Libreria Antiquaria Britannico di Brescia

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Photos from Libreria Antiquaria Britannico di Brescia's post 31/05/2018

André Breton oltre ad essere una delle figure più interessanti del XX secolo francese è anche uno dei fautori del manifesto del Surrealismo che ebbe un effetto simile al manifesto Dada (al quale aderì per un periodo per poi distaccarsi) e Futurista degli anni precedenti.
La sua cariera come scrittore vide la luce per la rivista Vers l'idéal del collegio Chaptal di Parigi firmandosi con lo pseudonimo di René Dobrant; ancora studente, lo troviamo nel 1912 a svilupperà un profondo interesse sopratutto verso Baudelaire, Mallarmé, Huysmans e Rimbaud, poeti di una generazione da poco passata ma che hanno lasciato e lasciano tuttora un segno preciso nell’anima di chi vi si accosta.
Negli anni successivi si avvicinerà a vari movimenti artistico-letterari aderendo per un periodo al Dada e poi scostandosene dopo alcuni anni per creare nel 1924 il Manifesto Surrealista che raccolse alcuni degli autori francesi più interessanti di inizio secolo: Aragon, René Crevel, Robert Desnos, Paul Éluard, Pierre Naville, Benjamin Péret, Soupault e Roger Vitrac. Nello dicembre dello stesso anno nacque La Révolution surréaliste, a cui contribuiranno, oltre ai fondatori, Antonin Artaud, Michel Leiris, Joan Miró, René Magritte, Raymond Queneau.
Il Manifesto verrà inserito come prefazione ad un testo di Breton dal titolo Poisson Soluble, una raccolta di prose, nella quale si analizza l’uomo comune descrivendolo come anonimo ed intristito, rivendicandone un destino di repressione dei simboli di libertà individuale: l’immaginazione, il sogno, l’infanzia. Secondo Breton e i surrealisti, il destino buio contro cui l’uomo combatte e contro cui voleva lottare l’arte surrealista era dovuto dall’oppressione della logica e della coscienza. La funzione della ragione è dunque quella di reprimere l’identità individuale e gli istinti che vorrebbero essere soddisfatti nel piacere.
Oltre all’ attività giornalistica per le riviste La Révolution surréaliste e "Nouvelle R***e Française", per Gaston Gallimard, scriverà alcune opere di magnifica fantasia surrealista, come:

Nadja racconta dell'incontro tra lo scrittore e Léona Delcourt, che si fa chiamare Nadja, avvenuto la prima volta il 4 ottobre 1926 a Parigi e comprende fotografie e disegni, tra le quali, immagini della città, programmi di teatro, opere e disegni, suddiviso in tre parti suddivisi in tre domande: chi sono io? Chi vive? E la conclusione che "la bellezza sarà CONVULSA o non sarà"

Antologia dello humour nero è una raccolta di racconti "neri" scelti da autori classici dello scrittore e teorico del movimento surrealista André Breton.L'Antologia, che segnò un'epoca in cui la poesia, l'arte, il meraviglioso, diventano i fondamenti dell'esperienza umana, venne pubblicata per la prima volta nel 1939 ed ebbe numerose ristampe.

L'Amour fou che funge da seguito a Nadja la quale si chiudeva appellandosi alla bellezza convulsiva, qui Breton scrive che "la bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosivo-fissa, magico-circostanziale o non sarà".

Negli anni più vivaci del surrealismo cioè prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, si uniranno al movimento Salvador Dalì e Luis Buñuel che insieme realizzeranno Un chien andalou il film surrealista per definizione.
Brenton Morirà nel 1966 e il movimento da lui creato avrà fine ufficialmente nel 1969 ma l’ eco di ciò che crearono influenza centinaia di artisti e appassionati che cercano di vedere il mondo in modo diverso da quello standardizzato e monotono oggi proposto cercando di ricordarci sempre che l’immaginazione è alla base di ciò che l’uomo è ed essa non deve essere limitata da morale e ragione.

Di seguito riportiamo varie prime edizioni di Breton disponibili presso di noi in prima edizione italiana e alcune edizioni francesi. Concludo l’articolo con un frammento derivante dal Manifesto del surrealismo:
"La sola parola libertà è tutto ciò che ancora mi esalta. La credo atta ad alimentare, indefinitamente, l'antico fanatismo umano. Risponde senza dubbio alla mia sola aspirazione legittima. Tra le tante disgrazie di cui siamo eredi, bisogna riconoscere che ci è lasciata la MASSIMA LIBERTA' dello spirito. Sta a noi non farne cattivo uso. Ridurre l'immaginazione in schiavitù, fosse anche a costo di ciò che viene chiamato sommariamente felicità, è sottrarsi a quel tanto di giustzia suprema che possiamo trovare in fondo a noi stessi. La sola immaginazione mi rende conto di ciò che PUO' ESSERE, e questo basta a togliere un poco il terribile interdetto; basta, anche, perchè io mi abbandoni ad essa senza paura di essere tratto in inganno (come se fosse possibile un inganno maggiore). Dove comincia a diventare nociva e dove si ferma la sicurezza dello spirito? Per lo spirito, la possibiltà di errare non è piuttosto la contingenza del bene?

Resta la follia, la follia "da rinchiudere", come è stato detto giustamente. Questa o l'altra...Ognuno sa infatti che i pazzi devono il loro internamento ad un certo numero di azioni legalmente reprensibili, e che, in mancanza di queste azioni, la loro libertà (quello che si può vedere della loro libertà) non può essere messa in causa. Che essi siano, in qualche misura, vittime della loro immaginazione, sono pronto a concederlo, nel senso che essa li spinge all'inosservanza di certe regole, fuori delle quali il genere si sente leso, come ogni uomo sa a proprie spese. Ma il profondo distacco che dimostrano nei confronti della nostra critica e persino dei diversi castighi che vengono loro inflitti, lascia supporre che attingano un grande conforto dall'immaginazione, che apprezzino abbastanza il loro delirio per sopportare che sia valido soltanto per loro. E, in effeti, le allucinazioni, le illusioni, eccetera, sono una fonte non trascurabile di godimenti.........

Viviamo ancora sotto il regno della logica: questo, naturalmente, è il punto cui volevo arrivare. ma ai giorni nostri, i procedimenti logici non si applicano più se non alla soluzione di problemi di interesse secondario. Il razionalismo assoluto che rimane di moda ci permette di considerare soltanto fatti strettamente connessi alla nostra esperienza. I fini logici, invece, ci sfuggono. Inutile aggiungere che l'esperienza stessa si è vista assegnare dei limiti. Gira dentro una gabbia dalla quale è sempre più difficile farla uscire. Anch'essa poggia sull'utile immediato, ed è sorvegliata dal buon senso. In nome della civiltà, sotto pretesto di progresso, si è arrivati a bandire dallo spirito tutto ciò che, a torto o a ragione, può essere tacciato di superstizione, di chimera; a proscrivere qualsiasi modo di ricerca della verità che non sia conforme all'uso. Si direbbe che si debba a un caso fortuito se di recente è stata riportata alla luce una parte del mondo intellettuale, a mio parere di gran lunga la più importante, di cui si ostentava di non tenere più conto. Bisogna rendere grazie alle scoperte di Freud. In forza di queste scoperte, si delinea finalmente una corrente d'opinione grazie alla quale l'esploratore umano potrà spingere più avanti le proprie investigazioni, sentendosi ormai autorizzato a non considerare soltanto le realtà sommarie. L'immaginazione è forse sul punto di riconquistare i propri diritti..........

L'uomo propone e dispone. Sta soltanto in lui appartenersi interamente, cioè mantenere allo stato anarchico la banda di giorno in giorno più temibile dei suoi desideri. La poesia glielo insegna. Essa porta in se il compenso perfetto delle miserie che sopportiamo. Può essere anche un'ordinatrice se soltanto, sotto il colpo di una delusione meno intima, ci lasciamo andare a prenderla sul tragico. Venga un tempo in cui essa decreti la fine del denaro e spezzi da sola il pane del cielo per la terra! Ci saranno ancora delle assemblee sulle pubbliche piazze, e dei MOVIMENTI cui non avete sperato di prendere parte. Addio selezioni assurde, sogni d'abisso, rivalità, lunghe pazienze, fuga delle stagioni, ordine artificiale delle idee, rampa del pericolo, tempo per tutto! Che ci si dia soltanto la pena di PRATICARE la poesia. Non sta a noi, che già ne viviamo, cercare di far prevalere quel che ci sembra di essere riusciti a scoprire fin qui!...........

Soupault ed io designammo col nome di SURREALISMO il nuovo modo di espressione pura che avevamo a nostra disposizione, e che eravamo impazienti di trasmettere ai nostri amici. Credo che oggi non sia più necessario tornare su questa parola...........
Bisognerebbe essere in mala fede per contestare il diritto che abbiamo di usare la parola SURREALISMO nel senso particolararissimo in cui l'intendiamo perchè è chiaro che prima di noi questa parola non aveva avuto fortuna. La definisco dunque una volta per tutte.

SURREALISMO, n. m. Automatismo tipico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmete, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale.

Andrea

Photos from Libreria Antiquaria Britannico di Brescia's post 09/05/2018

Nel mese di maggio il primo degli articoli sarà riferito alla figura di Guido Gozzano, massimo esponente della corrente crepuscolare in Italia, che verrà identificata grazie ad un articolo di G. Antonio Borghese che definirà questa recente prduzione poetica come “mite crepuscolo” contrapponendola alle opere di Pascoli, D’Annunzio e Carducci.
La lirica dei crepuscolari si discosta dalla poetica mitizzante e superomistica, ricercando invece la stanca condizione umana e la chiusura nei propri silenzi personali, risultando quindi una lirica più colloquiale, con tono dimesso e umile va a rappresentare una realtà prosaica e velata di tristezza malinconica.
Inizialmente Gozzano parteciperà ad alcune riviste letterarie e giornali di Torino pubblicando le prime tracce di quella che sarà la sua visione della poesia sulla rivista “Il venerdì della Contessa”nel 1903:

Non turbare il silenzio. Tutto tace / verso la donna rivestita a lutto: / la campagna, lo stagno, il cielo, tutto/ illude la dolente … o pace! o pace! //Oh pace, pace!poichè nulla spera/ oramai la donna declinante / …./ non ritorna per lei la primavera // Oh antiche primavere! Oh I suoi vent’anni / ohime persempre dileguati. Quanto, /Oh quanto ella a sofferto e come ha pianto! /….. // Nulla più spera oramai ...
(ripreso poi per la composizione delle primavere romantiche)

Successivamente collaborò con varie riviste e quotidiani nazionali e frequentò la Società della Cultura di Torino, dove nel 1906 conobbe Amalia Guglielminetti, con la quale ebbe una travagliata relazione di cui rimane traccia nella raccolta di lettere pubbliate postume nel 1951 ad opera di Asciamprener per Garzanti. Nello stesso periodo realizzerà vari componimenti che verranno poi pubblicati nel 1907, con il titolo “La via del rifugio “ edita da Treves, che risquoterà un immediato successo in tutta Italia sia dal pubblico che dalla critica. Nello stesso anno gli viene diagnosticata la tubercolosi che lo costringerà con alterne speranze e peggioramenti, a trascorere negli anni successivi lunghi periodi tra la Riviera ligure e la montagna piemontese, preparando la seconda raccolta, “I colloqui” pubblicata nel 1911, che ripeté il successo della precedentte. La raccolta è ripartita in tre sezioni: Il giovenile errore, Alle soglie e Il reduce; l’autobiografismo che trapela nella lettura ne impone una sorta di cronologia di lettura delle poesie che necessariamente deve seguire l’ordine stabilito dallo stesso autore con questa ripartizione.
Con l’ aggravarsi della malattia nel 1912 decise di partire per l’ India, di questo suo viaggio vennero pubblicate sulla Stampa alcuni resoconti che poi Treves pubblicò nel volume “Verso la cuna del mondo” edito postumo nel 1917, mentre la serie di poesie erotiche scritte durante il viaggio vennero distrutte da Gozzano stesso.
Dal resoconto di quelle terre lontane nasce la più alta prosa di Gozzano, pur rimanendo nel suo mondo poetico, anche di fronte alle immagini suggestive di orizzonti sconosciuti e non abituali, rimane sempre collocato all'interno dei propri determinati e sicuri confini. Gozzano, descrivendo la sua esperienza di viaggio, affronta anche il tema dell'"altro viaggio", quello della morte di cui fa accenni ripetuti in alcuni momenti del viaggio come quando è testimone dei funerali in India, o quando attraversa la costa via mare da Goa a Celyon.
Nel 1914 pubblicò alcune parti frammentarie del poemetto Farfalle. Epistole entomologiche, che rimase incompiuto, e raccolse in volume I tre talismani, sei fiabe scritte per il "Corriere dei piccoli". Dopo la morte vennero edite La principessa si sposa (1917); L'altare del passato (1918); L'ultima traccia (1919).

Il 9 agosto 1916 appena trentatreenne, si spense a Torino; ma della sua opera permarranno come carattere fondante un’ ironia sottile e disacrante espressa con una precisa scelta di contenuti, stile e lessico rendendolo uno dei grandi poeti del primo novecento. Per chi si interessasse alle edizioni pubblicate oltre alle edizioni Treves sono da menzionare: come saggistica vi rimando al testo di Sanguinetti gozzano indagini e letture e di Patrizia Menichi guida a Gozzano, mentre per le raccolte l’edizione casini del 1961 oppure l’edizione di tutte le poesie a cura di Eugenio Montale 1960, e 1964 che ne delinea la figura in un magnifico saggio introduttivo.
Di seguito alleghiamo le fotografia dei testi disponibili a nostra disposizione. Desidero chiudere l’articolo con la poesia Domani una tra le più belle pubblicate da Gozzano:

I.
Il corruscante cielo d'Oriente
a gran distesa lodano gli uccelli,
Aurora arrossa i bianchi capitelli
sul tempietto di Leda, intensamente.

Tolgon commiato tra le faci spente
gli ospiti stanchi. Un servo aduna i belli
fiori che inghirlandano i capelli
e li gitta allo stagno, indifferente.

Le rose aulenti nella notte insonne,
le rose agonizzanti, morte ai baci
nelle capellature delle donne,

scendon piano con l'alighe tenaci,
in su la melma livida e profonda,
con le viscide larve dei batraci.

II.

Pace alle rose in fondo dello stagno,
in loro fredda orrenda sepoltura;
pur anche la sua gran capellatura
dischioma l'olmo il pioppo ed il castagno.

Il cigno guata, mutolo e grifagno,
lo stagno ricolmarsi di frondura.
Silla, sognamo. Tutto ci assicura
l'ultima pace e l'ultimo guadagno.

Guarda, fratello: innumeri le foglie
attorte e rosse e gialle, senza strazio,
distaccansi dal ramo, lentamente;

la Madre antica in sé tutte le accoglie.
Sognamo, Silla, memori d'Orazio,
quel sogno confortante che non mente.

III.

Perché morire? La città risplende
in Novembre di faci lusinghiere;
e molli chiome avrem per origliere,
bendati gli occhi dalle dolci bende.

Dopo la tregua è dolce risapere
coppe obliate e trepide vicende -
bendati gli occhi dalle dolci bende -
novellamente intessere al Piacere.

Ma pur cantando il canti di Mimnerno
sento che morta è l'Ellade serena
in questo giorno triste ed autunnale.

L'anima trema sull'enigma eterno;
fratello, soffro la tua stessa pena:
attendo un'Alba e non so dirti quale.

Che giovò dunque il gesto di chi disse:
«Il gran Pan non è morto! Ecco la via
dell'allegrezze nove. Ovunque sia
dato l'annunzio del novello Ulisse!

Il flavo Galileo che ci afflisse
di tenebrore e di malinconia
e quella scialba vergine Maria
e quella croce diamo alle favisse!»?

Nulla giovò. L'impavide biasteme
non rianimeran lo spento sguardo
dei numi elleni sugli antichi marmi.

«Lor giuventude vive sol nei carmi.»
Secondo la parola del Vegliardo
il fato ineluttabile li preme.

Andrea

Photos from Libreria Antiquaria Britannico di Brescia's post 30/04/2018

Nel secondo articolo che chiude il mese di Aprile tratteremo tutto ciò che portò Carlo Lorenzini in arte Collodi, paese di origine della madre Angiolina (Maria Angela) Orzali, figlia maggiore del fattore dei Conti Garzoni; sposatasi con Domenico Lorenzini, cuoco dei conti Ginori da cui nel 1826 nacque Carlo.
Inizialmente si dedica con grande impegno all’attività giornalistica prima come fervente oppositore politico nella Toscana del Granduca Leopoldo e poi nell’Italia piemontesizzata; gran parte della sua insofferenza è da ricercarsi nei mancati ideali risorgimentali non concretizzatisi e ciò traspare da articoli da lui scritti su vari giornali a cui partecipa in quel periodo.
L’ attività giornalistica inizia sulle pagine dell’Italia Musicale dal 29 dicembre 1847, pubblicando l'articolo di musicologia L'Arpa, ben presto ne divenne una delle firme di maggior successo. Negli anni successivi partecipa e dirige diverse riviste come: il periodico "Il Lampione" che si prefiggeva di "far lume a chi brancolava nelle tenebre" che dopo la restaurazione granducale dovette chiudere riaprendo solo undici anni dopo nel 1960, si dedicò anche al giornale "Scaramuccia" (soprattutto di critica teatrale) e collaborò ad altri periodici fra cui il "Fanfulla" e il suo allegato ormai divenuto celebre “il Giornale dei bambini”.
L’ azione giornalistica di Lorenzini si concentra principalmente definendolo come un narratore di costume, commediografo, giornalista satirico e critico teatrale e musicale. Tutto questo comportò il suo avvicinamento alla cultura e ai movimenti artistici dell’epoca, in una Firenze tra i fallimenti delle dimostrazioni del 1848 definite poi piacevolmente quarantottate, a titolo di facezia e il 1856; divenendo assiduo frequentatorre dei due caffè che radunavano “I fiorentini dagli spiriti bizzarri sotto la città del Giglio” (come vennero definiti da Renato Bertacchini): Il Piccolo Elvetico meglio noto come l’Elvetichino e il Michelangelo in cui divenne compagno entusiasta dei fondatori macchiaioli Adriano Cecioni, Telemaco Signorini e Vincenzo Cabianca.
In quegli anni Lorenzini usa per la prima volta il suo pseudonimo “Collodi” che apparirà nella coda del Programma della Lente il 1° Gennaio del 1856. Prima di pubblicare come Collodi scrisse come Lorenzini Carlo o con l’abbreviazione C.L…. diverse opere: scrisse il primo romanzo di viaggio in treno per le ferrovie in Italia, “Un romanzo a vapore. Da Firenze a Livorno” che unisce una vena satirica ma anche nozionistica della regione, I misteri di Firenze fondamentalmente all’opposto della celebre opera I misteri di Parigi di Eugène Sue, Il sig. Albèri ha ragione! (Dialogo apologetico),La manifattura delle porcellane di Doccia. Mentre come Collodi : La coscienza e l'impiego, Antonietta Buontalenti, L'onore del marito, e le due raccolte dei suoi articoli Macchiette e Occhi e I nasi.
All’ inizio degli anni settanta dell’ottocento Collodi entra in contatto con I fratelli Paggi che riescono a convincerlo a effettuare una traduzione di un corpus di fiabe sotto il titolo I racconti delle fate, tratte dall'edizione Hachette del 1853 di fiabe di Charles Perrault, Marie-Catherine d'Aulnoy, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont ed edite poi nel 1875 per I Fratelli Paggi, particolarità di questa edizione sono le modifiche apportate da Collodi ad alcuni termini presenti nei racconti. A seguito di questo lavoro si avvicina al racconto di formazione per I giovani credendo che siano loro le menti a cui ambire per poi migliorare la situazione in un’Italia che dopo I moti risorgimentali non ha mantenuto le promesse tanto attese e verso la fine del secolo traspare un Collodi disincantato verso la classe politica ma pronto a fianco dei fratelli Paggi, a modificare la struttura del insegnamento dato ai giovani attraverso Giannettino nel 1877 e Minuzzolo nel 1878 che preannunciano poi l’elaborazione del opera di maggior successo: Pinocchio (di cui potete trovare un articolo pubblicato nel mese di Aprile).
Consultate il nostro sito e per approfondimenti e richieste non esitate a contattarci. Di seguito alleghiamo foto di testi in nostro possesso.
Andrea

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