“Non poteva pubblicare le immagini.”
“Ha violato la privacy.”
“Ha commesso un illecito.”
Ed è qui che qualcosa non mi torna.
Non perché ritenga giusto mettere alla gogna le persone e nemmeno perché la rabbia possa autorizzarci a fare qualsiasi cosa.
Le regole valgono anche quando abbiamo ragione.
Ma abbiamo ancora la capacità di distinguere?
Perché due comportamenti possono essere entrambi sbagliati senza essere necessariamente equivalenti.
Da una parte c'è chi entra in un ristorante, consuma e decide di andare via senza pagare.
Dall'altra c'è qualcuno che ha subito un danno e che, sentendosi probabilmente impotente, reagisce nel modo sbagliato pubblicando quelle immagini.
Il secondo comportamento può essere contestato.
Ma io faccio fatica a metterlo sullo stesso piano del primo.
Perché il contesto conta.
Le intenzioni contano.
E conta anche capire chi ha generato quella situazione e chi vi ha reagito.
Comprendere una reazione non significa giustificarla.
È una distinzione che mi sembra stiamo perdendo sempre più spesso.
Siamo diventati bravissimi a individuare la regola violata.
Molto meno bravi a leggere quello che è successo prima.
La legge deve stabilire responsabilità e conseguenze.
Noi, però, quando giudichiamo le persone, forse dovremmo recuperare una cosa antica e semplicissima:
il senso della misura.
RIDER. Chi continua a pedalare.
Ci sono lavori che nessuno sogna da bambino. Eppure qualcuno li sceglie. O, più semplicemente, li fa perché ha bisogno di farli. Li vediamo sfrecciare in bici o in scooter, con quaranta gradi all'ombra o sotto la pioggia. Arrivano davanti alle nostre porte con un sorriso, ci consegnano una cena e ripartono.
Pochi secondi del nostro tempo, ore del loro.
Tra loro ci sono ragazzi poco più che maggiorenni che, mentre molti coetanei inseguono scorciatoie, hanno deciso di guadagnarsi i primi soldi pedalando. Non importa il motivo. Importa che lo abbiano scelto di fare. E poi ci sono uomini e donne che hanno superato, talvolta anche di molto, i quarant'anni. Persone che magari avevano un lavoro diverso, una storia professionale alle spalle, e che a un certo punto si sono trovate a dover ricominciare. Senza vergogna.
Senza sentirsi "troppo grandi" per consegnare una pizza o un panino e c'è una cosa che accomuna tutti loro: non hanno smesso di provarci.
Viviamo in un tempo in cui si parla molto di diritti, aspirazioni e realizzazione personale. Molto meno di fatica, sacrificio e dignità del lavoro. Eppure la dignità non sta nel mestiere che fai, ma nel modo in cui scegli di affrontarlo.
Non credo che fare il rider debba diventare l'obiettivo di una vita. Credo però che non ci sia mai nulla di piccolo o di umiliante nel lavorare onestamente per costruirsi un futuro o per tenere in piedi il presente.
Ogni volta che ne incrocio uno, non vedo una consegna. Vedo una persona che, nel suo piccolo, sta dicendo al mondo: "oggi non mi sono arreso".
E questo, per me, merita rispetto.
31/07/2026
Siamo spesso così concentrati sul lavoro che rischiamo di perderci il resto.
Corriamo dietro agli obiettivi, ai numeri, alle riunioni, alle telefonate, ai problemi da risolvere e ci convinciamo che sia tutto necessario.
E probabilmente lo è.
Lavoriamo per costruire qualcosa, per realizzarci, per garantire un futuro alle nostre famiglie e per assumerci le responsabilità che abbiamo scelto.
Il problema è che il lavoro non finisce mai.
C'è sempre una mail a cui rispondere, una telefonata da fare, un problema che sembra non poter aspettare.
Ieri però mi sono ritagliato del tempo per andare al cinema con Emanuela a vedere Spider-Man.
Una cosa normalissima.
Eppure mentre ero seduto accanto a mia figlia mi sono reso conto di quanto fosse importante quel tempo.
Abbiamo riso, commentato il film, scherzato e soprattutto abbiamo ritrovato e coltivato quella complicità che crescendo cambia e che forse proprio per questo ha bisogno di ancora più attenzione.
E mi sono fatto una domanda.
Siamo molto preoccupati di non far mancare nulla ai nostri figli, ma siamo altrettanto attenti a non fargli mancare noi?
Perché possiamo lavorare per dare loro opportunità, sicurezza e magari qualcosa in più di quello che abbiamo avuto noi.
Ma ci sono cose che non possiamo delegare.
La presenza, l'ascolto, il confronto, qualche no quando serve e soprattutto l'esempio.
Parliamo tanto di leadership, gestione delle persone e capacità di ascolto.
Poi torniamo a casa e magari siamo ancora con la testa dentro una mail, un numero che non torna o qualcosa da sistemare per il giorno dopo.
Succede anche a me.
Per questo ieri quel cinema mi ha fatto bene.
Mi ha ricordato che possiamo essere responsabili nel lavoro senza permettere al lavoro di prendersi tutto.
Anche perché alla fine lavoriamo per costruire una vita.
E dovremmo stare attenti a non perdercela mentre siamo troppo impegnati a costruirla.
Ho letto della rissa di Grumo Nevano.
Un uomo anziano a terra.
Un ragazzo di 18 anni che lo colpisce con un calcio al volto. Poi leggo i commenti e forse sono quelli a farmi riflettere ancora di più. Ragazzi che giustificano, che prendono posizione, che sembrano avere dentro una rabbia enorme, pronta a esplodere per niente.
E allora mi faccio una domanda.
Da dove arriva tutta questa rabbia?
Perché parliamo spesso di ragazzi che, almeno materialmente, hanno molto più di quanto avessimo noi alla loro età.
Smartphone, vestiti, vacanze, tecnologia, possibilità. Genitori disposti spesso a fare sacrifici enormi pur di non far mancare nulla.
Eppure forse, qualche volta, manca proprio quello che non si può comprare.
La presenza.
Quella vera.
Un padre o una madre accanto, il tempo per parlare e soprattutto il tempo per ascoltare.
Ascoltare davvero, non soltanto chiedere:
“Com'è andata oggi?”
Ascolto attivo significa accorgersi anche di quello che un figlio non dice.
Oggi, per esempio, mi sono ritagliato del tempo per andare al cinema con Emanuela.
Abbiamo guardato Spider-Man insieme.
Niente di straordinario, apparentemente, un padre, una figlia, un film.
Eppure per me è stata un'emozione bellissima.
Perché in quelle ore abbiamo ritrovato e coltivato la nostra complicità.
E mi sono ricordato che qualche volta esserci non significa fare grandi cose. Significa semplicemente esserci.
Poi servono riferimenti.
Servono esempi.
Perché possiamo spiegare ai nostri figli cento volte cosa sia il rispetto, ma se non ci vedono rispettare gli altri, quelle cento lezioni valgono poco.
Possiamo regalargli tutto.
Ma educare è un'altra cosa.
È esserci, mettere limiti, dire qualche no, ascoltare e, soprattutto, dare l'esempio, accettando che qualche volta ci 'odino' per cinque minuti, perché abbiamo fatto i genitori e non gli amici.
Non conosco la storia di quel ragazzo e non voglio improvvisare giudizi o cercare responsabilità familiari che non posso conoscere.
Ma questa vicenda una domanda me la lascia.
Mentre continuiamo a preoccuparci di dare ai nostri figli tutto ciò che noi non abbiamo avuto, quanto tempo ci rimane per dare loro noi stessi?
Perché senza riferimenti, senza ascolto e senza presenza è più facile perdersi. E davanti a un uomo a terra, la parte dalla quale stare dovrebbe essere una sola.
RIDER. Chi continua a pedalare.
Ci sono lavori che nessuno sogna da bambino. Eppure qualcuno li sceglie. O, più semplicemente, li fa perché ha bisogno di farli. Li vediamo sfrecciare in bici o in scooter, con quaranta gradi all'ombra o sotto la pioggia. Arrivano davanti alle nostre porte con un sorriso, ci consegnano una cena e ripartono.
Pochi secondi del nostro tempo, ore del loro.
Tra loro ci sono ragazzi poco più che maggiorenni che, mentre molti coetanei inseguono scorciatoie, hanno deciso di guadagnarsi i primi soldi pedalando. Non importa il motivo. Importa che lo abbiano scelto di fare. E poi ci sono uomini e donne che hanno superato, talvolta anche di molto, i quarant'anni. Persone che magari avevano un lavoro diverso, una storia professionale alle spalle, e che a un certo punto si sono trovate a dover ricominciare.
Senza vergogna.
Senza sentirsi "troppo grandi" per consegnare una pizza o un panino e c'è una cosa che accomuna tutti loro: non hanno smesso di provarci.
Viviamo in un tempo in cui si parla molto di diritti, aspirazioni e realizzazione personale. Molto meno di fatica, sacrificio e dignità del lavoro. Eppure la dignità non sta nel mestiere che fai, ma nel modo in cui scegli di affrontarlo.
Non credo che fare il rider debba diventare l'obiettivo di una vita. Credo però che non ci sia mai nulla di piccolo o di umiliante nel lavorare onestamente per costruirsi un futuro o per tenere in piedi il presente.
Ogni volta che ne incrocio uno, non vedo una consegna. Vedo una persona che, nel suo piccolo, sta dicendo al mondo: "oggi non mi sono arreso".
E questo, per me, merita rispetto.
Ci affezioniamo ai ruoli. Succede a tutti.
Al microfono di una radio, dietro la scrivania di un manager, alla guida di un'azienda, in un negozio o in uno stadio. Dopo tanti anni finiamo quasi per confondere ciò che facciamo con ciò che siamo.
È un errore che ho cercato di non commettere mai.
Ho sempre pensato che i ruoli ci vengano prestati, non regalati. Li occupiamo per un periodo della nostra vita, facciamo del nostro meglio per onorarli e, quando quel periodo finisce, abbiamo il dovere di accettarlo con la stessa eleganza con cui li abbiamo ricoperti.
Questo non significa non soffrire. Significa avere rispetto del percorso fatto e la consapevolezza che il nostro valore professionale non può dipendere dal fatto che qualcuno continui o meno a sceglierci.
Il passaggio del testimone fa parte della vita professionale di ciascuno di noi. A volte siamo noi a riceverlo, altre volte siamo noi a consegnarlo.
E forse la vera maturità professionale sta proprio qui: capire che non siamo il ruolo che ricopriamo. Siamo ciò che siamo in grado di costruire anche dopo averlo lasciato.
Un professionista non smette di esserlo quando si spegne un microfono, quando si chiude una porta o quando termina un incarico. Se è davvero bravo, troverà sempre un altro posto in cui dimostrare il proprio valore.
I ruoli finiscono. La professionalità, se è autentica, no.
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